La decima piaga d’Egitto, annunzio della redenzione

«Disse il Signor, disse il Signor: “Se tu non lascerai andare la gente mia lontana dall’Egitto io vi manderò la peste fin dentro le case, nel tuo letto, nei tuoi fiumi, nelle strade,dentro l’acqua, dentro al pane, tra le bestie del tuo gregge, sopra l’erba dei tuoi campi, nei tuoi sogni mentre dormi fino a che non cederai! Le piaghe Io ti manderò!” ». (Testo della canzone The Plagues).

«Ma il Signore rese ostinato il cuore del faraone, il quale non volle lasciarli partire. Gli rispose dunque il faraone: “Vattene da me! Guardati dal ricomparire davanti a me, perché quando tu rivedrai la mia faccia morirai”. Mosè disse: “Hai parlato bene: non vedrò più la tua faccia!”» (Es 10,27.29).

Nello stile biblico e orientale viene spesso presentato come fatto da Dio quello che Lui solamente permette e non impedisce. Questo vale anche per l’indurimento del cuore del faraone di fronte alle reiterate richieste di Mosè e di Aronne. 

Sant’Agostino di Ippona, dice che: «Dio non indurisce mai col dare malizia, ma col negare la Misericordia, negando cioè la Grazia, senza della quale il cuore del peccatore non scioglie la durezza e non si converte» (Epistola 914).

San Tommaso D’Aquino, il dottore angelico, incalza: «Dio non indurisce alcuni nel senso di inoculare la malizia, ma piuttosto nel senso di non apportare la Grazia, poiché coloro che lascia indurire meritano di essere lasciati indurire da Lui». Inoltre: «Dio non causa la malizia nel cuore, ma permette per un Suo Giusto Giudizio che alcuni precipitino nel peccato a causa di iniquità precedenti, e in questo senso vanno intese le parole di Rm 1,24: “Dio li ha consegnati ai desideri dei loro cuori”» (Commento a Rm 9,17-18).

Nella cultura ebraica del tempo, il “cuore” è fondamentalmente visto come il centro del pensiero razionale e del processo decisionale. Pertanto, “indurire il cuore” significa che la persona non sta usando le proprie capacità razionali in modo appropriato. In altre parole, anche di fronte a prove o fatti evidenti, sceglie di rimanere impassibile. Di solito diciamo che è una persona testarda. Quando la Bibbia dice che il faraone indurì il suo cuore, vuole comunicarci la sua testardaggine e quanto il suo atteggiamento fosse irrazionale, pur di fronte a prove e fatti concreti della potenza del Dio d’Israele.

«Il Signore disse a Mosè: “Ancora una piaga manderò contro il faraone e l’Egitto; dopo, egli vi lascerà partire di qui. Vi lascerà partire senza restrizione, anzi vi caccerà via di qui”» (Es 11,1). Per il faraone, come per ciascuno di noi, il tempo della fine è vicino giacché siamo mortali. Sant’Agostino ci ricorda che camminiamo costantemente in mezzo ai pericoli che possono farci cadere. Si cade soprattutto ignorando i richiami del Cielo. L’ostinazione e la durezza di cuore che contraddistinsero la scelta del faraone di non lasciar partire Mosè e il popolo d’Israele per il deserto, ebbero come conseguenza finale la morte dei primogeniti d’Egitto, dagli uomini fino al bestiame.

Min, il dio della procreazione; Iside, la grande dea madre, guaritrice e protettrice, apparentemente capace di riportare in vita i morti; la dea del parto Hathor; e il toro sacro Apis, che la mitologia suggerisce fosse esso stesso un primogenito: nessuno poteva impedire la morte generale degli esseri umani e degli animali primogeniti. Sebbene il faraone stesso fosse considerato divino, la sua casa non fu risparmiata: morì anche il suo primogenito.

Quando l’autore del libro dell’Esodo rifletté sulla partenza di Mosè dall’Egitto, osservò che la sua fede era nel Dio invisibile. Questo era in contrasto con gli dèi visibili dell’Egitto, i cui templi, statue e dipinti erano ovunque. Tuttavia, quegli dèi non avevano ottenuto nulla per i loro seguaci. Quando Dio mostrò la Sua potenza sugli dèi d’Egitto, dimostrò allo stesso modo la necessità di riconoscere che l’idolatria porta a una mente corrotta, incapace di veri valori divini.

