Nel calendario del 1962 il 3 ottobre porta una festa di terza classe, paramenti bianchi: santa Teresa di Gesù Bambino, vergine. La Messa ha un nome che rimanda al Cantico dei Cantici: Veni de Líbano, «vieni dal Libano» (Ct 4,8), e un proprio interamente suo, non attinto al comune delle vergini1. Il sacerdote lo legge in pochi minuti, dopodiché arriva all’orazione, e lì accade qualcosa che l’occhio distratto non coglie: la Chiesa cambia interlocutore. Le collette del rito romano si rivolgono per antica consuetudine al Padre, per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, e si chiudono di conseguenza. Quella del 3 ottobre fa eccezione. Infatti, comincia parlando direttamente a Nostro Signore: Dómine, qui dixísti: Nisi efficiámini sicut párvuli, non intrábitis in regnum cælórum, «Signore, tu che hai detto: se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3), e termina con: Qui vivis et regnascum Deo Patre, «tu che vivi e regni con Dio Padre», la formula che il rito riserva alle orazioni dirette al Figlio2. Nel Messale le collette costruite in questo modo sono rare, e la scelta ha una ragione precisa: la condizione posta da Cristo viene ripresentata a Cristo, perché sia Lui a renderla praticabile in chi la domanda, in seguito chiede di seguire le orme della vergine Teresa nell’umiltà e nella semplicità del cuore, al fine di conseguire i premi eterni3. La Chiesa, dunque, cita a Cristo le sue stesse parole e gliene domanda l’adempimento nei fedeli. Non è un omaggio devoto alla monaca di Lisieux. È un atto di fede nella parola del Verbo incarnato. Il 14 agosto 1921, nell’Aula concistoriale del Palazzo Vaticano, Benedetto XV prese la parola al termine della lettura del decreto sull’eroicità delle virtù della serva di Dio Teresa del Bambin Gesù, e volle fissare, prima di ogni altare e di ogni immagine, il giusto concetto dell’infanzia spirituale4. Il Pontefice partì da una scena domestica: il bambino che ancora procede con passo il passo, davanti al pericolo, corre a nascondersi fra le braccia della madre; accolto e stretto al seno di lei, depone ogni timore e torna a respirare. Dall’immagine passò alla definizione, affermando: «L’infanzia spirituale è formata da confidenza in Dio e da cieco abbandono nelle mani di Lui». La cronologia conta quanto le parole: mancavano ancora due anni alla beatificazione, e il culto pubblico non era permesso, ma il Magistero descrisse la via prima ancor prima di autorizzare la venerazione di chi l’aveva percorsa. Quel discorso vale soprattutto per ciò che esclude, ovvero il superbo sentire di sé; esclude la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine soprannaturale; esclude la fallacia di bastare a sé nell’ora del pericolo e della tentazione. Al contrario, suppone fede viva nell’esistenza di Dio, omaggio pratico alla Sua Potenza e alla Sua Misericordia, ricorso fiducioso alla Provvidenza5. Infine, precisa il Papa sgombrando il campo da una mera lettura sentimentale:
«Le parole del Signore non descrivono uno stato ma comandano un mutamento e un lavoro: chi fanciullo non è più deve tornare a esserlo, e questo costa. Sarebbe ridicolo pretendere di riprendere l’aspetto e la debolezza dell’età infantile; non è fuor di ragione riprenderne le virtù».
Il proprio della Messa insegna la medesima dottrina con i suoi testi. Al versetto del Cantico, l’introito accosta il salmo che chiama alla lode i fanciulli (Sal 112,1); il graduale è la benedizione che Nostro Signore rivolge al Padre, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le ha rivelate ai piccoli (Mt 11,25); l’epistola è la pagina in cui Dio promette di consolare come una madre consola il suo bambino (Is 66,13); l’antifona di comunione, tratta dal cantico di Mosè, descrive il Signore che circonda l’anima, la istruisce, la custodisce come la pupilla dell’occhio e, come l’aquila, spiega le ali e la porta sulle proprie spalle (Dt 32,10-12)6. L’immagine materna del discorso del 1921 ritorna così, di lì a pochi anni, nel libro liturgico. Su questo aspetto vale la pena soffermarsi. Nella Messa di una monaca che al divino servizio non consacrò, per dirla con Benedetto XV, né lunghi anni né ardue imprese, il soggetto dei verbi non è quasi mai lei. La piccola via non è una tecnica di ascesa; è il consenso a lasciarsi portare. Roma non tardò a riconoscerlo: san Pio X firmò il decreto d’introduzione della causa il 10 giugno 1914, seguirono la beatificazione il 29 aprile 1923 e la canonizzazione il 17 maggio 19257; infine, il 14 dicembre 1927, Pio XI proclamò la religiosa carmelitana patrona principale di tutte le missioni cattoliche, accanto a san Francesco Saverio8.
