Il libro di Giobbe appartiene al genere biblico dei libri sapienziali, che si caratterizza per trattare del rapporto del singolo con Dio nella vita quotidiana.
Più nello specifico, poi, Giobbe rientra, assieme all’Ecclesiaste, nei libri della cosiddetta sapienza critica.
Volendo infatti seguire un ordine logico, il contenuto dei primi1 libri sapienziali (precedenti a quelli della sapienza critica, ad esempio, il libro dei Proverbi) è caratterizzato da una prospettiva retributiva apparentemente carnale e temporale. Questi primi libri, semplificando, affermano in più luoghi che i giusti fedeli a Dio avranno ricchezze e felicità, mentre gli empii soffriranno. Essi non si curano particolarmente, peraltro, di spiegare come sia stata dedotta una tale conclusione, quasi si trattasse, in realtà, di un’evidenza originaria; neppure argomentano molto sulla vera essenza di questa felicità.
In questo panorama si inseriscono i due libri della sapienza critica: Giobbe ed Ecclesiaste. Essi, per mezzo di una riflessione fortemente intellettuale sull’esistenza umana, sostanzialmente rivelano che quella visione che prima abbiamo definita come “apparentemente carnale” era, per l’appunto, solo apparenza di carnalità (e che invece le promesse carnali indicavano altro). Essi, cioè, dinanzi al fatto che anche il giusto in realtà soffre (e l’empio invece è felice carnalmente), arrivano ad esplicitare che la fede non produce felicità meramente carnale (ed anzi, se si punta ad ottenere una felicità meramente terrena, l’esistenza intera si rivela angosciante e misera).
Con una lucidità impressionante, Pascal riassume questi due testi in una sola frase:
«Salomone2 e Giobbe sono i soli che hanno meglio conosciuto e meglio parlato della miseria dell’uomo: il primo era il più felice, il secondo il più infelice; il primo conosceva per esperienza la vanità dei piaceri, il secondo la realtà dei mali»3.
Si arriva dunque al terzo passaggio logico, che trova il suo compimento nella tradizione sapienziale più matura, e in particolare nel libro della Sapienza, e che è già prefigurato nella conclusione della sapienza critica. L’ottimismo originario torna, ma è un ottimismo trasfigurato, che esplicita quel che già nei primi libri sapienziali era implicito: non si deve cercare una realizzazione puramente terrena e circoscritta al tempo presente, ma la liberazione definitiva dalle catene della schiavitù spirituale del peccato.
«Soffri le catene e la schiavitù corporale; attualmente ti libero soltanto dalla schiavitù spirituale»4.
Attenzione però su questo punto: quello che si è finora descritto non è un cambiamento nella fede. Tutti i libri della Sapienza, ed anzi tutti i libri della Bibbia, insegnano infatti la stessa identica fede, orientando l’uomo verso la speranza soprannaturale. Per questo abbiamo detto che il contenuto dei primi libri sapienziali era solo «apparentemente» carnale: non che fosse realmente carnale, ma perché, nella divina pedagogia, le benedizioni temporali fungevano da figura e premessa per educare l’uomo alla promessa di una comunione e felicità eterna.
La Rivelazione delle verità di fede è stata graduale, ma mai essa ha effettivamente contraddetto ciò che era stato rivelato precedentemente o che sarebbe stato rivelato in futuro.
Sicché tutti i libri della Sapienza rivelano la stessa verità salvifica, solo spiegata in modi diversi onde evitare che taluno cada in errore. Senza la sapienza critica si sarebbe infatti rischiata una riduzione della fede a contrattazione terrena, come accadde a coloro che attesero un Messia puramente politico e temporale (secondo l’aspettativa di una liberazione dai Romani); viceversa con solo la sapienza critica si sarebbe rischiato il nichilismo o una sorta di indifferentismo epicureo5 (nella parte in cui Epicuro sostiene che gli dèi, se esistono, non si curano di noi).
Il discorso fra Giobbe e gli amici
«Forse che Giobbe teme Dio per nulla?» (Gb 1:9).
Con questa domanda, che satana pone al Signore, iniziano le sofferenze di Giobbe. Tramite essa al lettore è data la possibilità – se non di comprendere – quantomeno di contestualizzare tali sofferenze, e quindi di intuire le ragioni per cui Dio le permette. Non di certo per punire un qualche peccato, ma perché invece Dio sa, infatti, che la devozione di Giobbe non è subordinata alle ricompense terrene ricevute, e ne permette perciò la prova affinché tale fedeltà risplenda purificata.
Questa conoscenza che però è concessa al lettore non è altresì concessa a Giobbe: egli non conosce, cioè, la giustificazione dei dolori che lo attendono.
Si ha l’idea di Giobbe come di un uomo paziente: morti i figli, persi tutti i beni e colpito da malattia egli riesce infatti a dire:
«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettarne il male?».
Gb 2:10
Vedremo in realtà che Giobbe bensì pazienta, ma assai di più patisce.
