Un Occidente che non sa più amarsi

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Era il 2004 quando il Card. Ratzinger, futuro Benedetto XVI, pronunciava parole che, rilette oggi, hanno qualcosa di sorprendentemente attuale. Non si trattò di una difesa nostalgica di un’Europa ormai idealizzata, ma, come spesso accadeva nel pensiero di Ratzinger, una diagnosi lucida e severa:

«c’è qui un odio di sé dell’Occidente, che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico». 

Vale la pena fermarsi proprio qui. Il problema non è che l’Occidente riconosca i propri errori, una civiltà adulta deve saperlo fare. La storia cristiana non è mai stata una storia di autocelebrazione: la Chiesa riconosce il peccato dei suoi figli, sa chiedere perdono, sa riconoscere le proprie colpe. Il problema nasce quando il giudizio sul passato diventa talmente unilaterale da lasciare in piedi soltanto le colpe e cancellare tutto ciò che di grande, di vero e di bello è stato prodotto. L’Occidente «della sua propria storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo», mentre non riesce più a riconoscere «ciò che è grande e puro».

Guardiamoci intorno. Possiamo discutere degli errori del colonialismo senza dover per questo considerare irrilevante Dante. Possiamo condannare le ingiustizie commesse nel corso della storia senza vergognarci di San Tommaso d’Aquino. Possiamo riconoscere le pagine oscure della storia europea senza dimenticare che proprio in Europa sono sorte cattedrali, università, ospedali, opere d’arte, istituzioni, pensiero filosofico e giuridico, musica e letteratura che hanno contribuito a plasmare la civiltà occidentale. E soprattutto possiamo ricordare che, al cuore di tutto questo, vi è una fede, quella fede cristiana che per secoli ha insegnato all’uomo che la sua dignità non dipende dal potere, dalla ricchezza o dalla forza, ma dal fatto di essere creatura amata da Dio. Non significa sostenere che tutto ciò che l’Occidente ha prodotto sia buono. Significa rifiutare l’idea opposta: che tutto ciò che appartiene alla nostra storia debba essere guardato con sospetto, vergogna o disprezzo. Ed è qui che il discorso di Ratzinger diventa ancora più interessante.

Parlando della multiculturalità, egli avvertiva che essa non può consistere nell’abbandono di ciò che è proprio. Una società realmente aperta non è una società priva di identità. Al contrario, il confronto presuppone che ciascuno abbia qualcosa da offrire. L’incontro fra culture è possibile soltanto quando le culture hanno ancora qualcosa da incontrare. Pertanto accogliere non significa dissolversi, dialogare non significa tacere ciò in cui si crede, riconoscere la dignità dell’altro non impone di rinunciare alla propria identità. Anzi, per un cattolico, l’accoglienza dell’altro dovrebbe nascere precisamente dalla certezza di avere ricevuto qualcosa di prezioso. Il cristiano non annuncia Cristo perché considera tutte le religioni equivalenti, ma lo annuncia perché crede che Cristo sia la Verità e che la Verità, proprio perché è vera, non debba essere nascosta.

Questo vale anche per una civiltà. Un’Europa che non sa più dire che cosa è, che cosa ama, che cosa ritiene vero e che cosa desidera trasmettere alle generazioni future difficilmente potrà costruire un autentico dialogo con chi viene da altrove. Non perché debba chiudersi, ma perché un dialogo senza identità rischia di trasformarsi in semplice rinuncia. Forse è proprio questo il punto che continuiamo a non voler vedere. Non abbiamo bisogno di un Occidente arrogante, aggressivo o nostalgico. Abbiamo bisogno di un Occidente nuovamente consapevole di sé: capace di riconoscere le proprie colpe senza trasformarle nell’unica chiave di lettura della propria storia; capace di accogliere e dialogare senza vergognarsi della propria fede; capace, soprattutto, di trasmettere ai propri figli qualcosa per cui valga la pena vivere.

Ratzinger parlava della necessità di una «nuova, certamente critica e umile» consapevolezza dell’Occidente. È una parola importante: umile. Non ci viene chiesto di tornare indietro nel tempo, ma di ricordare chi siamo. Una civiltà può certamente sopravvivere ai propri errori. È molto più difficile, invece, che sopravviva quando smette di credere che nella propria storia vi sia qualcosa da salvare. E forse la domanda che quelle parole pronunciate ventidue anni fa consegnano a noi, nel 2026, è terribilmente semplice: se continuiamo a insegnare ai nostri figli che tutto ciò che abbiamo ricevuto è motivo di vergogna, con quale coraggio chiederemo loro di custodirlo?

Peccato non dirlo.

© ECCLESIA DEI

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