La controversia dei Riti cinesi

La controversia dei Riti cinesi

Inculturazione o sincretismo? L’interazione con popoli lontani può essere una ricchezza ma può avere anche aspetti problematici. Vediamo in breve cosa accadde quando la Chiesa si confrontò con l’Oriente.
Inculturazione o sincretismo? L’interazione con popoli lontani può essere una ricchezza ma può avere anche aspetti problematici. Vediamo in breve cosa accadde quando la Chiesa si confrontò con l’Oriente.

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Inculturazione o sincretismo? L’interazione con popoli lontani può essere una ricchezza ma può avere anche aspetti problematici. Vediamo in breve cosa accadde quando la Chiesa si confrontò con l’Oriente.

No, non si parla né di qualcosa legato ai film di Bruce Lee (che, personalmente, non ho mai amato) né ai ristoranti dove si servono ravioli e involtini (che invece apprezzo); è una questione che ha che fare con la liturgia e con la dottrina. Sì, perché la liturgia è un concetto trasversale a tutte le religioni e a tutte le culture: esistono anche delle liturgie “laiche”, come i protocolli delle corti reali o i cerimoniali legati al mondo istituzionale e militare. Così, anche popoli di cultura molto diversa da quella europea hanno delle proprie liturgie e dei riti. Cosa c’entra tutto ciò con il cattolicesimo?

Il XVI secolo fu la grande epoca delle scoperte e della colonizzazione: anche se contatti con l’Oriente vi erano già da molto tempo (si pensi al caso di Marco Polo, già nel XIII secolo), la penetrazione del cristianesimo si sviluppò soprattutto a partire dal Cinquecento grazie ai portoghesi. La Cina si dimostrò un territorio non semplice da evangelizzare: se S. Francesco Saverio raggiunse già Goa, in India, nel 1542, ci vollero ben 40 anni perché i primi gesuiti, Matteo Ricci e Michele Ruggieri, furono ammessi ufficialmente nei territori dell’immenso impero.

La controversia dei Riti cinesi
Statua di Confucio

Questa è una rubrica liturgica, quindi non parleremo dell’aspetto teologico e pastorale dell’attività missionaria. A livello liturgico è subito interessante notare la scelta dell’abito: i gesuiti dismisero la talare propria dell’ordine e indossarono prima l’abito dei monaci buddhisti e poi, dopo poco tempo, quello dei letterati confuciani: l’idea di Padre Ricci era quella secondo la quale il sacerdote cristiano non era portatore di un messaggio esterno rispetto alla cultura cinese, ma di una Verità, di un Dio che era unico per tutti i popoli; al tempo stesso il prete doveva riconoscersi come persona qualificata, di rango elevato, giacché consacrato. Sbaglia, quindi, chi ritiene che Padre Ricci abbia scelto quest’abito per essere “uno del popolo”; concedetemi una battuta: che sia in Italia o in Cina, il sacerdote che dismette la talare per farsi apprezzare dal popolo vestendosi come esso fa è intelligente quanto un uomo che si presenta dalla propria amata in gonna, tacchi e rossetto perché “Così sono vestito come te, siamo uguali!!”.

Nel 1615 Papa Paolo V concesso l’utilizzo del cinese classico nella liturgia: la disposizione non fu, di fatto, mai attuata, dal momento che i cristiani cinesi imparavano spesso, nelle scuole dei gesuiti, la lingua latina.

La controversia dei Riti cinesi
Padre Matteo Ricci

Nel 1630 iniziarono a sorgere alcuni problemi: l’arrivo di francescani e domenicani, che guardavano con diffidenza l’opera dei gesuiti, ormai orfani del Padre Ricci, portò i missionari figli di S. Ignazio ad essere ritenuti sospetti di eresia e di sincretismo. I cinesi che si convertivano alla Vera Fede cosa potevano conservare della propria cultura tradizionale? Il culto degli antenati, della Patria, il rito del gong fu cha (la cerimonia del tè), gli atti in onore di Confucio andavano interpretati come liturgie laiche (e quindi accettabili) o come veri e propri atti di un culto acattolico (e quindi da rigettare, pena l’apostasia)? I gesuiti, sostenitori della prima visione, si contrapposero alla più stringente interpretazione dei due ordini medievali.

Entrambe le posizioni erano ragionevoli e ragionate: i figli di S. Ignazio operavano tra le persone colte, l’aristocrazia, dove l’esecuzione di questi “riti cinesi” era solamente una prassi sociale svolta per pura convenzione, mentre i figli di S. Francesco e di S. Domenico svolgevano il proprio ministero tra le classi più umili, dove era necessaria la chiarezza e la ferma distinzione tra la Fede e l’idolatria. Lo scontro fu duro, perché nel 1693 Mons. Maigrot, Vicario del Fujian, pubblicò un decreto che proibiva l’uso del nome cinese per Dio (Tian, Shangdi), l’uso delle tavolette con i nomi degli antenati (non si tratta di tavole Ouija, tranquilli) e la partecipazione alle celebrazioni in onore di Confucio e di cambio di stagione. Nel 1700 l’imperatore Kangxi approvò un documento dei gesuiti in cui si chiarificava che la partecipazione dei cattolici a queste celebrazioni era puramente civile; nonostante ciò, da Roma giunse il sostegno alla linea intransigente, che però non fu applicata ovunque. Nel 1742 Papa Benedetto XIV sostenne chiusa la questione dei riti cinesi con la loro definitiva condanna.

La storia non finisce qui: nel 1939 Propaganda Fide riaprì la questione, indagando su quali fossero, esattamente, i riti cinesi in questione: Papa Pio XII lì consentì purché ciò non fossero di ostacolo alla fede cristiana o ritorni al paganesimo. Fu la definitiva accettazione di quel principio di inculturazione, ritenuto positivo quando non si oppone alla Verità, che, a dispetto dei relativisti geografici, è sempre tale in ogni angolo del mondo.

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Prete che indossa un cappello sacrificale cinese al posto della berretta
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