Ci sono momenti nella storia della Chiesa in cui gli avvenimenti, più ancora delle parole, costringono ogni cattolico a interrogarsi sulla propria coscienza e il rischio più grande diventa quello di dimenticare l’essenziale. Perché, al di là delle cronache e delle inevitabili polemiche, la questione è sempre la stessa: a chi appartiene la nostra fedeltà?
Le vicende di queste settimane, che hanno nuovamente riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, stanno generando reazioni tra loro opposte. C’è chi invoca un’obbedienza assoluta all’autorità costituita, come se ogni atto di governo debba essere accolto e accettato senza alcun discernimento. C’è chi, al contrario, considera ormai ogni decisione proveniente da Roma come inevitabilmente sospetta. Due atteggiamenti speculari, accomunati dallo stesso limite: finiscono entrambi per concentrare lo sguardo sugli uomini. Il cristianesimo, invece, comincia da un’altra parte.
Comincia da Cristo.
La Chiesa nasce dal costato trafitto del Redentore, si edifica sul fondamento degli Apostoli, viene custodita dal sangue dei martiri, illuminata dall’insegnamento dei Padri e consolidata da un Magistero che, lungo i secoli, ha avuto il compito di trasmettere integralmente il deposito della fede.
La Tradizione, come molti osano pensare, non è il culto nostalgico del passato, ma la vita stessa della Chiesa che attraversa i secoli senza rinnegare la propria identità. Per questo il cattolico non può mai, e dico mai, trovarsi davanti a un bivio tra la Chiesa e la Tradizione. Sarebbe una contraddizione poiché la vera Tradizione appartiene alla Chiesa, così come la Chiesa vive della Tradizione ricevuta dagli Apostoli. Quando nella storia sorgono tensioni, incomprensioni o decisioni che suscitano interrogativi, la risposta non consiste né nell’obbedienza ridotta a formalismo pure e semplice, né nella ribellione come principio. Consiste, piuttosto, nella fedeltà.
È significativo che gli Apostoli, posti dinanzi al divieto di annunciare Cristo, abbiano risposto così: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29). Queste parole costituiscono il fondamento dell’obbedienza. L’autorità ecclesiastica esiste proprio per custodire ciò che ha ricevuto dal Signore. L’obbedienza cristiana, pertanto, non è mai cieca; è una virtù illuminata dalla fede, ordinata alla verità e orientata alla salvezza delle anime. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva perdita del senso della Tradizione. La liturgia è stata impoverita del suo linguaggio simbolico, la predicazione si è spesso piegata alle categorie del mondo contemporaneo, mentre il dialogo è stato presentato, non di rado, come un valore superiore alla chiarezza della professione di fede. Si è parlato molto dell’uomo e sempre meno della necessità della sua conversione. Eppure il mandato di Cristo rimane immutato: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Non ha detto di rendere il Vangelo più accettabile, se ne faranno una buona ragione taluni.
In questo contesto, molti, fedeli e non fedeli, sperimentano un sincero smarrimento. È comprensibile. Si rischia di dimenticare che l’unità della Chiesa non nasce dall’uniformità delle opinioni, bensì dalla comune appartenenza a Cristo. Occorre allora vigilare anche sul rischio opposto. Difendere la Tradizione, Eminenze, Eccellenze, sacerdoti e laici c.d. antibigotti, non significa costruire una Chiesa parallela, né vivere in una perenne logica di contrapposizione. La Tradizione è sempre stata feconda quando ha generato santi, confessori della fede, uomini e donne capaci di soffrire per la Chiesa. Ne furono di esempio san Atanasio il quale fu perseguitato, sant’Ilario che patì l’esilio, santa Caterina da Siena che parlò ai Pontefici con una certa franchezza, senza mai mettere in discussione il ministero che Cristo aveva affidato a Pietro.
A questo punto dovremmo forse riformulare la domanda iniziale. La questione non è se essere fedeli al Papa o ala Fraternità, a questa o a quella sensibilità. La vera domanda è un’altra: siamo ancora disposti a essere fedeli a Cristo, anche quando questa fedeltà costa? È infinitamente più facile diventare tifosi di uomini che discepoli del Crocifisso.
La Chiesa attraverserà, come sempre, anche questa stagione. Ne ha attraversate di ben più drammatiche. Sono caduti imperi, si sono moltiplicate eresie, si sono succeduti pontefici santi e pontefici mediocri, pastori eroici e uomini fragili. Eppure la promessa del Signore non è mai venuta meno: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16,18). Per questo il nostro compito non è alimentare le fazioni, ma custodire ciò che abbiamo ricevuto. Amare la Chiesa abbastanza da desiderarne la santità. Difendere la fede abbastanza da non svenderla al favore del mondo. Pregare abbastanza da non lasciare che l’amarezza soffochi la speranza. Alla fine, tutto si riduce davvero a una sola domanda: a chi appartieni?