In un articolo dello scorso anno1 – che invito il lettore ad approfondire – abbiamo trattato del fondatore della Compagnia di Gesù, Sant’Ignazio di Loyola, e abbiamo ammirato la sua straordinaria figura di guerriero che si offre come cavaliere di Cristo: “Chi vorrà riformare il mondo cominci da sé stesso”. La Compagnia di Gesù nasce nel 1540 per approvazione di Papa Paolo III, in un momento di lotta che la Chiesa stava affrontando contro la diffusione dell’errore protestante propugnato dalla Riforma di Lutero.
«E benché apprendiamo dal Vangelo, sappiamo per fede ortodossa, e crediamo fermamente che tutti i fedeli cristiani sono sottomessi al Romano Pontefice come a capo e a Vicario di Gesù Cristo, tuttavia, per una maggiore devozione all’obbedienza verso la Sede Apostolica e una maggiore abnegazione delle nostre volontà, e una più sicura direzione dello Spirito Santo, abbiamo giudicato sommamente opportuno, che ognuno di noi e chiunque farà in seguito la medesima professione, oltre che al vincolo dei tre voti sia legato da un voto speciale. In forza di esso, tutto ciò che l’attuale Romano Pontefice e gli altri suoi successori comanderanno come pertinente al progresso delle anime ed alla propagazione della fede, ed in qualsivoglia paese vorranno mandarci, noi, immediatamente, senza alcuna tergiversazione o scusa, saremo obbligati ad eseguirlo, per quanto dipenderà da noi; sia che giudicheranno inviarci presso i Turchi, sia ad altri infedeli, esistenti nelle regioni che chiamano Indie, sia presso gli eretici, scismatici o fedeli quali che siano»2.
In questo progetto di vita si innesta e snoda la nascita della Compagnia di Gesù nonché il suo fondamento di vita che si distingue da tutti gli Ordini di quel specifico momento storico: il voto di obbedienza al Sommo Pontefice circa le missioni, promettendo di recarsi ovunque il Pontefice li avrebbe destinati, mettendo così in luce, la natura missionaria dell’Ordine3.
Nonostante l’entusiasmo iniziale e la forte vocazione alla missione, non tutti potevano essere inviati ovunque; risulta evidente che per affrontare determinate “avventure”, siano necessarie caratteristiche sì spirituali ma anche fisiche che rendano efficace la missione di evangelizzazione. Tale evidenza di ordine naturale, rese necessario normare il procedimento di scelta dei religiosi per le missioni e inquesta necessitàsi innestano le “litteraeindipetae” dal latino petereIndias, ossia aspirare alle Indie4.
Ciascun gesuita che aspirava all’assegnazione ad una missione (non necessariamente le Indie, ma in qualsiasi parte del mondo), inviava una lettera al Preposto Generale che era incaricato di valutarne la “candidatura”. Oltre 14.000 indipetae dell’Antica Compagnia (1540-1773) sono conservate presso l’Archivio Romano della Compagnia, in un fondo che non ha eguali in altri ordini religiosi, sia per la consistenza dei documenti, sia per la lunga durata cronologica. Queste lettere ci permettono di indagare il carisma di questo ordine e le vocazioni di coloro che aspiravano fortemente alle Indie; possiamo considerarle non solo dal punto di vista prettamente burocratico-amministrativo, ma anche fonti di carattere spirituale. Più spesso di quanto si pensi, queste lettere venivano inviate da candidati mossi da un sentimento di riconoscenza verso grazie e miracoli ricevuti, tra i quali guarigioni miracolose, grazie, visioni ecc. Ruolo importante quindi era rivestito dal Preposto che riceveva numerose richieste e doveva essere in grado di ben discernere, oltre a livello fisico, anche a livello spirituale se effettivamente si trattasse di una vocazione o solamente una suggestione dovuta al momento di forte gratitudine nei confronti della Grazia ricevuta5.
Tanti venivano respinti, tanti venivano accolti nella Compagnia ma, di fatto, mai inviati in missione nelle Indie; un esempio che possiamo riportare è quello di Carlo Sarti, un gesuita nato nel 1706 a Cremona. Cito questo esempio perché le sue tre indipetae sembrano essere le più infuocate tra quelle ritrovate nonché le più insistenti e nonostante ciò non fu mai ritenuto idoneo per la missione sebbene avesse molte altre qualità.
