Il modo di incensare

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Nel rito romano, codificato nel Messale Romano promulgato da San Pio V, l’incensazione non costituisce un mero ornamento cerimoniale, bensì un atto eminentemente teologico: gesto sacrale che unisce Cielo e terra, figura sensibile di una realtà invisibile, linguaggio silenzioso mediante il quale la Chiesa esprime ciò che le parole non bastano a dire. Nel cosiddetto usus antiquior ogni movimento del turibolo è regolato, numerato e orientato; e in tale precisione non si manifesta una sterile rigidità  da rubrica, ma una pedagogia mistagogica di rara profondità, capace di educare l’anima attraverso il corpo e di condurre il fedele, mediante la disciplina del gesto, alla contemplazione del Mistero.

L’incenso, nella Sacra Scrittura, è segno dell’orazione che sale a Dio: «Dirigatur oratio mea sicut incensum in conspectu tuo» (Sal 140,2). Nell’Apocalisse, i ventiquattro vegliardi offrono coppe d’oro colme di profumi, «che sono le preghiere dei santi» (Ap 5,8). La nube odorosa diviene così figura dell’intercessione ecclesiale e, al tempo stesso, segno della presenza divina: come la nube copriva la Tenda nel deserto (Es 40,34), così il fumo dell’incenso vela e insieme rivela il Mistero. In questa duplice dinamica, ascensionale e teofanica, si radica l’intera teologia dell’incensazione: ciò che sale indica l’offerta dell’uomo; ciò che avvolge indica la discesa della gloria.

Per comprendere pienamente il modo di incensare nel rito romano tradizionale occorre sostare alle sue radici, che affondano nella Rivelazione stessa. Nel libro dell’Esodo il Signore prescrive a Mosè la composizione dell’incenso sacro e la sua collocazione davanti al Santo dei Santi (Es 30,1-10). L’altare dei profumi, distinto dall’altare degli olocausti, accompagna il sacrificio cruento come sua dimensione orante: l’oblazione visibile esige un movimento invisibile di lode e supplica. Nel giorno dell’Espiazione il sommo sacerdote entra nel Sancta Sanctorum con il turibolo affinché «la nube dell’incenso copra il propiziatorio» (Lv 16,13). La nube è soglia e protezione, segno della santità divina che insieme si manifesta e si sottrae allo sguardo profano.

Nel culto del Secondo Tempio l’offerta dell’incenso diviene uno dei momenti più solenni della liturgia quotidiana; ed è durante tale rito che l’arcangelo appare a Zaccaria (Lc 1,8-11), quasi a indicare che il profumo che sale prepara l’irruzione della grazia nella storia. La Chiesa nascente, pur distinguendosi dal culto giudaico e rifiutando l’uso idolatrico dell’incenso nel mondo pagano, non abbandona la sua valenza simbolica. Con la pace costantiniana l’incenso entra stabilmente nella liturgia, soprattutto in Oriente, dove le liturgie attribuite a San Giovanni Crisostomo e a San Basilio Magno testimoniano un uso ampio e solenne del turibolo, strettamente connesso al senso della trascendenza divina.

A Roma l’uso si consolida progressivamente tra il VI e l’VIII secolo, parallelamente allo sviluppo delle basiliche stazionali e alla crescente coscienza simbolica del rito. Nel medioevo latino l’incensazione assume una configurazione sempre più precisa: gli Ordines Romani descrivono dettagliatamente i movimenti del turibolo, fino alla sistematizzazione normativa confluita nel Messale tridentino. Il gesto è così inscritto in una grammatica rituale rigorosa, nella quale numero e direzione dei colpi costituiscono un vero linguaggio codificato. Come osserva Guido Marini, la bellezza della liturgia risplende proprio nella nobile semplicità di gesti disciplinati e teologicamente eloquenti (Marini, 2010).

Lungo i secoli l’incenso conserva la sua polarità fondamentale: ascesa dell’orazione e manifestazione della gloria. Se nell’Antico Testamento la nube protegge dall’inaccessibilità divina, nel culto cristiano essa avvolge l’altare che è Cristo stesso, indicando che il sacrificio della Croce ha aperto l’accesso al Santo dei Santi e ha trasformato il velo in rivelazione.

Nel rito solenne il celebrante impone l’incenso nel turibolo con tre cucchiaiate, benedicendolo con il segno di croce e pronunciando la formula: «Ab illo benedicaris in cuius honore cremaberis. Amen». La formula è densa di teologia: l’incenso è benedetto ab illo, da Colui nel cui onore sarà bruciato; la santità del rito non deriva dal ministro, ma da Dio stesso. Il verbo cremaberis richiama il linguaggio sacrificale dell’Antico Testamento: l’incenso, come le vittime, è consumato in offerta. La materia creata viene assunta nel dinamismo dell’oblazione. La triplice imposizione richiama la Trinità; la benedizione manifesta che nulla entra nel culto senza essere consacrato. Così la liturgia educa a una visione sacramentale del mondo, nel quale il creato diviene materia di glorificazione.

