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God is love vs Love is love. La verità della relazione esiste solo nella cristianità

La realtà della “relazione” tra gli uomini, fratelli dentro e fuori la Chiesa, è possibile solo vivendo la cristianità. In netta separazione dalla declinazione atea delle scienze, solo la fede costituisce mente, corpo e spirito in grado di fondare l’essere della relazione, per la specificità del legame che si crea tra le persone nella “vita nuova”.

L’atmosfera atea della società spinge le sue diverse scienze a dare soluzioni frammentate e parziali al problema della socialità: dalla filosofia alla psicologia alla legge, l’uomo-senza-Dio fornisce definizioni varie che cadono, alla fine, tutte sotto lo stesso campo semantico: il fatto che l’essere umano è un individuo. Chi è l’individuo? Una monade, un’essenza separata e isolata dalle altre. Anche quando nelle diverse relazioni si forma, si tratta di “influenze” di cui l’essere umano risente nella sua “sfera individuale”, cioè il legame che si instaura con gli altri sarebbe sempre non costitutivo e non sostanziale, quindi sempre “sovrastrutturale” e mai a livello di condivisione della stessa vita, perché nel suo DNA l’individuo è sempre un solo, a parte il legame di sangue con la propria famiglia. Qui cade il punto, la famiglia. La famiglia è l’unico legame “vero” dell’individuo, cioè nella carne; il legame familiare sarebbe l’unica realtà in grado di rendere l’individuo una “persona”. Rimanendo alla prospettiva atea, solo la famiglia salverebbe l’individuo dall’essere un atomo, eppure quante volte vediamo che così non è.

Il legame di sangue non basta ancora a rendere l’individuo una “persona”. Cos’è una persona? Una persona è un essere-in-relazione. Dio è uno nella sua essenza divina ma è tre “Persone”, quindi la relazione è costitutiva della Trinità. Ecco perché Gesù afferma di non fare nulla da sé stesso ma di fare tutto “in comunione” col Padre (Gv 5,19) e dice «Come tu, Padre, sei in me e io in te » così… «siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17, 21). Questa è la qualità della relazionalità in Dio. Così Dio “fa famiglia” con l’uomo e gli uomini tra loro proprio perché sono stati creati “a sua immagine e somiglianza” (Gn, 1,26-28). Solo Dio può “mettere in relazione” e solo in Dio possiamo “essere in relazione”.

Il cristiano è l’unico vero “uomo-in- relazione”: non “l’uomo della psicologia” né quello “dello Stato” né tantomeno quello “naturale”, in sé e per sé, lo sono. Ce lo indica la nozione di “Corpo di Cristo”. I battezzati sono membra di un unico corpo in cui nessun membro può sussistere da solo né il corpo senza uno solo delle sue membra, come dice San Paolo (Rm 12, 4-5). Noi cristiani siamo costitutivamente legati nel Battesimo nella vita di Dio: ecco che torna il legame sostanziale di cui sopra, che manca nei costrutti atei, che per questo non riusciranno mai a fornire soluzioni concrete e risolutive alla divisione nel mondo- solo la fratellanza può: non la fratellanza alla maniera politica, partitica o sociologica, ma alla maniera cristiana. Qui cambia totalmente il modo di vedere l’altro, che per le scienze è un “problema” (in senso filosofico) siccome l’altro è l’altro- da- me, mentre per il cristiano l’altro non è alieno a me, anzi è sangue del mio sangue, carne della mia carne: un fratello in Cristo, che io tratto secondo la stessa vita che condividiamo, quella del Signore ricevuta nel Battesimo, in cui siamo diventati figli di Dio, e che si esprime nel Vangelo.

L’uomo è immagine e somiglianza di Dio in quanto vive di “relazione” nella vita nuova, grazie al sacrificio di Nostro Signore che si fa cibo nell’ostia, ecco perché nell’ostia c’è la vita di tutti, quella del Signore come quella nostra e quella dei fratelli secondo la Grazia, cioè della Chiesa tutta. Di più: allo stesso tempo, secondo la sola natura umana, siamo fratelli con tutti, anche con i non battezzati, in quanto tutti sono creature di Dio, amate da Lui, chiamate da Lui alla vita e alla comunione con Cristo. Ragion per cui noi, suo Corpo mistico, siamo chiamati ad entrare in una relazione d’amore anche con quanti non sono membra del Corpo mistico, cioè sangue del nostro sangue nella fede, ma rimangono nostri fratelli in ordine all’essere creature di Dio.

Da questo discorso emerge chiaramente che gli animali non vivono di relazione, contrariamente a come professa l’idolatria per essi di tanti esseri umani (frasi del tipo «meglio l’animale di un uomo»): gli animali costituiscono l’individualità per eccellenza, in quanto creature. Infatti i rinnegatori della vita evangelica si comportano esattamente come gli animali, perché non vivono in Dio e nel suo amore, come sono stati chiamati a fare dalla loro matrice.

Ritorniamo un attimo sulla psicologia e sullo spiritualismo, due degli elementi su cui da sempre l’uomo ateo batte in tema di costruzione di relazioni. La risposta è semplice: l’uomo non è la sua mente. Essa è una delle componenti dell’uomo, un dono di Dio da mettere a frutto, di cui è peccato fare un idolo (come del corpo); evocare presunte “energie dell’universo” che uniscono gli uomini è un altro grave peccato in quanto significa negare Dio. L’uomo non è un animale razionale e non si definisce nemmeno in base alla sua storia, bensì in base al suo rapporto con Dio che può cambiare la sua storia in qualsiasi momento. È in forza di ciò che possono esistere le relazioni anche con i nostri nemici, con chi è reietto, con chi ci perseguita etc.: tutti loro sono ugualmente nostri fratelli, perché la nostra vita non è regolata né dalla nostra mente né dalla nostra passionalità né persino dalla nostra storia personale, ma dal nostro vivere nella vita eterna, cioè nella relazione d’amore con Dio e, in Lui, con i fratelli.

Naturalmente, per l’uomo ateo tutto questo è follia: l’uomo ateo entra in relazione solo con chi è in grado di “contraccambiarlo” e non concepisce che relazione c’è anche se quella persona è la peggiore di tutte nei suoi confronti, perché si è fratelli. Ecco perché Gesù dice, quando il fratello sbaglia e non vuole riconoscerlo in tutti i modi che la carità può offrire «sia per te come il pagano e il pubblicano» (Mt 18, 15-17), cioè il fratello non si abbandona mai: anche se dovesse allontanarti del tutto, lo si conserva sempre nella preghiera perché lui è la mia stessa vita, se anche dovessi dare la vita per lui, non sarebbe la morte. Ecco che si passa dai giri cervellotici delle scienze e filosofie atee alla vita vissuta del cristiano e si ritrova, ancora una volta, la differenza tra la teoria e la pratica, la staticità e il dinamismo, la morte delle scienze atee e la vita del cristianesimo. Perché tutto ciò è possibile solo grazie alla Resurrezione, tutto quello che esiste e accade nella “vita che non muore” mentre le altre relazioni sono in balìa della legge del «tutto prima o poi finisce», del love is love, de l’«amore è bello finché dura», di contro all’ amore- per-sempre che viene da Dio.

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