La Pentecoste

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Pentecoste, giorno in cui la nuova ed eterna alleanza d’amore e libertà, conclusa a Pasqua, fu definitivamente promulgata con il fuoco e l’ebrezza dello Spirito che spirava sugli Apostoli che testimoniavano con vari carismi le meraviglie di Dio.

Pentecoste è il cinquantesimo giorno dopo la Santa Pasqua di Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo da morte. Pentecoste è il culmine della Pasqua.

Lo Spirito Santo che è Amore pieno tra il Padre e il Figlio viene effuso sulla Chiesa nascente impaurita e nascosta nel cenacolo, per trasformare quegli uomini resi immobili dallo spauracchio di fare la stessa fine del loro Maestro, in coraggiosi testimoni di Verità, in annunciatori indefessi del Vangelo ad ogni creatura, in ogni angolo della terra allora conosciuta.

La festa di Pentecoste trova i natali già nell’Antico Testamento. Originariamente era una festa agricola che celebrava la fine del raccolto del grano (Es. 34:22). In un periodo successivo fu associato al patto celebrato nel Sinai, cinquanta giorni (= Pentecoste) dopo la liberazione del popolo dall’Egitto a Pasqua. Insieme alla Pasqua e alla Festa dei Tabernacoli, in ebraico Sukkot, era una delle tre feste di pellegrinaggio degli ebrei a Gerusalemme, motivo per cui il testo degli Atti degli apostoli ci informa che, in quei giorni, a Gerusalemme, erano presenti uomini pii di tutte le nazioni.

Così ci riferisce il Libro degli Atti degli Apostoli:

«Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio”. Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: “Che significa questo?”»

(At 2,1-12)

Già dai primi versetti si manifesta la presenza del soprannaturale nel segno di un suono potente come di “vento gagliardo”. C’è qui una certa identificazione, inclusa la terminologia, tra vento e Spirito (ruah, in Ebraico; pneuma, in greco), il vento che, nell’Antico Testamento, appare come una delle manifestazioni del Divino, a volte investito di potere creatore di Dio (Sal 104,30).

Apparvero poi, quasi simultaneamente “lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”, fuoco che è un altro segno delle teofanie di Dio nell’Antico Testamento. Vedi ad esempio Gen 15,17: «Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi» ed Es 3,2: «L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava».

La figura delle lingue ha qualche relazione con “il dono di lingue” che poi vengono comunicate agli Apostoli. Saranno tutti ricolmanti dello Spirito Santo e cominceranno a parlare in altre lingue, secondo il potere concesso a ciascuno di loro. Questo dono delle lingue sembra a prima vista, simile al dono della glossolalia, che appare frequentemente in altri passi della scrittura (At 10,46; 1 Cor 12,14).

A Pentecoste, il dono delle lingue, per mezzo del quale tutti i popoli possono sentire parlare delle meraviglie di Dio, oltre a essere un segno della Presenza dello Spirito Santo ha un significato profetico: con esso si realizza la promessa del Signore che gli apostoli saranno Suoi testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e Samaria, sino ai confini della terra. È così che la Chiesa rivolge l’annuncio di Salvezza a tutti i popoli della terra.

Dalla dispersione dei popoli e la conseguente frammentazione delle lingue dopo la torre di Babele, che gli uomini vollero costruire per sfidare Dio Padre Creatore, arriviamo al momento in cui Dio stesso si rivela nel Figlio Suo Unigenito, Crocifisso, morto e Risorto, con il dono dello Spirito Santo, che è Amore Puro e Redentivo, capace di spazzare via in un solo colpo tutte le divisioni dovute all’orgoglio umano per fare di tutti i popoli della terra un unico popolo, il popolo di Dio, il popolo dei battezzati, il popolo degli appartenenti alla Chiesa di Cristo.

La prima ed immediata reazione di coloro che ascoltano gli Apostoli rivestiti di tale dono è di ammirazione e sorpresa, in quanto ognuno  li sente parlare nella propria lingua natia, tanto che, come evidenzia At 2,13, vengono ritenuti da alcuni “ubriachi di mosto”. Si potrebbe pensare che lo Spirito Santo comunicò in quel momento agli Apostoli la conoscenza di altre lingue oltre alla loro e quindi gli ascoltatori poterono comprenderli; alcuni esegeti ipotizzano, invece, che gli Apostoli abbiano prima ascoltato gli stessi ascoltatori e poi abbiano parlato loro nel modo a loro più comprensibile. Ma appare evidente come questa sia una lettura distorta degli Atti, che descrivono un “parlare in altre lingue” come anche un ascolto nella “lingua natia” dei presenti. Luca quindi considera il fenomeno della Pentecoste come xenolalia, parlare in un linguaggio umano reale e sconosciuto a chi parlava.

