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Le preci quaresimali

Un approfondimento circa una straordinaria tradizione quaresimale della Chiesa ambrosiana

La Quaresima è, senza dubbio, il tempo più coinvolgente dell’anno liturgico. È il tempo propizio, il tempo che ci guida a Pasqua, il tempo che ci chiama alla conversione del cuore. Non che un cattolico non sia tenuto a certi comportamenti per tutto l’anno, tuttavia è importante salvaguardare e approfittare delle possibilità che il tempo quaresimale offre.

Da questo punto di vista, anche la liturgia in Quaresima si rende veicolo di espressioni e segni che richiamano il clima penitenziale. In particolare, è risaputo che durante le domeniche di Quaresima non viene intonato l’inno angelico, il Gloria in excelsis Deo, né tantomeno viene cantato l’Alleluja prima della proclamazione del Vangelo. Queste espressioni, infatti, hanno un carattere tipicamente pasquale: il testo del Gloria, a dispetto dell’incipit di chiaro rimando natalizio, è largamente incentrato sull’«Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo», l’Alleluia, inutile ricordarlo, è il canto pasquale per eccellenza. La Chiesa, pertanto, ha ritenuto opportuno che entrambi questi testi venissero omessi durante la Quaresima in modo tale che potessero essere proclamati con rinnovato gaudio in occasione della Pasqua.[1]

Richiamate queste doverose premesse, vogliamo però ora convogliare l’attenzione su quella che è una peculiarità propria della Quaresima ambrosiana di cui probabilmente pochi hanno sentito parlare, ovvero le preci litaniche. Esse venivano inserite nella Messa domenicale in luogo del Gloria a partire dalla Dominica in capite Quadragesimae e fino alla V di Quaresima, escludendo pertanto la Domenica delle Palme.[2]

Ve ne erano due formule, una per le domeniche pari, cantata durante la II e la IV domenica, e una per le dispari, per la I, III e V. I testi sono molto suggestivi e venivano cantati dal sacerdote o, se presente, dal diacono, mentre il popolo e i ministri rimanevano in ginocchio. L’assemblea rispondeva ad ogni invocazione con un «Domine, miserere» nelle preci delle domeniche dispari e con un «Kyrie, eleison» in quelle delle pari. La loro origine è tipicamente orientale e probabilmente si tratta di un elemento pre-costantiniano, poiché in esse si ritrova anche un’invocazione per i dannati ad metalla, pena che era caduta in disuso agli inizi del IV secolo.

Vediamo ora di approfondire nello specifico quelle che erano le intenzioni di preghiera contenute nelle preci. A larghe linee, potremmo accostarle alla Preghiera Universale del venerdì santo, in quanto si cerca di includere effettivamente molte categorie di persone e situazioni per le quali si intende pregare. Le preci Divinae pacis, ovvero quelle delle domeniche dispari e così chiamate in virtù del loro incipit, si aprono con un’invocazione per la Chiesa, il Papa e tutto il clero. Si prosegue poi pregando per i governanti[3], per la pace, per la comunità locale, gli abitanti della città, ma anche per il clima e i buoni frutti del raccolto. Inizia poi un lungo elenco di categorie di persone per varie ragioni sofferenti, tra cui i soggetti “deboli” come vedove ed orfani, ma anche coloro che sono più esposti ai rischi, come i naviganti o i carcerati, passando poi per i malati nel corpo e nello spirito.

La formula delle preci delle domeniche pari ricalca largamente quella già esposta per le dispari, con una semplice maggior compattezza e sintesi nell’esposizione delle intenzioni.

È stato detto che le preci prendevano il posto del Gloria durante la Messa. Molti dei nostri lettori di rito romano, di conseguenza, si domanderanno se questo uso sia sopravvissuto nel rito ambrosiano anche dopo la riforma liturgica. Purtroppo, con l’ovvia esclusione delle comunità che celebrano in rito antico, la risposta è negativa, tuttavia le preci non sono state completamente dimenticate neanche nel novus ordo. Se è pur vero che non trovano più collocazione in apertura dell’assemblea liturgica, è uso delle liturgie del Duomo e della Basilica di San’Ambrogio (ed, eventualmente, di altre parrocchie dell’arcidiocesi a discrezione dei parroci) prevedere la loro recita in sostituzione della Preghiera dei fedeli. A tal proposito, si narra che Paolo VI abbia voluto inserire nella Messa la Preghiera dei fedeli prendendo spunto dalle preci ambrosiane, in quanto tutti ricorderanno che il Montini, prima di venire elevato al soglio pontificio, era stato nominato Arcivescovo di Milano dopo la morte del cardinal Schuster. Se tale diceria corrisponda al vero non è dato sapere, come è anche possibile che Paolo VI si sia più semplicemente ispirato alle formule di preghiera del venerdì santo. Piuttosto, quel che è certo è che i testi che i vari foglietti liturgici ci riportano per la preghiera dei fedeli sono nel migliore dei casi discutibili e, comunque, molto spesso distaccati da quelle che sono o dovrebbero essere intenzioni di preghiera valide per il popolo di Dio.

