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Evoluzionismo: “teoria” senza fondamento – I

Un'analisi sistematica di una delle questioni filosofiche e scientifiche più controverse dell'epistemologia

Ma per la giustizia adopra tutte le tue forze in pro dell’anima tua, e sino a morte combatti per la giustizia, e Dio per te espugnerà i tuoi nemici.

 Sir. 4, 33.

Il mondo, per mezzo di un consenso unanime, ritiene fermamente l’evoluzionismo come prova principe della falsità del creazionismo confessato dalla religione cattolica.

Nel corso degli ultimi secoli, questo dogma razionalistico e ateo si è radicalizzato nelle coscienze degli uomini, portandoli verso una rivalutazione integrale e radicale della questione esistenziale.

Tutto, ovviamente, a discapito della religione cattolica, avversario del mondo per eccellenza, per cui questa ideologia evoluzionista è stata architettata e diffusa, come una malattia perniciosa difficilmente sradicabile dal corpo della persona inferma. 

Dal canto nostro, sappiamo con certezza che tutto ciò non corrisponde a verità: Al principio creò Dio il cielo e la terra.1

Nel corso di questa breve analisi, rivolgeremo una analisi sistematica e fortemente critica di questo edificio ideologico, quale è l’evoluzionismo, e finiremo con il comprenderne la assoluta incoerenza, impossibilità e gravità.

Il tutto, a maggior gloria di Dio, che è la Verità assoluta. 

Termini, distinzioni e principi

Che cosa significa il termine evoluzione?  Esso deriva dal verbo latino evolvere, srotolare o dispiegare, svelare o dipanare.  

Indica, in primo luogo, la facoltà di una specie di adattarsi. Ad esempio, le generazioni progressive di una specie di falena in una particolare area sviluppano un’alterazione del colore per far fronte a circostanze che altrimenti potrebbero portare alla fine della specie; il virus “muta” per sopravvivere all’impedimento imposto da nuovi farmaci.  Questa, la cosiddetta microevoluzione, è semplicemente lo sviluppo all’interno di una specie, che esprime una parte dell’ambito di applicazione che le è proprio.  Questa facoltà dimostra la massima di Aristotele, secondo la quale la natura non è inadempiente nei confronti del necessario.

È una facoltà simile che permette ai cani di essere diversi come il Dobermann e il Pastore tedesco. La nostra conoscenza dell’ambito delle specie è limitata, ma una cosa è chiara: ogni specie ha un quadro di riferimento e la microevoluzione non può oltrepassare i suoi limiti.

In secondo luogo, l’evoluzione si riferisce ai cambiamenti che si presume abbiano permesso a una specie, o a un gruppo di specie, di svilupparsi da un’altra (come, ad esempio, gli uccelli che si sarebbero sviluppati dai rettili).  Con un’estensione ridicola e pirotecnica, questa presunta facilità si suppone che spieghi, attraverso lo sviluppo dalla più semplice cellula vivente agli animali più sofisticati e variegati, la comparsa di ogni cosa naturale.  Questa è la cosiddetta macroevoluzione, a cui rivolgiamo la nostra attenzione in quest’analisi.

Che cosa significa il termine impossibile? Esso significa qualcosa che è incapace di reale esistenza

Che cosa significa il termine causa? Esso significa ciò che influisce sull’essere di una cosa causata (omne quod influit in esse rei).

Seguendo, infine, il percorso della logica, arriviamo alle due principali modalità che la mente umana può seguire nel corso dello svolgimento delle sue facoltà. Possiamo ragionare per deduzione o induzione.

Seguendo la definizione di Roberto Grossatesta, fondatore degli studi di filosofia naturale di Oxford, possiamo formulare le seguenti definizioni:

L’induzione è il processo secondo cui i fenomeni sono risolti nei loro elementi costitutivi.

La deduzione è il processo secondo cui i principi sono composti in proposizioni conclusive.

Nella vulgata comune, l’induzione è il processo che porta dagli effetti alle cause, mentre la deduzione è il processo che porta dalle cause agli effetti.

Nel corso della nostra analisi, seguiremo un ragionamento di tipo deduttivo, riportato nel seguente esempio:

Fido è un cane.

