«Caro enim mea vere est cibus, et sanguis meus vere est potus»
(Gv 6, 55)
Ci sono luoghi che la storia ricorda non per la loro grandezza, ma per l’audacia con cui Dio ha scelto, un giorno, di manifestarvisi. Santarém, cittadina adagiata sulle rive del Tago, è uno di questi. Pochi pellegrini italiani saprebbero collocarla sulla carta del Portogallo, eppure custodisce da quasi otto secoli uno dei segni eucaristici più antichi e meglio documentati di tutta la cristianità, secondo per fama solo al Miracolo di Lanciano. Sulla data esatta le fonti non concordano: alcuni cronisti del Quattrocento dicevano di aver letto un documento originale, oggi perduto, che collocava il prodigio al 16 febbraio 1247; altre memorie parlano del 1266, mentre la copia ufficiale fatta redigere dal re Alfonso IV riporta il 1346. La tradizione locale spiega questa discrepanza con un’ipotesi semplice, ossia che la stessa Ostia sarebbe stata protagonista di più eventi prodigiosi, in anni diversi. Su una cosa, però, le fonti concordano tutte: la sostanza del fatto, verificata da due distinte inchieste canoniche, nel 1340 e nel 1612, e mai smentita da allora.
La storia comincia, come spesso accade nei racconti di grazia, da un peccato piccolo e molto umano. Una giovane sposa di Santarém viveva tormentata dal sospetto che il marito la tradisse. Dopo aver provato ogni rimedio, disperata, si rivolse a una fattucchiera del paese. La donna le promise un filtro capace di riaccendere l’amore dello sposo, ma volle in cambio una particola consacrata. La giovane accettò. Andò nella sua parrocchia, la chiesa di Santo Stefano, e finse un malore per farsi dare la Comunione in un giorno feriale quando in chiesa c’era meno gente e nessuno faceva caso a lei. Ricevuta l’Ostia, non la consumò ma la nascose in un angolo del velo che portava sul capo, e uscì in fretta.

Non arrivò lontano. Per strada alcuni passanti la fermarono, preoccupati, chiedendole se fosse ferita: gocce di sangue vivo segnavano il selciato al suo passaggio. Solo allora la donna capì da dove venisse quel sangue e, terrorizzata, corse a casa e nascose la Particola, avvolta ormai in un panno intriso di sangue, in fondo a una madia di legno, nella propria camera. Passò così l’intera giornata, prigioniera della paura. Ma quello che si cerca di nascondere nel buio, a volte Dio sceglie di rivelarlo nella luce. Nel cuore della notte, mentre i due sposi dormivano, un bagliore intenso cominciò a pulsare dalla madia illuminando la stanza come fosse giorno. La donna fu costretta a raccontare tutto al marito, e insieme videro la Particola, ormai mutata in Carne viva e sanguinante. La tradizione custodita nel Santuario aggiunge un altro dettaglio, tramandato dalle fonti più antiche, ossia che quella notte agli sposi sarebbe apparsa anche una schiera di Angeli intenti ad adorare l’Ostia prodigiosa. Sopraffatti da quanto vedevano, passarono il resto della notte in ginocchio, davanti a un segno che nessuna spiegazione avrebbe potuto rendere più chiaro di quella luce.
Al mattino corsero dal parroco, che si presentò subito a casa loro. Raccolse l’Ostia e la riportò alla chiesa di Santo Stefano, oggi Santuário do Santíssimo Milagre, in solenne processione, accompagnato da una folla di religiosi e di fedeli accorsi alla notizia. L’Ostia continuò a sanguinare per tre giorni interi, davanti a tutti, prima di essere racchiusa in un reliquiario di cera d’api e riposta nel tabernacolo. Quasi un secolo più tardi, nel 1340, avvenne un secondo prodigio. Il sacerdote, aperto il tabernacolo, trovò il reliquiario di cera in mille pezzi e al suo posto un vaso di cristallo con dentro il Sangue dell’Ostia, mescolato alla cera stessa. È lo stesso vaso che un’incisione di Pedro Crasbeeck, datata 1612, ci ha tramandato con precisione, e che oggi riposa, insieme alla Reliquia, in un magnifico Trono Eucaristico del Settecento, sopra l’altare maggiore del Santuario.
Le due inchieste canoniche, quella del 1340 e quella del 1612, non lasciarono spazio al dubbio: in entrambi i casi la Chiesa riconobbe l’autenticità del prodigio. Anche la Sede Apostolica mostrò presto il proprio favore, concedendo indulgenze plenarie ai pellegrini di Santarém: lo fecero ben quattro Sommi Pontefici, Pio IV, San Pio V, Pio VI e Gregorio XIV, quest’ultimo riservando il privilegio ai membri della Real Irmandade do Santíssimo Milagre, l’antica confraternita che custodisce ancora oggi la Reliquia. Tra i grandi testimoni che vollero inginocchiarsi davanti a quel segno c’è san Francesco Saverio, in sosta a Santarém prima di partire per le missioni d’Oriente, e Santa Isabella del Portogallo, che vi si recò in pellegrinaggio due volte, nel 1295 e nel 1322. In quella seconda occasione volle accompagnare la processione a piedi scalzi, senza corona, coperta di cenere e con una corda al collo. Un gesto di penitenza per implorare la pace tra il marito, re Dionisio, e il figlio con lui in contrasto.
Una sola volta, in quasi otto secoli, la Reliquia lasciò Santarém. Fu nel 1810, quando l’invasione delle truppe napoleoniche in Portogallo fece temere una profanazione. L’Ostia venne trasferita a Lisbona, nella chiesa del Paço reale. Il popolo di Santarém non si rassegnò a quella lontananza, e il 2 dicembre 1811 il Santo Miracolo tornò in città, in segreto, per evitare disordini tra chi ne attendeva da mesi la restituzione. Il Santuario di Santo Stefano, restaurato e riaperto solennemente il 7 dicembre 1996, custodisce oggi anche un piccolo museo accanto all’altare maggiore, dove la Reliquia può essere mostrata da vicino ai pellegrini che ne fanno richiesta.

Chi l’ha osservata nel corso dei secoli, religiosi, medici e fedeli, descrive sempre la stessa cosa: un tessuto dall’aspetto di carne viva, irregolare, attraversato da venature. Un enigma che nessuna analisi è mai riuscita a spiegare in termini naturali e che la fede legge invece nel modo più semplice: come conferma visibile di una parola che Cristo stesso pronunciò senza ambiguità, nel discorso di Cafarnao: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda» (Gv 6, 55). Non stupisce che proprio da un sacrilegio, il furto di un’Ostia per farne uno strumento di magia, sia nato uno dei segni più eloquenti della Presenza reale. È la stessa logica della misericordia, che non disdegna di scrivere diritto sulle righe storte degli uomini, e che san Tommaso d’Aquino seppe racchiudere in una sola invocazione, contemplando l’Eucaristia con gli occhi della fede più che con quelli della ragione: «Adoro te devote, latens Deitas».
Ogni anno, nella seconda domenica di aprile, la preziosa Reliquia viene ancora portata in processione dall’Ermida do Milagre, la casa degli sposi, diventata cappella nel 1684, fino alla chiesa di Santo Stefano, ripercorrendo simbolicamente il cammino della restituzione. Migliaia di pellegrini si inginocchiano ancora oggi davanti a quell’Ostia che il tempo non ha sbiadito, per rinnovare un atto di fede che la sola ragione non basterebbe a spiegare, ma che la storia, con la sua paziente ostinazione, non ha mai smesso di custodire.