L’altare, nel rito romano tradizionale, è figura di Cristo stesso: Altare Christus est. Quando il sacerdote incensa l’altare all’inizio della Messa solenne compie un circuito completo attorno ad esso secondo movimenti stabiliti: prima la croce dell’altare; successivamente, se vi sono presenti, le reliquie;infine, la mensa, prima a destra e successivamente a sinistra, dove passato il turibolo al diacono viene incensato il celebrante; se quest’ultimo è un vescovo mentre viene incensato indosserà la “mitra” segno della sua dignità episcopale. Mentre incensa recita in segreto i versetti del Salmo 140: «Dirigatur, Domine, oratio mea sicut incensum in conspectu tuo». Questa orazione illumina interiormente il gesto: la preghiera deve essere diritta, orientata; l’elevazione delle mani richiama il sacrificio vespertino, figura del Calvario; l’invocazione della custodia della bocca prepara il sacerdote a pronunciare le parole consacratorie. Il giro completo attorno all’altare indica la totalità del sacrificio di Cristo, la santificazione dello spazio e la convergenza di tutto verso il centro che è il Signore. L’altare è incensato come realtà viva, non come oggetto inerte.

Prima della proclamazione del Vangelo il libro viene incensato con tre doppi colpi. Non si onora la carta, ma Cristo che parla nella Sua Parola. L’incenso crea uno spazio sacro attorno alla proclamazione, evocando la nube sinaitica: la Parola non è semplice lettura, ma epifania.

Dopo l’offerta del pane e del vino il sacerdote incensa come all’inizio della celebrazione la croce dell’altare, successivamente le oblate e la mensa, come spiegato precedentemente. Le oblate vengono incensate tracciando croci e recitando: «Incensum istud a te benedictum ascendat ad te, Domine, et descendat super nos misericordia tua». Qui il simbolismo raggiunge una limpidezza verticale: l’offerta sale, la misericordia discende; sacrificio e grazia si incontrano. Il sacerdote è incensato con tre doppi colpi, i ministri e il popolo con due: la differenza numerica esprime la gerarchia del culto e il diverso grado di partecipazione.

Dopo la consacrazione il turiferario incensa il Santissimo Sacramento con tre doppi colpi ad ogni elevazione. Il gesto tocca qui il suo vertice: non si onora un simbolo, ma la Presenza reale. L’incenso diviene atto di latria piena; la nube esprime insieme l’inaccessibilità e la dolcezza del Mistero.

Quando il Santissimo è esposto solennemente, l’incensazione si compie in ginocchio. L’atteggiamento corporale è parte integrante del rito: il corpo proclama ciò che l’anima adora. Durante il Tantum ergo l’incenso accompagna il canto, creando una soglia simbolica tra il tempo e l’eternità.

Nel rito delle esequie tradizionali il feretro è incensato al termine della Messa da Requiem. Il sacerdote compie i movimenti attorno alla bara dopo l’aspersione. L’incenso onora il corpo che fu tempio dello Spirito Santo e, insieme, esprime la preghiera di suffragio per l’anima del defunto. Il corpo, destinato alla risurrezione, è avvolto dalla nube come l’altare: segno di speranza escatologica.

Alla consacrazione di una chiesa, nelle processioni e nelle ordinazioni l’incenso manifesta la presa di possesso divina, la dimensione pellegrinante della Chiesa e la partecipazione al sacerdozio di Cristo.

La minuziosa regolazione dei colpi e dei movimenti non è formalismo, ma ascesi del gesto. La precisione educa il sacerdote all’obbedienza e lo sottrae all’arbitrio. Nel linguaggio della tradizione la liturgia è ars celebrandi: arte che è insieme disciplina e contemplazione.

Il modo di incensare diviene così figura della vita interiore: consumarsi per Dio, diffondere il buon odore di Cristo, salire verso l’Alto, velare per rivelare. Nel rito romano tradizionale l’incensazione è catechesi silenziosa: insegna che la liturgia non è spettacolo, ma sacrificio; non spontaneità, ma ordine sacro; non parola umana, ma eco della lode celeste.

Il modo di incensare è dunque una teologia in atto, grammatica del sacro inscritta nel movimento del turibolo. In esso la Chiesa manifesta la sua fede nel sacrificio redentore educa i ministri all’umiltà e conduce i fedeli alla contemplazione. Come la nube dell’incenso avvolge l’altare e si dissolve nella luce, così la liturgia antica, con la sua misura e la sua maestà, eleva l’anima oltre il visibile verso Colui «in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). 

Ogni gesto compiuto con fedeltà diviene pregustazione della liturgia eterna.


Bibliografia

  • Guido Marini, La liturgia e la bellezza. Nobile semplicità e ars celebrandi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2010;
  • Prosper Guèranger, L’année liturgique, Maison Alfred Mame et Fils, Tours 1840.

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