SANTI

San Nunzio Sulprizio

San Nunzio Sulprizio, nacque a Pescosansonesco (Pescara) 13 aprile 1817,
da un’umile famiglia.
Nell’agosto 1820, muore il padre a soli 26 anni.



 

Don Riccardo Pecchia  |  05 Maggio 2021  |  Tempo di lettura: 2 minuti

 

SANTI

San Nunzio Sulprizio

San Nunzio Sulprizio, nacque a Pescosansonesco (Pescara) 13 aprile 1817, da un’umile famiglia. Nell’agosto 1820, muore il padre a soli 26 anni.

Don Riccardo Pecchia
05 Maggio 2021
Tempo di lettura: 2 minuti

 

San Nunzio Sulprizio, nacque a Pescosansonesco (Pescara) 13 aprile 1817, da un’umile famiglia. Nell’agosto 1820, muore il padre a soli 26 anni. Circa due anni dopo, la mamma si risposa, anche per trovare un sostegno economico, ma il patrigno tratta il piccolo Nunzio con asprezza e grossolanità. Il 5 marzo 1823, muore la mamma, Nunzio ha solo 6 anni e la nonna materna Rosaria Luciani lo ospita in casa, prendendosi cura di lui. Quando ha appena 9 anni, il 4 aprile 1826, gli muore la nonna. Nunzio ormai è solo al mondo ed è per lui l’inizio di una lunga “via dolorosa” che lo configurerà sempre più a Gesù Crocifisso. Solo al mondo, è accolto in casa, come garzone, dallo zio Domenico Luciani il quale subito lo “chiude” nella sua bottega di fabbro, impegnandolo nei lavori più duri, senza alcun riguardo all’età e alle più elementari necessità di vita. Spesso lo tratta male, lasciandolo anche senza cibo, quando a lui sembra che non faccia ciò che gli è richiesto. Alla domenica, anche se nessuno lo manda, va alla Messa, il suo unico sollievo nella settimana. Presto si ammala. Un rigido mattino d’inverno, lo zio lo manda, con un carico di ferramenta sulle spalle, in uno sperduto casolare. Vento, freddo e ghiaccio lo stremano. Lungo il cammino mette i piedi accaldati in un laghetto gelido. A sera rientra spossato, con una gamba gonfia, la febbre che lo brucia, la testa che scoppia.
Va a letto, senza dir nulla, ma l’indomani non regge più. Lo zio gli dà come “medicina”, quella di riprendere il lavoro, perché “se non lavori, non mangi”. Si trova con una terribile piaga a un piede, che presto andrà in cancrena. La piaga ha bisogno di continua pulizia e Nunzio si trascina fino alla grande fontana del paese per pulirsi, ma di lì viene presto cacciato come un cane rognoso, dalle donne che, venendo lì a lavare i panni, temono che inquini l’acqua. Trova allora una vena d’acqua a Riparossa, dove può provvedere a se stesso, impreziosendo il tempo lì trascorso con molti Rosari alla Madonna. A un certo punto fu ricoverato per tre mesi all’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, ma le cure sono impotenti. Ritornato all’officina in uno stato doloroso, non poté continuare nel lavoro, pertanto lo zio paterno Francesco Sulprizio, militare a Napoli, lo inviò a Napoli con l’aiuto del colonnello Felice Wochinger, che prese ad amarlo come un figlio e per suo interessamento Nunzio fu ricoverato, il 20 giugno 1832, all’Ospedale degli Incurabili. Per circa due anni, soggiorna tra l’ospedale di Napoli e le cure termali a Ischia, ottenendo qualche passeggero miglioramento. Lascia le stampelle e cammina solo con il bastone. Dall’11 aprile 1834, il colonnello per curarlo meglio, lo condusse con sé nel Maschio Angioino, allora adibito a caserma, mentre il male avanzava inesorabilmente. Presto però, all’iniziale miglioramento, segue l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche: in fondo si tratta di cancro alle ossa e non c’è cura che serva. Le sofferenze sono acutissime, tanto che i medici pensavano di amputargli la gamba; vi rinunciarono però data l’estrema debolezza del giovane. Morì il 5 maggio 1836, a soli 19 anni.
 
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