Le convulsioni che hanno nuovamente scosso il Medio Oriente – dall’Iran a Dubai, sino ad altri Paesi coinvolti in una spirale di tensioni – impongono una parola ben ponderata, grave e responsabile. Ogni conflitto armato, qualunque sia la matrice politica o strategica che lo innesca, reca con sé un carico di sofferenza che supera di gran lunga le rivendicazioni che pretende di difendere.
La guerra non è mai un destino ineluttabile; è una scelta e come ogni scelta umana, è sottoposta al giudizio della coscienza e della storia. La tradizione cristiana, lungi dall’indulgere a facili irenismi, ha sempre considerato il ricorso alle armi come extrema ratio, circoscritta da criteri morali rigorosissimi. Quando tali criteri vengono travolti dalla logica della deterrenza o della ritorsione preventiva, si apre un abisso in cui la dignità della persona umana rischia di essere sacrificata sull’altare dell’interesse geopolitico. Ogni vita è inviolabile, che nessuna ragion di Stato può giustificare l’annientamento dell’innocente, che la pace non si edifica sull’umiliazione dell’avversario ma sulla giustizia e sul riconoscimento reciproco. «La pace è opera della giustizia» (Is 32,17), ci ricorda il profeta Isaia. Siamo vicini a tutte le vittime, a chi vive sotto regimi oppressivi, a chi subisce ritorsioni, a chi perde casa, lavoro, affetti; ai bambini che crescono sotto il fragore delle sirene, agli anziani che vedono dissolversi in poche ore ciò che in una vita avevano costruito. Ogni lacrima interpella la coscienza del mondo.
Rigettiamo con fermezza ogni forma di violenza, sia essa militare, ideologica o culturale. La cultura dell’odio, alimentata talora da retoriche incendiarie e da narrazioni semplificatrici, prepara il terreno al conflitto aperto. Come credenti, non ci sottraiamo alla responsabilità della preghiera perché significa riconoscere che la storia rimane nelle mani di Dio. Egli può suscitare vie inattese di riconciliazione là dove l’uomo vede soltanto vicoli ciechi.
A quanti soffrono, giunga la nostra solidarietà e il nostro sostegno. A quanti governano, il richiamo a una responsabilità che travalica il contingente e a noi stessi, l’impegno a non assuefarci alla guerra come a un fenomeno ordinario. La pace è frutto di verità, di giustizia, di rispetto per la legge naturale inscritta nel cuore dell’uomo. Difenderla è un dovere di civiltà.
Alex Vescino
Direttore