Un cane è un animale.

Fido è un animale

Cosa è un principio? Esso è ciò da cui procede qualcosa. 

Principio di non contraddizione: A è A; A non è non-A; Tra A e non-A non c’è un terzo.

Negare questo principio equivale a non avere diritto di parola, in nessun contesto logico relativo alla gnoseologia. Il sì è il sì. Il no è il no. Il sì non è il no.

Principio di indeterminazione: Ciò che può essere molti, non è di per sé uno dei molti.

Se l’acqua fosse di per sé calda, ogniqualvolta trovassimo dell’acqua, la troveremmo sempre calda. Invece, troviamo che l’acqua può essere o calda o fredda.  Ciò che rende l’acqua calda è un agente esterno, che le imprime questa qualità. Questo agente esterno non è l’acqua, ma qualcosa di diverso dall’acqua.

Principio di proporzione causale: La causa è proporzionata all’effetto e l’effetto alla causa.

Una qualsiasi opinione, infine, non è valida in funzione del numero di persone che ritengono quest’opinione come valida. Abbiamo sicuramente assistito ad una crescita costante di pensatori e intellettuali nell’ambito dell’evoluzionismo materialistico, ma questo non vuol dire assolutamente nulla. 

Scienza e filosofia non sono basate sul consenso, ma sui fatti e sulla verità oggettiva. Il consenso non stabilisce assolutamente niente, in termini epistemologici, fino a quando i fatti non si presentano nella loro chiarezza e semplicità.

Formuliamo un esempio: tutti i termodinamici continentali del XIX secolo erano fermamente convinti dell’esistenza di un fluido, il cosiddetto calorico, che doveva incarnare le proprietà principali dei fenomeni termodinamici.

Il consenso attorno alla teoria del calorico era pressoché unanime, peccato che alla fine si è rivelata essere una panzana colossale. 

Certo, il modello spiegava bene la termodinamica di allora, ed era accettato all’unanimità da tutti.

Peccato che, alla fine, non esistesse, ed è bastata qualche osservazione intelligente di qualche termodinamico audace, oltre alle ulteriori prove sperimentali, per smentire questa teoria, che oramai era divenuta un dogma della nascente teoria.

L’argomento: l’evoluzionismo non è conforme alla realtà

Avendo fissato alcuni concetti fondamentali, adesso possiamo formulare il nostro argomento:

Una teoria non conforme alla realtà è impossibile.

Ma la teoria darwiniana dell’evoluzione non è conforme alla realtà.

Pertanto, la teoria darwiniana dell’evoluzione è impossibile.

Prova del maggiore: Una teoria non conforme alla realtà è impossibile.

Dimostrazione (per assurdo):

La teoria è una formulazione logicamente coerente di definizioni, principi e leggi che consentono di descrivere e spiegare la realtà naturale. Impossibile significa ciò che è incapace di esistere.

Supponiamo, per assurdo, che sia possibile una teoria, la quale non sia conforme alla realtà, ma che sia una teoria possibile. Avremmo, in seguito alla definizione, una formulazione logicamente coerente di definizioni, principi e leggi che sarebbero contemporaneamente conformi e non conformi alla realtà. Ma questo è assurdo. Quindi segue che una teoria non conforme alla realtà è impossibile.

Prova del minore: La teoria darwiniana dell’evoluzione non è conforme alla realtà.

La teoria darwiniana si basa sulla convinzione che l’essenza o la natura di ogni cosa naturale sia sufficientemente spiegata dalla materia che si sviluppa sotto l’influenza del caso e del passare del tempo.

Il tempo non è una causa, bensì una misura. Questo è già evidente nel contesto della fisica. Dalla meccanica classica alla relatività generale, il tempo non è una causa, un agente fisico, ma una misura del moto, imperturbabile nel caso classico, perturbabile nel caso relativistico. Ma sempre misura rimane. 

Il passare del tempo non è una causa, perché è il divenire di qualcosa che non ha la natura di causa.

Il caso non è una causa. Esso è una conseguenza accidentale che deriva dagli effetti di cause convergenti, ed esiste solo in relazione a una o più cause particolari.  In questo modo esiste nella mente di chi ha una conoscenza limitata a quella o quelle cause.  Ma in senso assoluto il caso non esiste, perché alle cause non segue nulla che non sia esclusivamente attribuibile ad esse.

