Quando l’odio sembra avere l’ultima parola

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Sono trascorsi venticinque anni da quella mattina del 2001 e le immagini di New York appartengono ormai alla memoria collettiva: le Torri Gemelle avvolte dal fumo, gli aerei, le strade attraversate dalla gente in fuga, il crollo, la polvere, le sirene. Le abbiamo viste tante volte da aver quasi imparato a riconoscerne ogni fotogramma. Eppure, dietro quelle immagini, esiste una memoria molto più intima, fatta di voci e di parole che non hanno avuto la possibilità di entrare nei libri di storia con la stessa forza delle immagini, ma che forse meritano di essere ricordate ancora di più.

Sono le telefonate di quelle persone che, negli ultimi minuti della loro vita, cercarono il proprio marito, la propria moglie, i figli, i genitori, gli amici. In mezzo al caos, alla paura e alla consapevolezza di ciò che stava accadendo, presero il telefono per dire ciò che spesso nella vita rimandiamo, sottintendiamo o diamo per scontato. Alcuni lasciarono messaggi, altri riuscirono a parlare con i propri cari; nelle loro parole tornavano l’amore e gli affetti verso la famiglia, la gratitudine, il desiderio di rassicurare chi sarebbe rimasto. È una bellissima immagine: mentre l’odio stava consumando migliaia di vite, l’uomo, davanti alla morte, cercava ancora l’amore.

A distanza di venticinque anni, credo che dovremmo soffermarci proprio qui. Quelle telefonate dicono qualcosa dell’uomo che nessuna analisi geopolitica può spiegare fino in fondo. Quando la morte si avvicina, molte delle sovrastrutture con cui riempiamo l’esistenza perdono improvvisamente consistenza. Rimane ciò che abbiamo custodito nel cuore, le persone che abbiamo amato, il bisogno di dire loro che sono state importanti. Rimane il desiderio di lasciare, prima di andarsene, una parola che abbia un peso maggiore di tutto ciò che sta accadendo loro intorno. Quella parola, in quelle circostanze, è stata l’amore.

È un dettaglio? No, è forse uno dei significati più profondi di quella giornata. L’11 settembre è stato concepito e realizzato come un atto di odio. La sua intenzione era seminare terrore, morte e divisione e tuttavia, nelle ultime parole di molte delle sue vittime, troviamo qualcosa che appartiene a un ordine completamente diverso. Là dove qualcuno aveva scelto di distruggere e portare morte, qualcuno cercava ancora di pronunciare una parola di vita, di amore.

È qui che la memoria di quel giorno incontra il cristianesimo perché il cristianesimo possiede una pretesa tanto alta quanto impegnativa: sostiene che l’amore non sia soltanto una delle molte possibilità offerte all’uomo, ma la realtà ultima nella quale l’uomo trova la propria verità. «Dio è amore», scrive San Giovanni (1Gv 4,8) e questa affermazione, presa sul serio, cambia radicalmente il significato della nostra esistenza. L’amore cristiano non nasce dall’uomo e non si esaurisce nell’uomo, ha la sua sorgente in Dio e trova in Cristo la sua manifestazione piena. 

Cristo è l’amore di Dio entrato nella storia. Il Figlio di Dio ha amato fino alla fine, come racconta san Giovanni: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1), sino al Calvario. Sulla Croce Gesù porta l’amore, il perdono. Riceve odio, insulti, percosse e nonostante ciò continua ad amare. Viene inchiodato e apre, anzi spalanca, le braccia. È una scena che abbiamo visto migliaia di volte, eppure è proprio lì, su quel legno, che il cristiano compre fino a quale punto possa arrivare l’amore di Dio e, insieme, fino a quale punto debba arrivare l’amore del cristiano.

«Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Il Cristo della Croce non ci chiede un amore modellato sulle nostre simpatie, sulle nostre affinità, sulla reciprocità dei rapporti. Ci chiede di entrare nella misura del suo amore. Per questo ci dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44). È qui che il cristianesimo diventa radicale. Amare chi ci ama appartiene anche alla naturale inclinazione dell’uomo, amare chi ci fa del bene viene spontaneo. Cristo introduce una misura ulteriore: amare quando l’amore non viene restituito, pregare quando il rancore sembrerebbe più immediato, perdonare senza trasformare il perdono in complicità con il male, conservare la verità senza permettere che la verità diventi un pretesto per il disprezzo dell’altro. Pensiamo a San Massimiliano Kolbe che entra nella cella della morte ad Auschwitz e offre la propria vita per un altro prigioniero. Oppure a Santa Maria Goretti che perdona il suo aggressore e a San Giovanni Paolo II che, dopo essere stato colpito da Ali Ağca, decide di incontrarlo e di perdonarlo. Sono vicende diverse, nate in contesti diversi, ma tutte raccontano la stessa cosa: il Vangelo diventa credibile quando l’amore smette di essere un principio e diventa una scelta. Ed è precisamente qui che la commemorazione dell’11 settembre diventa anche una questione che riguarda tutti noi.

