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I sette Vizi capitali: la superbia

«A saeculo confregisti iugum tuum, rupisti vincula tua et dixisti: Non serviam! In omni enim colle sublimi et sub omni ligno frondoso tu prosternebaris meretrix.» «Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Non ti servirò! Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita.» (Geremia 2, 20)

La superbia, nota anche come vanità, orgoglio o arroganza, è secondo la dottrina cattolica il peccato primigenio e matrice di ogni vizio. Si manifestò per la prima volta nel rifiuto di Satana di sottomettersi a Dio, un atto di orgoglio che ha poi segnato la sua caduta. L’atteggiamento di Satana viene sintetizzato nell’opera di John Milton, il Paradiso perduto, con questa frase: «Non serviam, non servirò».  Come si è già spiegato, il primo peccato dell’angelo non poteva essere che la superbia; e la superbia cerca la propria eccellenza. [1]

Ora, la superbia desidera la propria eccellenza oltre i limiti della retta ragione: poiché, come dice Sant’Agostino: «La superbia è il desiderio di una grandezza sregolata». «Essa è un’imitazione perversa di Dio. Infatti la superbia non sopporta l’uguaglianza con altri sotto di lui, ma vuole imporsi agli uguali al posto di Dio». [2] Similmente, attraverso l’orgoglio, Adamo ed Eva furono sedotti verso il desiderio di esistere autonomamente da Dio, un tragico errore che ha compromesso l’umanità intera. 

Come sta scritto nel libro del profeta Geremia, questo atteggiamento, questa radice da cui derivano tutti i peccati, la superbia, ha afflitto non solo i nostri progenitori, bensì anche il popolo eletto, il popolo di Israele e affligge ogni persona senza tregua. Molti di noi, pur non opponendosi apertamente a Dio come fece Satana, si rendono colpevoli di orgoglio quando contraddicono gli insegnamenti della Chiesa, adottando un magistero personale e seguendo il proprio ego anziché la guida divina.

Questo peccato ci rende ciechi delle nostre debolezze e di quelle altrui, spingendoci a cercare l’adulazione piuttosto che la verità. La vanità può portare a una comunicazione interrotta e a un decadimento delle cortesie sociali, che dovrebbero invece arricchire la nostra comunità e le nostre relazioni. Bisogna però distinguere tra questo vizio e una sana autostima, che Aristotele chiamava magnanimità, una nobiltà d’animo che ci orienta verso i più alti beni senza superbia. Questa virtù ci permette di vivere in piena armonia con il dono che Dio ha fatto a noi stessi, invitandoci a un’esistenza di servizio umile e obbediente verso gli altri.

L’umiltà è l’antidoto alla superbia. Essa non nasconde i nostri talenti, ma ci permette di riconoscerli come doni divini destinati al servizio amorevole. San Paolo ci esorta ad adottare l’atteggiamento di Cristo, che, pur essendo divino, si è umiliato fino alla morte per amore nostro. [3] Attraverso l’esemplificazione della vita di Cristo e l’adozione della logica del dono, possiamo combattere l’orgoglio e aspirare a una santità che celebra la verità del nostro essere stati creati ad immagine di Dio, pronti a ricevere e offrire amore in abbondanza. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo cercare di imitare.

Come anche la parabola del fariseo e del pubblicano, la quale funge da avviso per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». [4] Al non serviam dobbiamo contrapporre il serviam, o meglio il Fiat. Quel Fiat di Maria Santissima che, nella sua immensa umiltà, si è posta al servizio totale di Dio nel momento dell’Annunciazione e dell’Incarnazione del Figlio. Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l’angelo partì da lei.»[5]


  1. Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, Parte Iª, q. 63, 2
  2. Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, Parte IIª-II, q. 162, 2
  3. Fil 2,4-11
  4. Lc 18, 9-14
  5. Lc 1, 38

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