Dio aveva fatto perire i primogeniti degli Egiziani, sia uomini che bestiame, nello stesso momento in cui redime i primogeniti dei figli d’Israele e poi rivendica il proprio diritto su tutti i suoi discendenti, li rivendica come suoi: «Il Signore disse a Mosè: “Consacrami ogni primogenito, il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti – di uomini o di animali -: esso appartiene a Me”» (Es 13,1-2). Per questo motivo il popolo d’Israele doveva consacrare i suoi figli a Dio, essi appartenevano a Lui.

Dio mandò l’angelo della morte a sterminare ogni primogenito d’Egitto, ma quell’angelo non poteva reclamare i primogeniti d’Israele, in quanto essi appartenevano a Dio. Lui, infatti, li rivendicò come Suoi mediante il sangue dell’agnello pasquale provveduto da Lui Stesso e anticipazione del Preziosissimo Sangue del Cristo. I genitori dovevano insegnare ai propri figli questa lezione di storia per spiegare ad essi la loro redenzione. 

L’importanza dei primogeniti nel mondo antico significava che essi erano il centro e il futuro della famiglia. Il figlio maggiore aveva responsabilità e privilegi speciali, incluso il diritto all’eredità. Ma Dio non stava mostrando favoritismi. L’obiettivo della consacrazione dei primogeniti era proprio quello di mostrare che tutta la famiglia apparteneva a Dio. Il primogenito rappresentava tutta la prole, maschi e femmine. Lo stesso principio si applicava quando gli Israeliti portavano le loro primizie alla Festa del Raccolto. Offrire i migliori frutti della terra serviva a dimostrare che l’intero raccolto apparteneva a Dio. Allo stesso modo, il primogenito era il primo frutto della famiglia. Consacrarlo significava consacrare al Signore tutti coloro che uscivano dal grembo materno.

Questo ci riporta al tempo in cui il Faraone emanò l’ordine di uccidere i figli maschi d’Israele, annegandoli nel Nilo (Es 1,16). Un crudele tentativo di genocidio, fallito nella persona di Mosè, oltre che un rifiuto dei diritti che Dio ha sui Propri figli. Il faraone stava cercando di impadronirsi delle prerogative di Dio. Alla fine, fu punito con la morte del figlio primogenito, proprio come Dio lo aveva avvertito. 

La notte della prima Pasqua fu la notte della decima piaga. In quella fatidica notte, Dio disse agli Israeliti di sacrificare un agnello immacolato e di segnare le porte e gli architravi con il suo sangue. Poi, quando l’angelo della morte sarebbe passato per la nazione, avrebbe oltrepassato le case segnate col sangue. In un modo molto reale, il sangue dell’agnello salvò gli Israeliti dalla morte, così come impedì all’angelo della morte di entrare nelle loro case. Gli Israeliti furono salvati dalla piaga e i loro primogeniti rimasero in vita.

Così trova luce la “nascita” della nazione di Israele, poiché un tempo era una razza di schiavi insignificanti senza patria. Per prima cosa Dio consegna al Suo popolo un nuovo calendario. Il calendario egizio fu uno dei primi nella storia del mondo ed è stato motivo di grande orgoglio per la sua accuratezza: aveva una settimana di 10 giorni e iniziava in autunno, secondo la posizione verticale della stella Sirio, la più luminosa del cielo. Inoltre, il calendario egizio era pieno di feste pagane.

«Gli egiziani celebravano molte feste legate al rinnovamento delle stagioni dell’anno. Questi assunsero un significato sacro, tra i quali vi sono quelli dedicati al dio Osiride, Amon-Re (il dio sole), Horus e Hathor, la dea del cielo rappresentata da una mucca»1.

La teologia della redenzione nella Bibbia ebraica è ampia. Contiene una combinazione di storie, cerimonie, aspetti culturali, simboli e dichiarazioni esplicite, che puntano tutti a una redenzione finale come unica soluzione e fondamento della speranza del credente. Tutto indicava l’opera di salvezza di Dio necessaria per stare eternamente con Lui. 