Che cosa significa, infatti, dichiararsi cristiani in un mondo nel quale l’odio continua a trovare così facilmente nuovi argomenti? Significa anzitutto assumersi la responsabilità dell’amore che siamo capaci di testimoniare. Il mondo non ha bisogno di cristiani che sappiano soltanto spiegare il cristianesimo; ha bisogno di cristiani nei quali sia possibile riconoscere il volto di Cristo. Saremo giudicati anche per questo. Nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di Matteo, Cristo presenta il giudizio finale e pone davanti all’uomo una serie di gesti concreti: dare da mangiare, dare da bere, accogliere, vestire, visitare, accompagnare. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). È una pagina che non lascia molto spazio alle nostre costruzioni teoriche. Alla fine, ciò che conta è l’amore reso concreto nella vita e questo riguarda tutti, senza eccezioni. Riguarda chi amiamo e chi sopportiamo a fatica, chi ci comprende e chi ci irrita, chi ci è vicino e chi appartiene a un mondo che sentiamo distante dal nostro. Riguarda l’uomo nella sua interezza perché ogni volto che lo incontriamo ci offre una possibilità di fare bene.

Il cristiano, in fondo, è chiamato a una cosa piuttosto esigente: impedire che l’odio abbia l’ultima parola. Certo, non possiamo impedire che qualcuno ci odi, non possiamo nemmeno cancellare il male dalla storia con un colpo di penna. Possiamo però decidere che cosa faremo del male che incontreremo nella nostra vita, possiamo scegliere se trasmetterlo o interromperlo, possiamo decidere se aggiungere altra durezza alla durezza del mondo oppure introdurvi qualcosa che il mondo, da solo, non sa produrre. Perdono, misericordia, carità. È questa la vera vittoria cristiana. Non la vittoria di chi schiaccia il proprio avversario, ma quella di chi, pur avendo ricevuto il male, rifiuta di lasciarsi trasformare dal male in ciò che combatte.

Per questo quelle telefonate dell’11 settembre mi sembrano ancora oggi una delle immagini più eloquenti di quella tragedia. Nel momento in cui l’odio sembrava aver preso possesso della storia, migliaia di persone stavano morendo e alcune delle ultime parole che riuscirono a pronunciare furono parole rivolte a chi amavano. È quasi una lezione involontaria ed è una lezione che noi cristiani dovremmo custodire. Cristo dalla Croce continua a mostrarci la stessa direzione. Le sue braccia rimangono aperte sull’altare delle nostre chiese, mentre noi continuiamo a vivere le nostre giornate, a discutere, a dividerci, a offenderci per questioni talvolta così piccole da risultare imbarazzanti quando le si osserva alla luce dell’eternità. Quelle braccia aperte ci ricordano che esiste una misura dell’esistenza più alta delle nostre suscettibilità, quella della carità. «La carità non avrà mai fine», scrive san Paolo (1Cor 13,8).

Ricordare l’11 settembre significa pregare per i morti, custodire la verità di ciò che è accaduto e non permettere che il tempo trasformi quella tragedia in una semplice ricorrenza del calendario. Significa anche domandarci, con una certa severità, quale traccia lasciamo noi nel mondo. Quante persone incontrano attraverso di noi qualcosa dell’amore di Cristo? Quante volte, invece, siamo noi a rendere il mondo un po’ più duro? Un giorno saremo davanti a Dio e allora molte delle cose alle quali oggi attribuiamo un’importanza quasi sproporzionata perderanno il loro peso. Rimarrà l’amore che avremo ricevuto e quello che avremo saputo donare. Rimarrà Cristo e allora comprenderemo che la vera risposta all’odio non è diventare più capaci di odiare, ma diventare più capaci di amare.

La storia degli uomini può essere attraversata dalle guerre, dalle persecuzioni e dalle tragedie, ma l’ultima parola appartiene a Dio e Dio, come ci ha insegnato san Giovanni, è amore.

© ECCLESIA DEI

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