Sant’Alessandro di Bergamo - Ecclesia Dei

di Don Riccardo Pecchia

Sant’Alessandro di Bergamo, nacque a Tebe nel III secolo. Secondo la tradizione fu il vessillifero della leggendaria della Legione Tebea, composta da soldati della Tebaide e comandata dal generale romano san Maurizio. Secondo la tradizione, la centuria di cui Alessandro era comandante fu spostata intorno all’anno 301 dalla Mesopotania alle regioni occidentali, prima a Colonia, poi a Brindisi, sino a giungere in Africa. Durante il lungo viaggio dei legionari, diverse persecuzioni contro i cristiani furono ordinate dall’imperatore Massimiano, ma i soldati si rifiutarono di eseguire gli ordini pagando con la decimazione, avvenuta ad Agaunum, nell’odierna Saint Maurice-en-Valais che si trova nel cantone Vallese, in Svizzera.

Tra gli scampati al massacro, Alessandro riparò con alcuni suoi compagni in Italia, ma fu imprigionato a Milano (nel luogo dove oggi sorge piazza di Sant’Alessandro) e qui si rifiutò di abiurare alla fede cristiana come ordinatogli dall’imperatore Massimiano. Fuggito dalla prigione, grazie all’aiuto di san Fedele di Como e del vescovo san Materno di Milano, sulla strada verso Como, secondo la leggenda compì il miracolo di risuscitare un defunto, dove fu riconosciuto, catturato e riportato davanti a Massimiano, Alessandro abbatté l’ara preparata per il sacrificio a dei romani, facendo infuriare l’imperatore, che lo condannò a morte per decapitazione; la leggenda vuole che il carnefice non osasse colpirlo perché il capo di Alessandro gli appariva grande come una montagna e, per lo spavento, gli si sarebbero irrigidite le braccia: la stessa sorte sarebbe toccata ad altri soldati chiamati ad eseguire la condanna; pertanto fu rimesso in carcere, a morire di stenti, ma riuscì nuovamente a fuggire. Alessandro passò miracolosamente l’Adda all’asciutto e si nascose in un bosco vicino a Bergamo, presso il Ponte della Morle, da un patrizio locale, il principe Crotaceo. A Bergamo Alessandro iniziò un’opera di conversione alla fede cristiana degli abitanti della città, tra cui i futuri martiri santi Fermo e Rustico, parenti di Crotacio. Fu presto scoperto da alcuni soldati romani che lo condussero in catene a Bergamo, dove fu condannato alla decapitazione, che questa volta fu eseguita senza inconvenienti. Morì il 26 agosto 303; patrono di Bergamo.

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