Né il pacifismo ideologico né la deferenza verso le potenze secolari, sebbene la superficialità di alcune analisi cada nel vizio di cedere a una delle due tentazioni speculari: né l’uno né l’altra costituiscono il criterio secondo il quale la Chiesa si esprime in merito alla annosa questione della guerra. Il primo, infatti, tutela l’ingiustizia rinunciando a combatterla, mentre la seconda consacra la violenza dispensandola da ogni giudizio morale. La posizione cattolica si colloca così in uno spazio assai più esclusivo: riconosce che la guerra può essere, in certi casi determinati, moralmente lecita, ma subordina questa liceità a condizioni rigorose che non spetta ai belligeranti definire a proprio vantaggio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (2307-2309), da un lato illustra come la Chiesa esorti senza sosta a pregare e operare perché la bontà divina liberi l’umanità dall’antica schiavitù della guerra, mentre dall’altro riconosce che, fintantoché esisterà il pericolo della guerra, non si potrà negare ai governi il diritto alla legittima difesa. Le condizioni che rendono questo diritto moralmente esercitabile sono precise e cumulative: il danno inflitto dall’aggressore deve essere grave, certo e durevole; ogni alternativa pacifica deve essere stata esaurita; i mezzi impiegati devono essere proporzionati al male da eliminare; deve esistere una ragionevole speranza di successo. La valutazione spetta, come sottolinea il Catechismo, al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune, e non invece alle potenze egemoni, alle alleanze militari o agli interessi economici travestiti da cause umanitarie. Il magistero stabilisce il quadro, ossia le condizioni di legittimità, e ne affida l’applicazione alla prudenza politica illuminata dalla legge morale.
Questo è stato da sempre il compito della teologia al servizio della Chiesa sul tema: non benedire le armi né condannare in astratto ogni uso della forza, ma fornire i criteri entro cui il ricorso alla violenza può essere, in extremis, giustificato. Pertanto, la riflessione sulla cosiddetta “guerra giusta”, che ha attraversato l’intera Scolastica, non ha l’obiettivo di giustificare il conflitto, ma quello di sottrarlo all’arbitrio, vincolando il ricorso alla violenza al perseguimento di un ordine oggettivo di giustizia.
La sua formulazione classica si trova nella Summa Theologiae (II-II, q. 40,a. 1), dove San Tommaso d’Aquino stabilisce tre condizioni per la liceità della guerra: autorità legittima (auctoritas principis), causa giusta (causa iusta, intesa come colpa oggettiva di chi viene combattuto), retta intenzione (intentio recta, orientata al bene comune e non alla cupidigia o alla vendetta). Le tre condizioni non sono indipendenti: la terza qualifica interiormente le prime due, impedendo che una causa oggettivamente giusta diventi pretesto per fini inconfessabili.
In prospettiva tomista, la giustizia non nasce da un accordo tra le parti né è il risultato di un negoziato tra interlocutori, ma è frutto della partecipazione dell’ordine umano all’ordine divino. La guerra, che non è mai un bene, può essere ritenuta moralmente lecita come mezzo subordinato al ristabilimento di un ordine violato.
L’esercizio lecito della violenza è sottoposto, quindi, al vaglio di un criterio che la precede e la giudica, e che trova espressione nella legge naturale, nella partecipazione della creatura razionale alla legge eterna, nella misura della giustizia accessibile alla ragione e mai riducibile al metro della sola volontà umana.
Rimangono tuttavia aperte alcune questioni decisive: come si applica questo criterio quando il mondo cambia forma, quando compaiono nuovi attori, nuovi diritti e nuove forme di conflitto? In che misura un’epoca condizionata da guerre ibride, guerre totali, guerre “a pezzi”, può e deve recepire la lezione della più alta tradizione cattolica? È la domanda che la stessa Scolastica successiva, quella spagnola su tutte, e noi con lei, si troverà ad affrontare, rivelando la profondità di questo impianto e insieme la difficoltà di custodirlo intatto nonostante l’avvio del processo di secolarizzazione; tenendo sempre fermo l’orizzonte di porsi come argine al dilagare della violenza.