Sull’Osservatore Romano del 21 dicembre 2020, leggiamo che: «Tra i concetti biblici centrali alla fede sia d’Israele sia della cristianità ci sono la redenzione (geulah) e la salvezza (yeshuah). Sebbene i due termini vengano spesso utilizzati in modo casuale e intercambiabile, nella tradizione ebraica vi sono alcune distinzioni che vale la pena evidenziare. Mentre salvezza si riferisce alla liberazione dell’essere umano dall’oppressione inflittagli da altri (Es 14,13), o da un’oppressione inerente al dramma della condizione umana, redenzione sembra alludere al ritorno a una situazione ideale del passato che è stata compromessa o persa. In Levitico, 25 la parola geulah è applicata al riscatto dei beni e alla loro restituzione ai proprietari originali. Ciò ristabilirebbe la visione ebraica di una società ideale dove la terra o i beni erano divisi in modo equo tra le famiglie per renderle autosufficienti. Secondo la comprensione ebraica, la redenzione, anche se in ultima analisi proviene da Dio, esige sforzi collaborativi da Dio e dall’umanità. Dio ha rivelato a Mosè l’intenzione divina di redimere i Figli d’Israele dall’Egitto e ripristinare la loro libertà (Es 6,6), ma questo disegno richiedeva che Mosè incoraggiasse il popolo ebreo a lasciare la terra della sua schiavitù. La salvezza, invece, è una rivelazione o un atto del Creatore nel quale l’ebreo deve riporre la propria fede e speranza. Il Talmud (b. Shabbat, 31, a) parla di sei domande che il tribunale celeste pone a ogni ebreo morto. Una di questa è: «Hai creduto nella Salvezza di Dio e l’hai attesa? Si noti che la salvezza deve essere attesa, mentre la redenzione va perseguita attivamente». 2

Dalla Bibbia, il testo sacro del cristiano, apprendiamo che la redenzione si riferisce alla Salvezza dei credenti (da parte di Dio), solo grazie alla morte di Gesù Cristo sulla Croce e a tutti i benefici che ne derivano. Quindi, nella sua forma più elementare, la redenzione si riferisce a un riscatto. Questo pone nell’immediatezza diverse implicazioni: ci deve essere un salvato, un soccorritore (il Redentore) e qualcosa da cui la persona viene salvata. 

La Sacra Scrittura è assai chiara nel definire tutto questo. Siamo noi quelli salvati. Il Redentore è Dio Padre, in Cristo Gesù, per mezzo dello Spirito Santo. Tutta la Santissima Trinità è implicata nell’opera di Salvezza dell’umanità imprigionata nei tentacoli del peccato, minacciata di morte eterna.

Il passaggio dell’intera Scrittura che profetizza più chiaramente che l’opera del Messia sarebbe stata quella di un sostituto che avrebbe portato la redenzione al Suo popolo, lo troviamo ben descritto in Isaia 53. Questo “servo sofferente del Signore”, ci è presentato già nei primi versetti: «Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci da’ salvezza si è abbattuto su di Lui; per le Sue piaghe noi siamo stati guariti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la Sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la Sua bocca. É stato annoverato fra gli empi, mentre Egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori » (Is 53,3-5.7.12b).

La Commissione Teologica Internazionale, nel 1995, esponendo alcune questioni sulla Teologia della Redenzione, esordisce così: «Oggi una riflessione adeguata sulla teologia della redenzione deve prima di tutto tracciare le linee principali dell’insegnamento cristiano autentico sulla redenzione e sul suo rapporto con la condizione umana, di come la Chiesa ha presentato questo insegnamento nel corso della sua tradizione. In primo luogo si deve affermare che la dottrina della redenzione riguarda ciò che Dio ha realizzato per noi nella Vita, Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, vale a dire la rimozione degli ostacoli che si frapponevano tra Dio e noi, e l’offerta che Dio ci ha fatto di partecipare alla Sua Vita. In altre parole, la redenzione riguarda Dio — in quanto autore della nostra redenzione — prima di riguardare noi, ed è solo perché è così che la redenzione può davvero significare liberazione per noi e può essere per ogni tempo e per tutti i tempi la Buona Notizia della Salvezza. Ovvero, è solo perché la redenzione riguarda prima di tutto la Bontà Gloriosa di Dio, piuttosto che il nostro bisogno — ciò nonostante la redenzione si prende cura di tale bisogno —, che essa è per noi una realtà liberatrice. Se la redenzione, al contrario, dovesse essere giudicata o misurata secondo i bisogni esistenziali degli esseri umani, come si potrebbe evitare il sospetto di avere semplicemente creato un Dio Redentore fatto a immagine del nostro bisogno?».3

