LETTERATURA

Caronte

La grande porta dell’Inferno è aperta. Sapremo poi che un giorno dietro a essa
i diavoli tentarono di resistere al Cristo (Inf., VIII, 124) il quale l’infranse per la virtù
della Croce e da allora «lo suo sogliare a nessuno è negato» (Inf., XIV, 87).



 

Edoardo Consonni  |  25 Maggio 2021  |  Tempo di lettura: 3 minuti

 

LETTERATURA

Caronte

La grande porta dell’Inferno è aperta. Sapremo poi che un giorno dietro a essa i diavoli tentarono di resistere al Cristo (Inf., VIII, 124) il quale l’infranse per la virtù della Croce e da allora «lo suo sogliare a nessuno è negato» (Inf., XIV, 87).

Edoardo Consonni
25 Maggio 2021
Tempo di lettura: 3 minuti

 

Inferno – Canto III

La grande porta dell’Inferno è aperta. Sapremo poi che un giorno dietro a essa i diavoli tentarono di resistere al Cristo (Inf., VIII, 124) il quale l’infranse per la virtù della Croce e da allora «lo suo sogliare a nessuno è negato» (Inf., XIV, 87). Sapremo poi che più giù un’altra porta ancora resiste e che dovrà essere aperta per la virtù dell’Aquila. «Portae inferi non praevalebunt» aveva detto il Vangelo (Matt. XVI, 18) ma Dante, a spiegare l’infelicità presente del mondo mostra che una delle due porte ancora è chiusa, ancora prevale. Dalla porta dell’Inferno si passa in quello che fu chiamato il Vestibolo, regione che nella ripartizione palese dell’Inferno non ha né un nome né un numero d’ordine; nella sua ripartizione segreta invece rappresenta il primo Antinferno, ove si punisce la colpa residua del peccato originale in quanto è «difficultas», mancanza del «recte facere», infermità della vita attiva. Gli «sciagurati che mai non fur vivi» che Dante qualifica in forma vaga perché nella terminologia dell’etica corrente non trovava un nome adatto per essi (e d’altra parte non voleva troppo chiaramente designarli) sono uomini che, pur avendo visto per virtù del battesimo il bene, essendo stati sanati nella vita contemplativa, rimasero non sanati nella vita attiva. Sono sciagurati che mai non fur vivi, non mai veramente vivi, perché non usarono dello «scire recte» acquistato quando morirono in Cristo col battesimo, non mai veramente morti perché col battesimo erano vissuti in Cristo e «non hanno speranza di morte». Sono mescolati a essi gli angeli che non furono né ribelli né fedeli, perché questi, tipicamente perfetti nella vita contemplativa, in quanto videro Iddio, furono tipicamente inerti nella vita attiva, perché non operarono, non furono con lui nella lotta.
Questi ignavi non sarebbero stati tali se, oltre ad avere dalla Croce la virtù del battesimo, avessero nel mondo seguito o in azione o in ispirito l’Aquila dell’Impero che sana nella vita attiva e avessero obbedito a lei presente o avessero creduto in lei ventura, se in altri termini avessero seguito la sacra insegna redentrice dell’Aquila.
In quanto essi passarono in vita il «passo» del battesimo, hanno passato la mistica morte e dopo la morte materiale non muoiono della seconda morte, perciò sono fuori dell’Acheronte. In quanto la loro colpa consiste nel non aver seguito l’insegna dell’Aquila, seguono oggi eternamente e invano una misteriosa insegna rapidissima, «indegna di ogni posa», che Dante non vuol nominare per non svelare a tutti il suo disegno segreto, ma che sta lì a raffigurare o ricordare l’Aquila.
Si noti che Dante si mostra sorpreso dell’immenso numero di anime che segue questa insegna. Sono tanti che egli non avrebbe mai creduto che tanti fossero i morti. E con ciò egli dice agli uomini: «Voi non sapete che la gente la quale pur battezzata, si perde perché le manca la guida dell’Aquila è innumerevole!».
Si vede da lontano il fiume Acheronte. Esso è il primo, principale fiume dell’Inferno e simboleggia il peccato originale, sta infatti tra i due Antinferni del peccato originale, quello della «difficultas» e quello della «ignorantia». Vincere, superare l’Acheronte vuol dire superare il peccato originale. Il peccato originale si supera nel «passo» del battesimo e questo «passo» si compie morendo in Cristo. Chi da vivo non compie il «passo» della mistica morte, morendo in Cristo per virtù della Croce per vivere della vera vita, compie quel «passo» dopo morto e per lui esso significa morte dell’anima, seconda morte.
Quel «passo» sarà compiuto da Dante per la virtù della Croce, ma Virgilio non lo compì da vivo e per questo la sua sede, da morto, è di là dall’Acheronte. E per questo a Dante che gli domanda di quel fiume risponde in modo breve e addolorato e Dante non parla più di tale argomento temendo (a ragione) che il suo dire non gli sia grave (vv. 76-81).
Viene Caronte nella cui barca le anime perdute, le anime morte passano l’Acheronte nella dannazione, e dice a Dante: «Tu che sei un’anima viva, non devi passare di qui con la mia nave, devi passare questo «passo» sopra un «più lieve legno». Questo «più lieve legno» misterioso è appunto il legno della Croce che è chiamato generalmente, e da Dante stesso, per antonomasia il legno (Par., XIX, 35). Le parole di Caronte sono spiegate da un passo di S. Agostino che dice: «Tu eri buttato là dalla fiumana di questa vita. Non c’è per dove passare in patria se non ti lasci portar per nave, portar dal legno (nisi ligno porteris). Credi nel Crocefisso e sarai salvo». E ciò non esclude affatto che questo «più lieve legno» sia il legno dell’Angelo che porta le anime al Purgatorio (Purg., II, 41) anzi lo conferma, per la semplice ragione che anche quel «vasello snelletto e leggero» è proprio la Croce che porta le anime nel passo di là da la morte nel viaggio d’oltretomba ed è guidata dall’Angelo che ha la forma della Croce e che depone le anime a «piaggia» col segno della Croce (Purg., II, 49). Chi da vivo per i meriti della Croce passa l’Acheronte vincendo il peccato originale, da morto è per la stessa Croce portato a salvazione, alla vera vita. Ma è notissima e comune immagine della mistica cristiana che l’uomo nel battesimo e con la Croce muore in Cristo. «Ignorate o fratelli», dice S. Paolo, «che quanti siamo stati battezzati in Gesù Cristo siamo stati battezzati nella morte di Lui? Siamo stati seppelliti mediante il battesimo con Lui alla morte affinché, come Egli risorse dai morti, per la gloria del Padre così noi camminiamo nella novità della vita». (Rom. 6).
Dunque Dante per passare l’Acheronte, cioè per vincere il peccato originale sul più lieve legno della Croce attuando la virtù del battesimo, deve morire in Cristo. Ed egli ha rappresentato questa morte mistica nelle forme di una morte naturale e anzi parlando per trovare forma più poetica e più vaga di un «sonno».
Alla fine delle parole di Virgilio si hanno infatti i segni misteriosi di un intervento possente e terribile. La terra che trema come alla morte di Cristo, una luce vermiglia (la luce della Grazia) un vento spaventoso. La virtù di Cristo, nella quale e per la quale l’anima vince il peccato originale, viene a trasportare misteriosamente con la violenza di una vittoria di là dal fiume della morte, l’anima che, morendo in Cristo, si ridesterà di là da quel fiume per vivere alla vera vita.
 
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