Nei precedenti articoli si è già fatto riferimento all’imperdonabilità dei peccati contro lo Spirito Santo A tale riguardo, abbiamo avuto modo di sottolineare che le singole specie sinora analizzate non sono imperdonabili in senso stretto, ma che si dicono imperdonabili proprio perché conducono all’impenitenza finale1, la quale invece è imperdonabile in senso definitivo.
Infatti, non residua alcuna possibilità di perdono (e di salvezza) per chi ha commesso anche un singolo peccato mortale e muoia senza essersene almeno implicitamente pentito.
L’impenitenza finale, quale peccato contro lo Spirito Santo, necessita però di consapevolezza: essa consiste in un consapevole rifiuto del pentimento. Ciò non toglie, beninteso, che oltre all’impenitenza finale esistano molte altre strade per la dannazione (la quale risulta essere una destinazione tanto più certa quanto più comoda è la strada che si percorre).
Per dannarsi, infatti, basta non pentirsi dei propri peccati nell’ora della propria morte (il non volersi pentire). Invece, per peccare anche contro lo Spirito Santo (e dannarsi ugualmente) serve una volontà piena di non pentirsi (volersi non pentire).
In relazione a quei peccati che si ignora di aver compiuto, giova ricordare che l’assoluzione sacramentale rimette tutti i peccati: anche quelli che, dopo attento esame di coscienza, non si ricorda (o non si sa) di aver commesso. Inoltre, non è da escludere che la contrizione perfetta porti frutto anche quando è ancora soltanto embrionale il proposito di confessarsi.
Dice difatti il salmo: «Delicta quis intelligit? Ab occultis meis munda me»2
Una distinzione sistematica fra impenitenza e ostinazione è stata operata da San Tommaso d’Aquino. Entrambe, infatti, sono specie del peccato contro lo Spirito Santo, ma l’impenitenza si rivolge ai peccati passati, l’ostinazione a quelli futuri; l’ostinazione, poi, consiste nel voler peccare, l’impenitenza invece nel non volersi pentire (anzi, nel volersi non pentire).
Sempre da San Tommaso proviene una precisazione ulteriore, ossia che non è strettamente necessario aver già compiuto dei peccati per essere impenitente. È sufficiente, infatti, che si abbia il proposito di non pentirsi dei peccati che ancora non sono stati commessi.
Se ne può ricavare una distinzione fra impenitenza come «stato» e impenitenza come «evento». L’impenitenza (come ogni altro peccato contro lo Spirito Santo) è uno stato: non uno specifico atto esteriore, quanto piuttosto una condizione principalmente interiore.
È quando sopravviene l’evento della morte che l’irremissibilità di quest’impenitenza diventa definitiva.
Note
- Conducono all’impenitenza perché strutturalmente consistono nel rifiuto di doni dello Spirito Santo, che rimette i peccati. Per un’analisi più completa si rinvia ai precedenti articoli e in particolare alla introduzione. ↩︎
- Salmo 19 (18). Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo. ↩︎