Pange Lingua — Come San Tommaso sottolinea il legame tra Corpus Domini e l’Ultima Cena

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«Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli»

(Ps. CLXIX, 1)

Cantate al Signore. Quale solenne invito della Scrittura! Non si contano i versetti della Bibbia che invitano il fedele a cantare: se la vita Cristiana è gioia, qual miglior modo di esprimere cotale letizia? Ma il gaudio Cristiano non è mondano o fine a sé stesso: certo, vi saranno occasioni di terreno compiacimento, ma l’esultanza del Nuovo Israele sta tutta nel suo Creatore; perciò, il canto biblico non è il canto mondano, ma il canto religioso, nel quale non solo la bocca emette suoni, ma nel quale sono soprattutto l’anima e lo spirito ad innalzarsi a Dio!

E non è un caso se la musica, arte conclusiva e perfettissima del Quadrivio, fortemente fu esaltata e tutt’ora viene favorita dalla Madre Chiesa. Musica Sacra, con la quale l’apice del Creato ch’è l’uomo si unisce alla lode cosmica: il Canto Sacro s’eleva al Cielo come incenso, posandosi quale gradita offerta sugli altari della liturgia celeste degl’Angeli e dei Salvati.

Analizziamo, quindi, un gioiello di questo infinito repertorio di musicale ricchezza custodito e intonato da Santa Romana Chiesa: il Pange Lingua.

Scritto da San Tommaso d’Aquino, in occasione della processione eucaristica, si colloca fra gli inni maggiormente noti della Tradizione Cattolica; e come potrebbe essere altrimenti per un inno la cui solenne apertura invita la lingua a cantare «il mistero del Corpo glorioso e del Sangue prezioso che il Re delle nazioni, frutto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo»1? Qui, e non altrove, sta il fulcro della Fede Cristiana: in un Dio che ha tanto amato il mondo da dare per esso il Suo Figlio, il quale a sua volta ha tanto amato l’uomo da umiliarsi nella forma del pane per offrirsi alla costante adorazione e santificazione dei fedeli. 

Continua il brano esaltando la nascita verginale («Nobis datus, nobisnatusex intacta Virgine») e l’apostolato fra le genti («et in mundo conversatus, sparso verbi semine»), concludendo la strofa asserendo essere tutto ciò concluso «in modo mirabile […] nella notte dell’Ultima Cena, [quando] sedendo a mensa con i suoi fratelli […], si diede in cibo al gruppo dei Dodici con le proprie mani». La Santissima Eucarestia non è un accidente del percorso terreno di Nostro Signore, ma ne è anzi perfetto compimento. Egli ricapitola nell’Ultima Cena l’intera vita Cristiana: in quel pane vi sono l’obbedienza ai superiori, il Santo Battesimo, le tentazioni, gli insulti e le derisioni, la gioia ed il sollievo, la fraterna comunità cristiana e, primo fra tutti, l’infinito amore verso il Padre che ha sommo compimento nella Santa Messa. Ebbene sì, poiché Iddio stabilì di porre la massima Sua esaltazione nella forma pubblica della Fede, la quale fu sublimata dalla reale presenza di Cristo Signore nelle consacrate specie e del pane e del vino. Non è la Santissima Eucaristia un mero pezzo di pane, come empiamente vanno asserendo le folle protestanti e taluni fedeli accecati dall’idolatria verso la “scienza” o la “ragione” della rivoluzione francese: asserì infatti Nostro Signore con inconfutabile solennità: «Hoc EST enim corpus meum» — questo È il mio corpo. 

L’opera del Cristo non si conclude nell’Ultima Cena, ma possiamo quasi affermare che essa incomincia per davvero in quella tavola. A mensa coi fratelli, il Verbo ricapitola tutto, e tutto pone nel cuore di Dio per avviarsi alla Sua Volontà! Per questo è l’Eucarestia sacrificio incruento: imperocché è in quel «Corpo offerto in sacrificio per voi» che tutto si sintetizza. L’Ultima Cena riassume ed avvia, è compimento della Redenzione ed è incomincio della Nuova Alleanza: tutto si avvia alla Passione, all’abbraccio che Cristo offrì al mondo che lo ripudiava.

Il Santissimo Sacramento dell’Altare è primo in dignità, in amore ed in stupore fra tutti i Sacramenti. Profetizzato dalla manna d’Egitto, annunciato quale promessa da Dio, adorato in perfetta santità da infinite schiere di Beati e di milizie angeliche: come potranno perniciose dottrine negare l’indissolubile legame fra l’Ultima Cena ed il Golgota? Come potranno gli eretici e gli infedeli affermare che Cristo venne al mondo per lasciarci un pane-simbolo: questa era la promessa antica? Iddio ci donò sé stesso sulla Croce ed in sempiterno sugl’Altari; ci donò una Chiesa che ci guidasse in indefettibile spirito di Verità; ci donò la mirabile Comunione dei Santi poiché «Io sono la vite, voi i tralci» (Io. XV, 5). Questa è la Fede che ha stupito il mondo, questo è il Dono d’Amore che ha mosso i cuori e convertito il mondo: la Cristiana Religione non è religione del libro al modo dei maomettani e non è neppure religione della legge al mondo dei giudei: è Religione di Amore di Dio, di presenza di Dio, di perfetta Chiesa costituita da Dio. In questo senso, nella Chiesa amministratrice di Sacramenti, si compie la frase «non può avere Iddio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre»: chi potrà avvicinarsi a Dio senza innestarsi sacramentalmente nella Sua vite? Chi potrà varcare le soglie del Paradiso disprezzando doni che nessun dio delle genti ha mai elargito? Chi potrà domandare a Dio Misericordia senza accostarsi ai spirituali medicinali lasciatici da Dio?

In quella cena — canta il Pange Lingua — «il Verbo fatto carne cambia con la sua parola il pane vero nella sua carne e il vino nel suo sangue». Accostiamoci dunque agli Altari ove si compie quotidianamente il sacrificio incruento del Signore; accostiamoci a quel Pane di Vita eterna che Iddio offrì alla Chiesa nell’Ultima Cena: e ricordiamoci che non siamo spettatori di un teatrino o di una Messa in cena, ma siamo protagonisti di un amore prodigioso del Signore Iddio. Chinate il capo dinnanzi alla Cena dell’Agnello, alla ricapitolazione dell’Ultima Cena che conduce Il Figlio dell’uomo e l’umana concupiscenza ai duri chiodi della Croce: «Tantum èrgo Sacramentum venerèmur cernui»1.


Note

  1. Si è scelto in questo commento di citare l’inno nella sua traduzione ufficiale adoperata dalla Liturgia della forma ordinaria del rito. Questo perché se il canto gregoriano è l’unica forma (che dovrebbe essere) ammissibile nel rito, è altrettanto vero che l’esegesi richiede il volgare, per poter meglio comprendere ciò che nella liturgia intoniamo solennemente nella lingua della Chiesa. ↩︎

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