A voi, che vivete in un tempo abile nel fingere, la festa del 3 ottobre domanda qualcosa di preciso e di scomodo. Chiede di smettere di trattare la vita spirituale come un’impresa vostra, misurata sui progressi e amministrata a forza di propositi. Su che cosa poggia la vostra pace quando cadete? Se poggia sulla contabilità delle vittorie, la piccola via vi è ancora ignota, e l’orazione del Messale vi resta in bocca senza radice. Il bambino del discorso di Benedetto XV non discute la propria debolezza: la porta con sé come titolo per essere preso in braccio. Fatelo anche voi, e senza cerimonie. Nell’ora della caduta non contrattate con Dio: tornate. Teresa morì a Lisieux la sera del 30 settembre 1897, a ventiquattro anni, dentro una clausura che il mondo non conosceva. Tre giorni dopo, ogni anno, la Chiesa sale all’altare e chiede a Cristo di far diventare bambini gli uomini fatti.
Note
- Missale Romanum, Proprium Sanctorum, die 3 octobris, In festo S. Teresiæ a Iesu Infante Virginis. Il formulario è proprio in tutte le sue parti (introito, colletta, epistola, graduale, alleluia, vangelo, offertorio, secreta, comunione, postcomunione). ↩︎
- Nel rito romano l’orazione rivolta al Padre si chiude Per Dóminum nostrum Iesum Christum…, quella rivolta al Figlio Qui vivis et regnascum Deo Patre in unitáte Spíritus Sancti, Deus…. La norma, con l’annotazione che l’orazione è di regola diretta al Padre «ex antiqua traditione Ecclesiæ», è ripresa anche dall’Institutio generalis Missalis Romani, ed. 2002. ↩︎
- Missale Romanum, ibid., Oratio: «Dómine, qui dixísti: Nisi efficiámini sicut párvuli, non intrábitis in regnum cælórum: da nobis, quǽsumus, ita sanctæTerésiæ Vírginis in humilitáte et simplicitáte cordis vestígia sectári, ut prǽmia consequámur ætérna. Qui vivis et regnas…». ↩︎
- Benedetto XV, Discorso al termine della lettura del decreto della S. Congregazione dei Riti sulle «virtù esercitate in grado eroico» dalla serva di Dio Teresa del Bambin Gesù, Aula concistoriale del Palazzo Vaticano, 14 agosto 1921. ↩︎
- Ibid.: l’infanzia spirituale «esclude il superbo sentire di sé; esclude la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine soprannaturale; esclude la fallacia di bastare a sé, nell’ora del pericolo e della tentazione». ↩︎
- Missale Romanum, ibid.: Introitus Ct 4,8-9 con Sal 112,1; Graduale Mt 11,25 e Sal 70,5; Epistola Is 66,12-14; Evangelium Mt 18,1-4; Communio Dt 32,10-12. ↩︎
- Giovanni Paolo II, Lett. ap. Divini amoris scientia, 19 ottobre 1997, per le date del decreto d’introduzione (10 giugno 1914), dell’eroicità delle virtù (14 agosto 1921) e della beatificazione (29 aprile 1923). ↩︎
- La proclamazione a patrona principale di tutte le missioni cattoliche, con san Francesco Saverio, è datata 14 dicembre 1927 (decreto della S. Congregazione dei Riti). La data è concordemente attestata dalle fonti consultate; il testo del decreto non è stato riscontrato negli Acta Apostolicæ Sedis e andrebbe verificato prima di ogni citazione ulteriore. ↩︎