Prima che il Signore Gesù Cristo iniziasse il proprio ministero pubblico, Giovanni Battista stava preparando i cuori del popolo d’Israele con la sua predicazione e con il battesimo di penitenza. Quando finalmente Gesù appare davanti a Giovanni, il profeta dice: «Ecco l’Agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Questo, naturalmente, ci riporta all’Antico Testamento e ai sacrifici che sotto la legge di Mosè rappresentavano il perdono dei peccati che Dio concedeva al Suo popolo, attraverso il sacrificio di un animale innocente; allo stesso modo Gesù, l’Agnello perfetto e innocente, sarebbe morto come sostituto del Suo popolo.

Quando recitiamo la nostra professione di Fede, con il Credo Niceno-Costantinopolitano, ad un certo punto confessiamo che il Verbo: «Per noi uomini e per la nostra Salvezza discese dal Cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo» (CCC 456). Si tratta dunque di un grande atto d’amore di Gesù per noi, figli e fratelli Suoi.

Come dice bene Sant’Agostino: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto – infatti – se l’uomo non avesse peccato, il Figlio dell’uomo non sarebbe venuto». 

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica apprendiamo inoltre (come afferma a riguardo anche San Gregorio di Nissa): «La nostra natura, malata, richiedeva d’essere guarita; decaduta, d’essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la Luce; perduti, attendevamo un Salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d’importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poiché l’umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice?» (CCC 547).

Così Gesù diventa il Redentore di chiunque crede in Lui. Morendo sulla Croce, Gesù Cristo espia e propizia il peccato del Suo popolo e muore al posto nostro. E con la Sua Morte e Risurrezione sconfigge la morte ed il peccato. È in Cristo Gesù che tutti abbiamo la redenzione mediante il Suo Preziosissimo Sangue e il perdono dei peccati (cfr Ef 1,7). Così, versando il Suo Sangue sulla Croce, cioè dando la Sua vita, Gesù Cristo diventa il sacrificio supremo e perfetto, e quindi rende obsoleti tutti gli altri sacrifici, poiché è un sacrificio fatto «non mediante sangue di capri o di vitelli, ma mediante il Suo proprio Sangue» (Eb 9,12).

E proprio come Mosè fu il mediatore della redenzione di Israele sotto il giogo dell’Egitto, Gesù è più grande di Mosè nell’essere il mediatore perfetto della redenzione del Suo popolo sotto il giogo del peccato. Questa redenzione è più grande di ogni altra perché, tra le altre cose, è gratuita e perché «rende perfetti per sempre quelli che sono santificati» (Ebrei 10:14).

Se sei di Gesù Cristo, se hai creduto in Lui, se hai ricevuto liberamente la redenzione dai tuoi peccati per Fede, allora fai parte di questo canto che i redenti canteranno eternamente grati all’Agnello perfetto che toglie i nostri peccati per sempre.

Tu dirai in quel giorno:
«Ti ringrazio, Signore; tu eri in collera con me,
ma la Tua collera si è calmata e Tu mi hai consolato.
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non temerò mai,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
Egli è stato la mia salvezza.
Attingerete acqua con gioia
alle sorgenti della salvezza”.
In quel giorno direte:
“Lodate il Signore, invocate il Suo Nome;
manifestate tra i popoli le Sue meraviglie,
proclamate che il Suo Nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose grandiose,
ciò sia noto in tutta la terra.
Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion,
perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele”».

(Is 12,1-6)

Note

  1. Enciclopedia Britannica, Volume 7, p. 199. ↩︎
  2. https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-12/quo-294/su-salvezza-e-redenzione.html ↩︎
  3. https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_1995_teologia-redenzione_it.html ↩︎

© ECCLESIA DEI

di

«Disse il Signor, disse il Signor: “Se tu non lascerai andare la gente mia lontana dall'Egitto io vi manderò la peste fin dentro le case, nel tuo letto, nei tuoi fiumi, nelle strade, dentro l'acqua, dentro al pane, tra le bestie del tuo gregge, sopra l'erba dei tuoi campi, nei tuoi sogni mentre dormi fino a che non cederai! Le piaghe Io ti manderò!” ».

Altro di Cultura Cattolica

Raccomandati per te

error: Content is protected !!