Qualche ricognizione sulle sequenze

Una breve ricognizione sulle sequenze, anche con Messali diversi da quello romano, accennando al problema della Tradizione liturgica, tra aggiunte e trasmissioni.

Per sequenza intendiamo un «canto in poesia o prosa ritmata che seguiva il canto della lettura precedente il Vangelo in alcune solennità. Il nome deriva dall’insieme di neumi che vocalizzavano, con lungo strascico di note, l’ultima vocale dell’Alleluia. Per facilitare questo vocalizzo si misero delle parole e queste formarono una composizione autonoma»1. La definizione data dagli autori di questo volume, che presenta una sezione in forma di dizionario, ci obbliga ad esprimere anzitutto una perplessità: perché “seguiva”, usando l’imperfetto? Non risulta che nel Messale riformato siano state rimosse le sequenze. Dal punto di vista della composizione è invece interessante il riferimento sia alla poesia che alla prosa ritmata; in effetti, sequenze come Lauda Sion o Stabat Mater vengono dall’età medievale, dove il genere del prosimetro è ben diffuso (si pensi al De consolatione philosophiae di Boezio o, secoli dopo, alla Vita nova di Dante): poesia e prosa (ritmata o meno), l’utilizzo del cursus e altri espedienti testimoniano una vivace compresenza di schemi. Questo, naturalmente, valse anche per le composizioni liturgiche.

Come è noto, il Messale romano presenta queste sequenze: Victimae paschali laudes per la domenica e ottava di Pasqua (fino al sabato), Veni, Sancte Spiritus per la domenica e ottava di Pentecoste, Lauda, Sion, Salvatorem per la festa e ottava del Corpus Domini, Stabat Mater dolorosa per la festa dei Sette Dolori della Beata Vergine Maria e Dies Irae per la commemorazione di tutti i fedeli defunti. Tra gli autori, riconosciuti o dubbiamente attribuiti, troviamo personalità san Tommaso d’Aquino, Jacopone da Todi e Tommaso da Celano. Le sequenze non sono però presenti soltanto nel rito romano, ma è possibile rintracciarne altre tramite una rapida ricognizione.

Il Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesie del 1499 custodito alla Biblioteca Agatina del Seminario di Catania, interessante testimone dell’incrocio tra tradizione gallicana (di derivazione normanna) e particolarità insulari, presenta 11 sequenze2: c’è il Dies Irae, c’è il Lauda Sion, c’è il Veni Sancte Spiritus, c’è il Victimae paschali, ma troviamo anche, per esempio, una sequenza per le Messe mariane del sabato (Ave Maria gratia plena Dominus tecum, Virgo serena) e per la Messa votiva delle cinque piaghe di Cristo (Cenam cum discipulis, Christe, celebrasti)

Un Messale ricco di sequenze è quello aquileiese: sfogliando l’edizione del 1517 scopriamo che esso ne presenta ben 73, di cui 14 in onore della Madonna3. Troviamo, per esempio, sequenze per feste come la Trasfigurazione (Adest dies celebris quo pacatus), per sant’Agostino (De profundis tenebrarum mundo), per san Martino (Sacerdotem Christi Martinum). Da notare che per i defunti non è presente il Dies Irae, ma la sequenza Cum sit omnis caro fenum.Con queste due rapide incursioni pre-tridentine parrebbe confermarsi un giudizio piuttosto diffuso tra gli studiosi di liturgia, cioè quello secondo cui Pio V avrebbe eliminato ogni particolarismo locale, imponendo in maniera forzata e centralizzatrice un diktat romano: al di là del concetto in sé, che fa trasalire chi rifiuta la romanità della Chiesa non per motivi culturali ma perché, più o meno apertamente, rifiuta il papato dal punto di vista dottrinale, altri elementi (che analizzeremo prossimamente) ci permettono di riconoscere come questo giudizio su papa Ghislieri sia quantomeno miope. La caccia archeologica potrebbe essere senza fine: perché non si usa più il Sacramentario gelasiano? Perché gli ambrosiani non utilizzano direttamente gli Ordines di Beroldo? La tradizione liturgica, come dimostrano le sequenze, non è andare alla ricerca del testo più antico possibile senza ammettere alcuna aggiunta recenziore, ma nel vedere come elementi antichi siano presenti ancora oggi e siano rintracciabili in più testimoni, concetto che, filologicamente, ci conferma non tanto dell’antichità quanto della bontà della Tradizione.


Note

  1. Liturgia, a cura di D. Sartore, A.M. Triacca, C. Cibien, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, s.v. sequenza, p. 2124.
  2. Missale secundum consuetudinem Gallicorum et Messanensis Ecclesie, edizione anastatica, introduzione e appendice a cura di P. Sorci, G. Zito, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009.
  3. Missale Aquileyensis Ecclesie, edizione anastatica, introduzione e appendice a cura di G. Peressotti, Libreria Editrice Vaticana – Istituto Pio Paschini, Città del Vaticano – Udine 2007.

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