«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato».
(Lc 12,10)
Così lo stesso Gesù in uno dei passaggi apparentemente più complessi del Vangelo di Luca, comprensibile solo alla luce della dinamica di pentimento e perdono, di cui la disperazione della salvezza rappresenta la declinazione più tragica. Essa non si configura come semplice lassismo morale, né come mera inclinazione viziosa tra le altre, ma come catastrofe esistenziale per eccellenza, che avrebbe portato il filosofo danese Kierkegaard a parlare di “malattia mortale”: consiste infatti nel rifiuto ostinato e radicale della misericordia divina, fondato sulla convinzione che la propria colpa sia più grande della capacità di Dio di perdonare.
La disperazione è quindi una particolare forma di superbia al contrario: l’uomo, chiudendosi nel solipsismo del proprio rimorso, pretende di circoscrivere Dio e la sua azione provvidenziale, elevando la gravità del proprio peccato al di sopra del potere della grazia divina. Se lo Spirito Santo è, per definizione teologica, Colui che “dà la vita” e pertanto apre al futuro, opporsi a Lui con la propria disperazione significanegare Dio e la Verità al medesimo tempo.
In questa struttura, il peccatore smette di invocare Dio e la sua misericordia, chiudendosi su di sé e occupandosi solo di venire a patti con le proprie proiezioni. Per Caino: «troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono» (Gn 4,13), al punto da credere di poter oscurare Dio,a causa della gravità del peccato commesso. Inoltre, il tempo del disperato è un cerchio chiuso, avvolto sulla colpa commessa, che nega la novità della grazia. Non a caso, sempre Caino dice: «Dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra» (Gn 4,14). Il suo intero futuro si distorce attraverso il filtro del passato macchiato dalla colpa. La vita nuova è soffocata alla radice della sua stessa possibilità.
Analogamente, il suicidio di Giuda (Mt 27,4-5), frutto del rimorso e incapace di guardare all’azione salvifica – ciò che riuscì al buon ladrone (Lc 23,42) – è l’espressione ultima di un tempo compresso nel presente, schiacciato dal peso del passato e privato dell’orizzonte del futuro. Ecco, questo è il cuore della superbia nella disperazione: attribuire al proprio peccato una potenza che supera la misericordia di Dio, come anticipato all’inizio.
Questi esempi mostrano come il peccato del rifiuto della salvezza, muovendo contro lo Spirito Santo, sia una sorta di illusione esistenziale, un sovvertimento della gerarchia dell’essere: l’uomo si identifica così integralmente con il proprio peccato da ritenere la grazia una menzogna, un’impossibilità. Questa identificazione, per quanto tragica sia la circostanza della sua scaturigine, è di per sé sovversiva: il peccato, infatti, non crea una nuova sostanza irredimibile.
La disperazione è sempre, in ultima analisi, unilaterale: è l’uomo che si china su di sé nonostante la perenne azione redentrice di Dio, la cui misericordia precede e sopravanza ogni peccato. Il peccato resta sempre un male da evitare, talvolta mortale, da cui convertirsi e nel quale non ostinarsi, pena la caduta in un’altra specie di peccati sempre tra quelli contro lo Spirito Santo. Tuttavia, uno dei cardini della salvezza sta nel riconoscere che l’azione redentrice di Dio è sempre più profonda di qualsiasi abisso dell’io.