La sua vocazione era nata quando “certi nostri che andavano all’Indie” gli “lasciarono un cotal fuoco” che egli ne rimase “così preso e infervorato, che mai in questo genere mi son ponto lasciato intiepidire”. Essendo da poco entrato nell’ordine, ne parlò col Maestro dei novizi e questi avvalorò la veridicità del suo desiderio; anzi gli assicurò per lettera “conosco e tocco con mano che Digitus Dei est hic”. Emozionante è il passaggio in cui, per spiegare la motivazione che lo porta ad una vocazione così forte verso le Indie (nel suo caso la Cina) dice: “Quando penso a quella povera gente, oh mio Gesù […] e voi eleggete, e voi chiamate me per aiutarle! […] io piango nel sol scrivere a Vostra Paternità questi pochi miei sensi”6.
Ed era proprio questo l’animo di molti altri gesuiti che furono scelti per l’evangelizzazione nelle Indie: portare il Vangelo ad anime che non avevano mai sentito il dolce suono del nome di N. S. Gesù Cristo; e questo infervorava gli animi: com’è possibile che esistano persone che non hanno avuto la gioia di conoscere l’amore infinito di Nostro Signore? E come il Sarti, tanti erano pronti ad offrire la propria vita a servizio di Nostro Signore e a Sua maggior gloria.
Le indipetae rappresentano una delle testimonianze più ferventi di fede ed amore per Nostro Signore e la salvezza delle anime. Lo sguardo dei loro autori era rivolto alla moltitudine che ancora viveva nell’errore e nell’idolatria, privi dei mezzi ordinari di salvezza affidati da Nostro Signore alla Sua Chiesa.
Questi religiosi avevano piena coscienza del mandato evangelico: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti» (Mt 28, 19). Per essi, l’annuncio della vera fede, l’amministrazione dei sacramenti e la conversione dei popoli era il più grande bene che si potesse offrire agli uomini.
Le parole infuocate che abbiamo riportato e di tanti altri gesuiti rimasti sconosciuti alla storia manifestano una carità soprannaturale che ogni cattolico è chiamato a condividere; condividere quello stesso zelo per la gloria di Dio e per la diffusione del Regno di Cristo.
In questa nostra epoca segnata dall’indifferentismo religioso e dall’oblio delle verità eterne, l’esempio di questi missionari ci ricorda che la fede cattolica possiede un carattere prettamente apostolico e missionario. Nel corso degli ultimi decenni, la coscienza missionaria ha subito un progressivo affievolimento in molte realtà dell’occidente. La diminuzione delle vocazioni missionarie, la chiusura di numerose missioni storiche e una crescente difficoltà nel proporre esplicitamente la conversione alla fede cattolica, come unica via di salvezza, costituiscono fenomeni ormai sotto gli occhi di tutti. A ciò si aggiunge una mentalità diffusa che tende a considerare tutte le religioni come sostanzialmente equivalenti, rendendo meno percepita l’urgenza dell’annuncio evangelico che aveva animato i missionari dei secoli passati.Nelle varie lettere i gesuiti ci insegnano, mediante il loro fervido amore, che amare veramente il prossimo significa desiderare prima di tutto la sua salvezza eterna che non possono ottenere senza conoscere, amare e servire N. S. Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita; ci ricordano che il vero spirito missionario nasce sempre da una fede viva e da un autentico amore per N. S. Gesù Cristo. Quando questi elementi vengono meno, anche lo slancio apostolico inevitabilmente si indebolisce; quando invece ardono nei cuori, la Chiesa ritrova quella forza che nei secoli l’ha sospinta.
È questa la lezione che le indipetae continuano a trasmettere attraverso i secoli: il fuoco della carità soprannaturale non conosce confini, perché arde per la maggior gloria di Dio e per la conquista delle anime alla Verità.
Note
- https://www.ecclesiadei.it/santignazio-di-loyola-e-i-gesuiti/; ↩︎
- Formula vivendi. Cfr. I. di Loyola, Gli scritti, a cura di M. Gioia, Utet, Torino, 2013; ↩︎
- Bianchini P., Rochini M., Le lettere indipetae come fonte per la storia della Compagnia di Gesù. Considerazioni storiografiche e metodologiche., cfr. https://iris.unito.it/retrieve/ae032b70-1caf-4dc5-bcb7-17f63ccca9e2/01.Bianchini%20-%20Rochini.pdf; ↩︎
- ibidemg ↩︎
- Frei E., Dottorato di ricerca Inter-Ateneo in Storia della Società, delle Istituzioni e del Pensiero dal Medioevo all’Età Contemporanea, “Sfoghi di un cuore infiammato”. Il desiderio dei gesuiti italiani per le Indie orientali (1687-1730), 2016-2017, Università degli Studi di Trieste – Università degli Studi di Udine; ↩︎
- ibidem. ↩︎