Supponiamo che Paolo lanci un dado a sei facce. 

Paolo dice: “l’esito di questo lancio è casuale”. 

Paolo sbaglia. 

L’esito del dado non è casuale, perché il suo lancio è un moto deterministicamente preciso, regolato da precise leggi di natura fisica. 

Ciò che Paolo dovrebbe dire è: “l’esito di questo lancio mi è ignoto, perché non sono in grado di conoscere, con precisione assoluta, la dinamica del lancio; pertanto, non posso stabilire con certezza l’esito di questo lancio, ma potrei farlo con certezza assoluta se conoscessi perfettamente le cause dell’esito.”

Un gioco di carte, un gioco d’azzardo, si basa sul fatto che ogni giocatore conosce solo il valore delle carte che ha in mano.  Ma chi conosce le carte in possesso di ciascuno dei giocatori sa che la partita sarà vinta dalla mano migliore, a condizione che il giocatore abbia l’abilità di usare le carte a proprio vantaggio.

Chi gioca dice che la mano “è dettata dal caso”, ma è manifestamente erroneo. 

Supponendo che non ci sia un conduttore del gioco, il quale conosca le carte in mano ad ogni giocatore, substantia non mutatur.

La teoria della probabilità asserisce l’esistenza di casualità, ma per professata ignoranza delle leggi che governano taluni fenomeni. Una fluttuazione statistica altro non è che un tentativo di misura del grado di variabilità di una misura, di cui non si conosce il comportamento deterministico in maniera assolutamente precisa.

La casualità non è una causa, tanto è vero che casualità e causalità non sono intercambiabili, né tantomeno sinonimi. 

La causalità di un fenomeno denota la conoscibilità delle cause del fenomeno.

La casualità di un fenomeno denota l’impossibile conoscibilità delle cause del fenomeno. 

Il caso non aggiunge nulla, quindi, alle cause la cui convergenza accidentale gli dà origine.

Ora, sappiamo che il darwinismo afferma che la materia, da sola, sia una causa sufficiente per la varietà delle cose materiali e l’intricato ordine che le circonda. Questo dovrebbe scalzare la creazione, a favore dell’evoluzione cieca della materia verso un “meglio” non ben specificato.

Ma questo è manifestamente sbagliato. Infatti, è assolutamente ridicolo pensare che l’evoluzione possa “scalzare” la creazione, giacché l’evoluzione non crea l’essere da svolgere, ma lo suppone

Alcuni evoluzionisti cercano di sopprimere l’essere, negandogli una sostanzialità (e non si intende in quale senso, perché lo negherebbero solo per averla vinta nei loro discorsi, salvo poi fiondarsi a capofitto in un amplio utilizzo dello stesso per descrivere i propri stati d’animo, “sono soddisfatto, sono felice” etc.), venendo così ad ammettere solo il divenire, il quale sottende l’evoluzione. Si spera, in questo modo, di far sparire l’essere, camuffandolo il più possibile, evitando di porre il problema che abbiamo appena considerato qualche riga sopra.

Così facendo, tuttavia, si sta de facto conferendo sostanza ed essere al divenire. 

Nella misura in cui si dice: “esiste il divenire dell’oggetto o della materia”, l’evoluzionista implica che il divenire abbia un essere. Questo essere non può esserselo dato da solo, e quindi la contingenza di questo divenire implica necessariamente un movente, risalendo a ritroso nella gerarchia delle cause.

Il moto del divenire suppone un essere da svolgere, e la sua origine è da ricercare in un movente: donde viene l’essere da svolgere, chi è il movente?

Il principio di indeterminazione viene in nostro soccorso, poi, in merito alla materia come causa sufficiente della varietà degli esseri animati, che vengono costituiti a partire da un’evoluzione cieca della materia stessa, secondo un principio di miglioramento di sé.

Valendo il principio di inerzia, il quale, come ci insegna Sir Isaac Newton nei suoi Principia Mathematica Philosophiae Naturalis, suppone necessariamente una forza impressa, non insita, che metta in moto il corpo inizialmente in quiete, come è possibile che la materia, inizialmente inanimata, si sia mossa da sé?