Non sarebbe pertanto una cattiva idea per le parrocchie milanesi optare durante la Quaresima per il canto delle preci. Si riporta ora il testo della formula per le domeniche dispari, in latino e con traduzione in italiano.



Dominus vobiscum. 
Et cum spiritu tuo. 

Divinæ pacis, et indulgentiæ munere supplicantes, ex toto corde, et ex tota mente, precamur te: 
Domine, miserere.

Pro Ecclesia tua sancta catholica, quæ hic, et per universum orbem diffusa est, precamur te. R. 
Pro Papa nostro N., et Pontifice nostro N., et omni clero eorum, omnibusque sacerdotibus, ac ministris, precamur te. R. 
Pro his qui nos in potestate regunt, precamur te. R. 
Pro pace ecclesiarum, vocatione gentium, et quiete populorum, precamur te. R
Pro civitate hac, et conversatione ejus, omnibusque habitantibus in ea, precamur te. R. Pro aërum temperie, ac fructuum fœcunditate terrarum, precamur te. R. 
Pro virginibus, viduis, orphanis, captivis, ac pœnitentibus, precamur te. R. 
Pro navigantibus, iter agentibus, in carceribus, in vinculis, in metallis, in exiliis constitutis, precamur te. R. 
Pro his, qui diversis infirmitatibus detinentur, quique spiritibus vexantur immundis, precamur te. R. 
Pro his, qui in sancta tua Ecclesia fructus misericordiæ largiuntur, precamur te. R. 
Exaudi nos Deus, in omni oratione, atque deprecatione nostra, precamur te. R. 
Dicamus omnes. 
Domine, miserere. Kyrie eleison. Kyrie eleison. Kyrie eleison.
Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.

Favoriti dal dono della pace e della misericordia divina, supplichevoli, con tutto il cuore e l’anima, noi ti preghiamo:
Signore, abbi pietà.

Per la tua Chiesa santa cattolica, che si è diffusa qui come per tutto il mondo, noi ti preghiamo. R. 
Per il nostro Papa N., e per il nostro Arcivescovo N., per tutto il loro clero e per tutti i sacerdoti e ministri, noi ti preghiamo. R. 
Per coloro che ci governano, noi ti preghiamo. R. 
Per la pace tra le Chiese locali, la vocazione delle genti, la tranquillità dei popoli, noi ti preghiamo. R. 
Per questa città e per la sua conservazione, e per tutti quelli che vi abitano, noi ti preghiamo. R. 
Per la clemenza dell’aria e la fecondità della terra, noi ti preghiamo. R. 
Per le vergini, le vedove, gli orfani, gli schiavi e i penitenti, noi ti preghiamo. R. 
Per i naviganti, i viandanti, i carcerati, per coloro che si trovano in catene, nelle miniere, in esilio, noi ti preghiamo. R. 
Per coloro che sono afflitti da infermità o vessati da spiriti immondi, noi ti preghiamo. R. Per coloro che nella tua santa Chiesa dispensano con larghezza frutti di misericordia, noi ti preghiamo. R. 
Ascoltaci, o Dio, in ogni orazione e supplica nostra, noi ti preghiamo. R. 
Diciamo unanimi. 
Signore, abbi pietà. Kyrie, eleison. Kyrie, eleison. Kyrie, eleison.

  1. In particolare, è tradizione prima dell’inizio del tempo di Settuagesima celebrare il «funerale dell’Alleluia», con il quale si saluta la tipica acclamazione pasquale che non risuonerà più fino al sabato santo.
  2. Il lettore rammenti che nel rito ambrosiano il Gloria e l’Alleluia sono ancora proclamati anche durante la Settuagesima, pur essendo la Messa celebrata in morello.
  3.  In passato vi erano le esplicite intenzioni per il re e per l’imperatore, oggigiorno chiaramente non più applicabili.

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