I Dottori della Chiesa insegnano chiaramente quanto sia essenziale la discesa dello Spirito Santo per la nostra Salvezza. San Bonaventura, ad esempio, ebbe a dire: «Senza l’azione dello Spirito Santo nei nostri cuori, che è l’Amore del Padre e del Figlio e che ci conduce al Padre e al Figlio, l’invio del Figlio dal Padre e tutta l’opera redentrice del Figlio sarebbe passata invano».

Per noi la Pentecoste rappresenta il compimento della “Promessa” fatta da Gesù ai suoi discepoli all’Ultima Cena, quando li assicurò che avrebbe inviato loro il “Paraclito” l’avvocato difensore, e disse loro: «Quando però verrà lo Spirito di Verità, Egli vi guiderà alla Verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16,13). Ma poiché il compito non si presenta facile, lo Spirito Santo sarà responsabile di incoraggiarli e guidarli, affinché possano adempiere fedelmente ed efficacemente questa missione, nonostante le difficoltà, gli ostacoli e le persecuzioni che dovranno affrontare.

Lo Spirito Santo parla anche a noi, cristiani del nostro tempo, e lo fa soprattutto nella Sacra Scrittura che siamo esortati a leggere quotidianamente o ad ascoltare nella santa liturgia della messa quotidiana e nella Pasqua settimanale che è per noi il giorno santo della Domenica.  Proprio lo Spirito Santo ci aiuta a ricordare ciò che ha detto Gesù, tutte le Sue Parole di Verità. Sì, certo. Nessuno di noi, infatti, può ricordare tutto, alla lettera. Oggi dobbiamo rivolgerci ancora e ancora alla Parola scritta per rinfrescare la memoria. Così come Gesù fece molti segni che non furono mai registrati (Gv 20,30-31), disse anche molte cose che lo Spirito non voleva che fossero registrate.

Ma una cosa è certa e facilmente desumibile dall’evento di Pentecoste: affinché lo Spirito Santo agisca nuovamente con impulso pentecostale, è necessario che siamo “tutti” di nuovo riuniti, senza divisioni o discriminazioni, mettendo da parte atteggiamenti esclusivisti e autoritari, aperti allo Spirito di Cristo, affinché Egli possa mostrarci cosa dobbiamo fare.

Luca introdusse lo Spirito di Pentecoste solo quando tutta la comunità era riunita, senza che nessuno mancasse. Dobbiamo lavorare il prima possibile per raggiungere questa unione. In questo modo, lo Spirito ridarà ancora una volta energia alle nostre comunità. E potremo uscire, come in quell’antico giorno di Pentecoste, per dare seriamente la nostra vita come testimoni di Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, l’Unico che ha vinto la morte una volta per tutte, inchiodandola al Legno Santo della Croce, insieme al suo pungilione, che è il peccato (cfr 1Cor 15,55).

Il senso dello Spirito Santo nella vita della Chiesa è perfettamente espresso in questo testo da un patriarca ortodosso:

«Senza lo Spirito Santo,
Dio è lontano,
Cristo appartiene al passato,
il Vangelo è una lettera morta,
la Chiesa, un’altra organizzazione,
autorità, un dominio,
la missione una propaganda,
culto, un’evocazione,
azione cristiana, una morale schiavista.

Ma con Lui, il cosmo si alza
e geme nell’infanzia del Regno,
Cristo è Risorto,
il Vangelo è la forza della vita,
della Chiesa, della comunione trinitaria,
dell’autorità, del servizio liberatorio,
della missione, della Pentecoste,
del culto e dell’attesa commemorativa,
dell’azione umana, della realtà Divina».

In conclusione, il giorno della Pentecoste non è soltanto un evento storico, ma una celebrazione della presenza continua dello Spirito Santo nella vita dei credenti. Ci ricorda l’importanza dell’unità, della missione e della conversione personale. È un invito ad aprire i nostri cuori allo Spirito Santo, a guidarci e a rafforzarci nella vita quotidiana, nella nostra missione di condividere l’Amore e la Misericordia di Dio con tutti i popoli della terra, nostri fratelli in umanità, creati anche loro ad immagine e somiglianza di Dio, nostro Padre e Creatore.

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