Auguri monsignor Mario Oliveri

Il vescovo emerito compie 80 anni. Nell’intervista il ricordo della sua esperienza diplomatica per la Santa Sede.

di Marco Rovere – Avvenire.it

Compie ottant’anni domani, 22 gennaio, il vescovo emerito di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri. Originario di Campo Ligure – nel cuore dell’Appennino ligure, della città metropolitana di Genova – lascia la diocesi di Acqui, dove è nato, cresciuto ed ordinato prete, e si trasferisce ad Albenga, città e Chiesa che ha servito come vescovo dal 1990 al 2016 e dove tuttora risiede. La sua vita ha visto come tappe, grazie all’esperienza diplomatica per la Santa Sede, Dakar, Londra, Parigi, Roma; le vogliamo approfondire, compiendo, insieme a lui, un “viaggio” alla loro scoperta.

Conoscere il passato ci aiuta a comprendere il presente e a proiettarci nel futuro: è in questa prospettiva che, in occasione del suo ottantesimo compleanno, vogliamo esplorare un periodo meno noto, ma altrettanto significativo della sua vita, quello vissuto nel servizio diplomatico della Santa Sede: quale sensazione di fondo Le suscita tornare a quegli anni per lei giovanili, trascorsi in questa modalità così peculiare?

Quando sono stato inviato dal mio Vescovo, quando, alla vigilia della mia ordinazione, mi ha chiamato, mai avevo sentito parlare della Pontificia Accademia Ecclesiastica; “avrai quattro anni per capire”, mi disse. La mia preoccupazione fu “come potrò essere sacerdote?’”; e venne il momento della tesi di laurea in diritto canonico su “Le rappresentanze pontificie nella storia e nel contesto ecclesiologico del Concilio Vaticano II”; così ho capito che il sacerdozio non è solo annuncio della Parola e vita liturgica, ma anche adoperarsi per ingenerare nel mondo i principi per una vita in pace tra le nazioni; e questo è vivere da sacerdote, sapendo stare nella realtà di questo mondo, non lontano, non estraneo, ma presente. Soprattutto, se torno a quegli anni, penso, all’emozione della comprensione di cos’è il servizio diplomatico, che non riguarda solo la realtà del mondo, ma che guarda all’uomo in maniera piena che trascende la realtà del mondo.

Monsignor Mario Oliveri (a sinistra) col nunzio Romolo Carboni in visita alla presidente della Camera Nilde Iotti (1986)

Abbiamo accennato al tema della pace. A Paolo VI la accomuna, anzitutto, l’aver speso le primizie della vita presbiterale nel servizio diplomatico della Santa Sede; Giovanni Battista Montini era accanto a Pio XII, quando, nel 1939, disse: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”; Paolo VI, nell’aula dell’ONU a New York (1965), disse: “Mai più la guerra, mai più!”; quanto la preoccupazione per la pace ha “occupato” la sua mente e il suo cuore oggi da vescovo ottuagenario come ieri da prete trentenne?

Non si può generare la pace prescindendo da chi e cosa è l’uomo: finché l’uomo con comprende, dal di dentro, il suo essere soprannaturale, non si può costruire la pace. La pace è un lavoro continuo e la Chiesa è chiamata a questo lavoro di rigenerazione, per cui non bastano le Diocesi, ma occorre uno sforzo della Santa Sede; per questo esiste il servizio diplomatico, che reca là dove viene inviata l’autorità morale della Santa Sede.

La sua prima destinazione fu Dakar; gli stati africani stavano raggiungendo o avevano raggiunto da poco la loro indipendenza; ora come allora l’Africa è piena di bellezze e contraddizioni; come vedeva questo continente?

Mi ha colpito l’apertura e l’accoglienza dell’uomo africano verso ciò che va oltre la vita sensibile, si poteva dialogare di cose profondamente umane, c’era una particolare sensibilità religiosa. Accanto al tema dello sviluppo dei popoli, quel periodo e quell’esperienza mi hanno fatto avvicinare al dialogo con le altre religioni, in particolare l’Islam, presente in quella parte di Africa. Per me, poi, è stato un tempo fecondo e provvidenziale, che mi ha iniziato alla vita diplomatica.

Un’altra rappresentanza pontificia dove venne inviata fu quella di Londra (1978-1982), gli anni, oltremanica, dell’esordio di Margareth Thatcher, gli anni, oltreoceano, di Carter e Reagan, del neoliberismo; cosa si ricorda di quegli anni e di quei luoghi?

A Londra imparai che, per conoscere bene un popolo, bisogna conoscere bene la lingua; conoscere la lingua è conoscere la cultura e questo è il primo passo per una comprensione reciproca che apre al dialogo per il bene completo della persona umana; la lingua è la base della comunicazione È stata poi la volta di Parigi (19821985) e della Nunziatura per l’Italia a Roma (1985-1990); in Francia la scena è tutta del Presidente Mitterand, in Italia assiste all’attuazione della nuova cornice dei rapporti tra Stato e Chiesa, dove gli attori, tra gli altri, sono Craxi, Andreotti, il Cardinale Casaroli: ha qualche aneddoto interessante su qualcuno di loro?

Sebbene Mitterand avesse una visione diversa dalla nostra, il rapporto era cordiale; Andreotti, invece, aveva una particolare sensibilità religiosa, e porto anche un positivo ricordo del Presidente Cossiga. In particolare, desidero soffermarmi proprio sul Cardinale Casaroli: è l’uomo che ha intessuto con fatica, ma con rettitudine, il dialogo con gli stati comunisti ( ndr: tutto questo è raccontato dallo stesso Casaroli nel libro “Il martirio della pazienza”, Einaudi, 2000); lo ha fatto con visione: la sua preoccupazione era come potesse svolgersi la vita della Chiesa in quei paesi, come la Chiesa potesse adempiere alla sua missione.

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