In un momento storico come il nostro, in cui si diffonde anche fra i cristiani la vaga idea per cui il perdono sia una specie di automatismo di Dio, indipendente dal pentimento, certamente suscitano stupore le parole di Gesù: «A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro» (Mt 12:32); e ancora: «Ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna» (Mc 3:29).
D’altra parte, tuttavia, sarebbe contrario alla misericordia di Dio non concedere il perdono a chi è veramente pentito, perché «com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore Dio – io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33:11).
Per orientarsi nella questione1, quindi, diventa necessario conciliare questi due aspetti appena citati.
Si tratta, in primo luogo, di definire due elementi: in cosa consiste la «bestemmia contro lo Spirito», e in che senso essa non sarà perdonata.
Utile a questo proposito è l’esempio della malattia2. Se un malato non vuole assumere la sua medicina, tale malato non potrà guarire.
Ora, nello stesso senso, il peccatore che non vuole accogliere il perdono, non potrà essere perdonato. «Bestemmiare lo Spirito Santo» equivale a non voler assumere la medicina: non significa, quindi, ingiuriare a parole lo Spirito Santo, ma significa invece non uscire da uno stato di peccato perché non si è disposti ad accettare i doni dello Spirito (primo fra tutti il perdono stesso). Fintantoché il malato non assumerà la medicina non sarà perdonato (ma se la assumerà sarà perdonato).
Identifichiamo, dunque, la bestemmia contro lo Spirito nel rifiuto dei suoi stessi doni — in primis la grazia — la quale genera quel pentimento necessario a ottenere il perdono. In quest’ottica, il peccato diventa «imperdonabile» non per un limite della misericordia divina, ma per la persistenza del peccatore in uno stato di negazione: finché si respinge il rimedio, la guarigione è impossibile. Il perdono non è un automatismo, ma l’incontro tra la grazia offerta e il pentimento accolto.
Chi, dunque, rifiuta i doni dello Spirito (in questo rifiuto, infatti, abbiamo visto sopra che consiste la bestemmia contro lo Spirito) non li riceverà. Ed essendoci fra questi doni il perdono, non lo riceverà. Chi lo vuole invece lo riceverà.
Potrebbero sorgere dei dubbi, ora, in relazione al fondamento di questi ragionamenti, i quali potrebbero sembrare non sufficientemente ancorati alle parole di Gesù. A questo fine (oltre a specificare, ovviamente, che l’impostazione della presente questione riprende la Tradizione cattolica quasi letteralmente), è opportuno indicare gli elementi della Scrittura su cui si regge l’analisi proposta.
In effetti, la parola «bestemmia» nell’espressione «bestemmia contro lo Spirito» suggerirebbe di intendere tale peccato come una vera e propria ingiuria verbale, più che uno stato di rifiuto dei doni dello Spirito. Il termine «bestemmia», tuttavia, è da intendere come un’analogia. La bestemmia vera e propria, infatti, consiste nella contravvenzione del secondo comandamento, il quale non recita «non ingiuriare Dio», ma di non nominarlo «invano». E, in un certo senso, la bestemmia contro lo Spirito è legata proprio al «vanificarne» i doni3. La soluzione opposta, invece, produrrebbe degli esiti irragionevoli, quasi come se fosse più grave insultare lo Spirito Santo che il Padre; o quasi come se l’imprecazione sia un peccato più grave dell’uccisione del Figlio di Dio (che pure è stata perdonata).
Il legame, poi, fra lo Spirito Santo e la remissione dei peccati (e dunque fra la sua bestemmia e il rifiuto del perdono) appare con evidenza in tutta la Scrittura: soprattutto in Gv 20:22-23, dove Gesù, dopo aver detto agli apostoli «Ricevete lo Spirito Santo», subito aggiunge «a chi rimetterete i peccati saranno rimessi»4.
La Tradizione della Chiesa5 ha allora suddiviso la bestemmia contro lo Spirito in sei specie, tutte caratterizzate da un certo rifiuto dei doni dello Spirito Santo:
- disperazione della salvezza (quella di Giuda6, che crede di non poter essere perdonato e per questo si suicida: quasi come se la miseria dell’uomo fosse più grande della misericordia di Dio7);
- presunzione di salvarsi senza merito (pericolosamente diffusa anche fra alcuni cristiani che si sentono misteriosamente esenti dall’obbligo di osservare la legge di Dio);
- impugnare la verità conosciuta;
- invidia della grazia altrui (si pensi al fratello del figliol prodigo, che resta fuori dalla festa perché quest’ultimo, appena tornato, ha ricevuto la grazia);
- ostinazione nei peccati;
- impenitenza finale (alla quale conducono e si «risolvono» gli altri peccati contro lo Spirito).
Di esse si tratterà dettagliatamente nei successivi articoli.
In conclusione, tornando ai nostri tempi, da cui eravamo partiti ad inizio articolo, c’è il rischio di automatizzare il perdono, sorvolando sul pentimento. Ci si abitua così all’illusione secondo la quale, in fondo, noi non dobbiamo pentirci, perché non c’è nulla di cui pentirsi. Si vuole in sostanza arrivare ad affermare che noi, in realtà, non commettiamo veri e propri errori, ma solo “esperienze” di crescita.
Il malato che nega la malattia, tuttavia, non riceve la cura, riceve la morte.
Note
- Questione che Agostino dice essere la più impegnativa delle Scritture (Sermone 71, 5.8). Aggiunge anche di aver a lungo evitato di parlarne per la difficoltà della questione stessa. ↩︎
- Esempio presente nel Catechismo Tridentino, 246 ed anche in Somma Teologica II-II 14,2. ↩︎
- Una considerazione a tal proposito è stata effettuata anche da Gianfranco Ravasi su L’Osservatore Romano. ↩︎
- Agostino, nel Sermone 71, interamente dedicato alla tematica della bestemmia contro lo Spirito Santo,sottolinea l’aspetto ora evidenziato.
Fra l’altro, Agostino lega il peccato contro lo Spirito con il permanere nello scisma, sottolineando come gli scismatici non hanno lo Spirito Santo, in virtù delle parole di Gesù stesso in Mt12:30 («chi non è con me è contro di me») pronunciate prima di parlare della bestemmia contro lo Spirito. ↩︎ - Si veda, solo a titolo di esempio, Somma Teologica II-II 14,2. Alla bestemmia contro lo Spirito Santo è dedicata l’intera questione 14. ↩︎
- L’esempio è accennato da Agostino ne Il discorso del Signore sulla montagna, libro I, 22(74-75). ↩︎
- Simile, per cercare un riferimento nel Vangelo, alla confusione che i farisei hanno quando paragonano la grandezza della potenza di Cristo con quella di Belzebù, confusione che determina il loro ammonimento. ↩︎