Questo è il primo punto su cui l’evoluzionismo si sgretola.

Infatti, i casi sono due. O la materia primordiale era totalmente in quiete, o era in moto. Se era in quiete, non può essersi mossa da sola, essendo inanimata e necessitando un’azione esterna per essere messa in moto. Se era in moto, si rimanda necessariamente ad un momento precedente in cui qualcosa l’ha necessariamente messa in moto, dallo stato di quiete in cui si trovava.

Non si scappa. In entrambi i casi, un agente esterno deve essere intervenuto.

Lo stesso principio d’inerzia trascende la materia, è eminentemente metafisico e non risiede perciò nello stesso ordine della materia. Donde viete questo principio? Chi lo ha causato? 

“Le forze della natura”, ci dicono. Saremmo propensi a concedere il nostro assenso, se qualcuno definisse il termine “natura”. E anche se fosse: le forze della natura che fanno evolvere la natura sono, appunto, forze. E non possono essere insite nella natura, perché io osservo che un ramo viene mosso dal vento, e non si muove per una forza insita nel ramo; il vento è aria che si muove, l’aria si muove perché i raggi del sole scaldano la terra e la mettono in moto, non si muove per una forza insita nel vento; i raggi del sole sono mossi dalle reazioni nucleari che avvengono nella stella, non si muovono per una forza insita nei fotoni che costituiscono questi raggi. Questa è la prova empirica del principio tomistico del “Omnia quod movetur, ab alio movetur”. Tutto ritorna all’ordine prestabilito.

Donde viene quindi questo moto, in primis? Nessuno risponde. 

Ignoriamo per ora la questione, e guardiamo al moto in sé.

Questo moto non sarebbe solo esclusivamente fisico, ma dovrebbe essere identificato in un principio che ne abbia sancito il movimento. Se il principio di inerzia è sempre valido per la materia inanimata, come è possibile che un secondo principio, avverso al primo, sia comparso dal nulla, senza un agente esterno, ed abbia soppiantato il primo onde far evolvere la materia? 

Da una parte, il principio di inerzia fa tendere la materia inanimata alla quiete; dall’altra parte, il principio evoluzionistico fa muovere la materia lontano dalla quiete verso forme via via più complesse, senza un intervento intelligente di un atto esterno che lo governi.

Inoltre, affinché una cosa di una specie inferiore possa salire ad un grado superiore, questa stessa cosa dovrebbe tendere, per inclinazione spontanea, alla distruzione di sé medesima. Infatti, essa non potrebbe desiderare (e anche qui: nel caso della materia inanimata, come fa a “desiderare” un’evoluzione se, appunto, è inanimata?) di mutarsi in un’altra natura, senza desiderare la distruzione della propria. Questo passo si rende necessario, perché il passaggio da materia inanimata non auto-cosciente a materia animata autocosciente richiede che i principi primi siano mutuamente esclusivi. 

Ma è assolutamente impossibile che una cosa desideri la propria distruzione.

La stessa lotta per la vita, immaginata dallo stesso Darwin, altro è se non la conferma di questo desiderio naturale della propria conservazione.

Siccome si osserva che l’uomo, trovandosi in uno stato di imperfezione, desidera naturalmente muoversi verso uno stato di perfezione maggiore, secondo qualche accidentalità quale è la scienza, la fama, allora si crede che egli possa muoversi verso uno stato di maggior perfezione della natura medesima. Ma ciò non è possibile senza l’annientamento della natura stessa.

L’essere della natura, poi, sarebbe necessariamente in continuo divenire, dicono alcuni evoluzionisti, in contrario con altri colleghi che negano l’essere. Ma non si deve ammettere un principio del divenire, altrimenti l’evoluzione sarebbe fallace e contradditoria: non si deve ammettere quindi una causa prima. Questo divenire sarebbe in-causato, senza un principio, e quindi sarebbe necessariamente eterno.

Come coniugare allora questo divenire eterno con la non eternità dell’universo, così come viene attualmente propugnata?

E poi: donde viene questo divenire?


  1. Gen. 1, 1.

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