Se infatti Giobbe riesce a sopportare le citate sofferenze, c’è in verità un momento in cui la pazienza lascia spazio al lamento. Non quando muoiono i suoi figli, non quando perde le ricchezze, non quando la malattia lo colpisce e neppure nei sette giorni e sette notti in cui i tre amici venuti a consolarlo restano seduti con lui nella polvere in un silenzio attonito. È invece quando quel silenzio si infrange e si apre il confronto con loro, che Giobbe erompe in uno straziato lamento. Questi tre amici sono i più fedeli rappresentanti di quel fraintendimento dell’antica sapienza a cui si è già fatto riferimento. Dinanzi a questa visione chiusa e retributiva, Giobbe inizia davvero ad affliggersi.
Questa circostanza consente di intendere quale sia la natura del dramma in cui si incentra il libro di Giobbe. Rompendo i sette giorni di silenzio condiviso con gli amici, Giobbe dà voce a uno strazio che non è soltanto devastazione fisica e materiale, ma vertigine interiore dinanzi all’apparente assenza di senso. Il suo dolore più lacerante non nasce dalle argomentazioni degli uomini, ma dal silenzio di Dio. Egli non dice semplicemente: «Ecco, grido contro la violenza»; ma constata con angoscia: «Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!» (Gb 19:7).
Davanti a questo abisso, l’errore dei consolatori non sarà il silenzio iniziale, bensì la pretesa successiva di colmarlo con un calcolo morale, incolpando l’innocente.
Da una parte ci sono gli amici, che non fanno altro che applicare la loro concezione retributiva della giustizia divina: se il giusto è felice e Giobbe non è felice, ne consegue che Giobbe non è giusto. Essi lo incolpano quindi della sua sofferenza: «chi coltiva iniquità la raccoglie» (Gb 4:8), e lo chiamano a conversione, affinché ottenga quegli stessi beni terreni che gli sono stati tolti (Gb 5:22-27) . Descrivono accuratamente la fine che farà il malvagio6, sennonché essa è assai simili alla condizione di Giobbe. Perché essenzialmente questo essi pensano, e cioè che Giobbe abbia ricevuto una punizione da Dio per qualche peccato che ha commesso.
«Questa sapienza morirà con voi» (Gb 12:2), risponde dall’altro lato Giobbe. Tendenzialmente, tutti i suoi interventi si muovono dalle stesse premesse e giungono verso la stessa domanda priva di risposta. Egli si considera giusto e senza peccato da rimproverarsi (Gb 23:7), ma nondimeno sa di essere sofferente (e queste sono le «premesse»). Conoscendo dunque l’inconsistenza delle spiegazioni fornite dagli amici, e tuttavia non riuscendo a formularne di alternative, pretende da Dio che si manifesti e dia ragione di quanto accade (la «domanda»). Sennonché – e questo è il punto – da Dio non riceve una spiegazione del motivo della sua sofferenza.
Solo alla luce di ciò si comprendono davvero alcune parole di Giobbe. Si pensi a quando egli risponde agli amici che il silenzio sarebbe per loro un atto di sapienza: «Magari taceste del tutto! Sarebbe per voi un atto di sapienza!» (Gb 13:5). Giobbe si lamenta non tanto del modo errato in cui i suoi amici parlano, ma proprio del fatto che essi parlano, laddove invece Dio tace: perché propriamente del silenzio di Dio si tratta. È il silenzio di Dio che costoro non riescono a cogliere, e al quale tentano di attribuire un significato umano, laddove esso è invece sovraumano.
In realtà, nel libro non viene mai rivelato completamente il significato di questo silenzio, neppure quando Dio infine parla a Giobbe. Esso conserva la sua natura trascendente. I disegni della Provvidenza divina restano insondabili all’uomo. È proprio questo che viene infine rivelato a Giobbe: che la sua ragione ha dei limiti, e che essa, nella sua finitezza, non è in grado di comprendere completamente Dio, nella sua infinità. In questo senso, anche in Giobbe si ritrova una prova di quel che altrove abbiamo scritto, e cioè che Dio è in realtà un Dio nascosto, secondo le parole del profeta: «davvero tu sei un Dio nascosto» (Is 45:15).
Note
- Si adotta qui un criterio di successione logica e pedagogica della Rivelazione, prescindendo dalle complesse questioni inerenti alla cronologia di redazione dei singoli libri. ↩︎
- Il quale è tradizionalmente associato alla paternità dell’Ecclesiaste. La constatazione dell’esegesi contemporanea circa una redazione più tarda nulla toglie al valore teologico e normativo dell’insegnamento tramandato sotto l’autorità sapienziale di Salomone. ↩︎
- Blaise Pascal, Pensieri e altri scritti, n. 174, Mondadori, Milano 2018 ↩︎
- Blaise Pascal, Pensieri e altri scritti, Il mistero di Gesù, Mondadori, Milano 2018 ↩︎
- Laddove l’Ecclesiaste registra la drammatica constatazione del limite e della fugacità dei beni terreni, l’errore esegetico consiste nell’isolare tali passaggi dal loro quadro teologico unitario, imperniato sul timore di Dio e sul giudizio ultimo, riducendoli a una sterile apologia del disincanto o del mero piacere immanente. ↩︎
- Gb 18:12-13. «Diventerà carestia la sua opulenza e la rovina è lì in piedi al suo fianco. Un malanno divorerà la sua pelle» ↩︎
