C’è una differenza precisa tra una critica e una polemica costruita sulla deformazione dei fatti. La prima nasce dalla realtà e prova a comprenderla, la seconda parte spesso da un pregiudizio e cerca nella realtà soltanto ciò che può confermarlo.
È quanto sta accadendo attorno al furto avvenuto nell’abitazione fiorentina del cardinale Ernest Simoni. Una vicenda di cronaca è stata trasformata, sui social e in alcuni commenti, nell’ennesimo processo alla Chiesa. Ma, prima ancora, sarebbe sufficiente leggere con attenzione la notizia. Quei «30 mila euro» non erano 30 mila euro in contanti. Alcuni commenti hanno lasciato intendere che il cardinale custodisse nella propria abitazione 30 mila euro in contanti. Non è così. La cifra indicata dalla stampa riguarda il valore complessivo stimato dei beni sottratti. Tra questi, secondo quanto riportato da La Nazione, figurano medaglie e riconoscimenti ricevuti dal cardinale, tra cui il Fiorino d’Oro del Comune di Firenze, un calice d’oro utilizzato per la celebrazione della Messa, alcuni monili appartenenti alla moglie del nipote, orologi di valore contenuto e una quantità limitata di denaro contante. Non si tratta, dunque, di 30 mila euro trovati in casa. La distinzione è la differenza tra raccontare un fatto e costruire, a partire da quel fatto, una storia completamente diversa.
Anche un altro elemento della vicenda merita di essere ricordato. Nell’abitazione non viveva soltanto il cardinale. Con lui risiedevano il nipote Antonio e la moglie. L’appartamento, di proprietà dell’Opera del Duomo e destinato ai canonici, era utilizzato da Simoni in quanto canonico onorario, mentre i familiari vi abitavano stabilmente. Sono elementi che cambiano radicalmente la percezione della vicenda rispetto alla narrazione, circolata online, del «cardinale con 30 mila euro in casa».
Criticare la Chiesa possiamo sopportarlo. Alterare i fatti no. Come cattolici non abbiamo alcun bisogno di difendere la Chiesa attraverso il silenzio. Quando un uomo di Chiesa sbaglia, deve essere possibile dirlo. Quando emergono scandali, devono essere accertati e denunciati. Quando un sacerdote, un vescovo o un cardinale viene meno ai propri doveri, non esiste alcuna immunità fondata sull’abito che indossa. La Chiesa stessa non insegna questo. I suoi ministri sono uomini, con le loro fragilità, i loro limiti e i loro peccati e il Vangelo ci ricorda: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra» (Gv 8,7). Proprio perché la verità deve essere cercata, non è accettabile trasformare una notizia in un’accusa che la notizia stessa non sostiene. Una critica seria comincia dai fatti e ai fatti deve rimanere fedele. Nel caso del cardinale Simoni, poi, la cronaca del furto si intreccia con una storia personale che meriterebbe ben altro rispetto.

Ernest Simoni è un sacerdote che ha conosciuto direttamente la persecuzione religiosa. In Albania, sotto il regime comunista di Enver Hoxha, fu arrestato nella notte di Natale del 1963 mentre celebrava la Messa. Fu condannato alla prigionia e ai lavori forzati. La biografia ufficiale della Santa Sede ricorda come, durante gli anni della detenzione, il regime avesse cercato di provocarlo affinché manifestasse odio nei confronti dei suoi persecutori. La sua risposta fu invece quella del perdono e della preghiera. È una pagina della sua vita che non assolve nessuno da eventuali responsabilità, ma che certamente contribuisce a comprendere chi sia l’uomo al centro di questa vicenda. E c’è un particolare del furto di Firenze che, più di molti commenti, restituisce il tono umano della storia. Quando il nipote gli comunicò che l’abitazione era stata svaligiata, Simoni chiese anzitutto se fossero state danneggiate le statue religiose presenti nella sua stanza, tra cui quelle della Madonna e di Padre Pio. Quando seppe che erano rimaste intatte, avrebbe risposto semplicemente: «Allora poco male». È questo il dato che emerge dalla vicenda, non tanto l’immagine di un anziano ecclesiastico intento a custodire una fortuna in contanti, ma quella di un uomo che, di fronte a un furto, si preoccupa innanzitutto che le immagini sacre siano rimaste intatte.
Difendere la Chiesa significa anche difendere la verità. Per un cattolico, difendere la Chiesa non significa giustificare ogni comportamento di ogni suo ministro. Significa, prima di tutto, amare la verità e la verità impone di riconoscere tanto le colpe quanto le ingiustizie. Nessuno dovrebbe essere trasformato in colpevole sulla base di una notizia che è stata privata dei suoi elementi essenziali. È una questione di giustizia, prima ancora che di appartenenza religiosa. Le parole del Cristo richiamano alla responsabilità nell’accogliere e nel giudicare la missione dei suoi discepoli: «Chi ascolta voi ascolta me; chi disprezza voi disprezza me» (Lc 10,16). La tradizione della Chiesa ha letto questo passo anche alla luce della missione affidata agli apostoli e, attraverso la successione apostolica, ai ministri della Chiesa. La dignità del ministero cristiano merita rispetto, anche quando chi lo esercita deve essere corretto e significa, soprattutto, che la critica non può trasformarsi in derisione sistematica, sospetto permanente o disinformazione.
San Giovanni mette sulle labbra di Gesù una definizione severa del male della menzogna: «Il diavolo […] è menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44). Per il cristiano, dunque, la ricerca della verità non è un esercizio, ma è un atto di responsabilità. Anche quando una versione deformata della realtà è più facile da condividere. È proprio allora che occorre fermarsi, verificare, leggere. Nel caso di Firenze, la realtà è molto più semplice della polemica costruita intorno ad essa: dei ladri sono entrati in un’abitazione nella quale vivevano più persone, hanno provocato danni e hanno sottratto beni il cui valore complessivo è stato stimato in circa 30 mila euro. Tra questi vi erano riconoscimenti del cardinale, oggetti appartenenti ai familiari del nipote, un calice utilizzato per la celebrazione della Messa e una quantità limitata di denaro contante. Il cardinale, informato del furto, si è preoccupato anzitutto delle immagini sacre nella propria stanza. Questo è ciò che raccontano i fatti, il resto appartiene alla polemica, per giunta sterile.
