Suggerisce San Francesco di Sales nella sua Filotea — opera magna della spiritualità laica — che ogni accadimento viene letto alla luce della Verità se la mente è costantemente elevata al Cielo. Così San Fulgenzio, vedendo la solennità di una assemblea di nobili perfettamente ordinata negli abiti e nelle postazioni, esclamò a Dio: «quanto dev’essere bella la Gerusalemme celeste se è tanto solenne la Roma terrestre!»1. «Ma non c’entra niente!» potrebbero obiettare alcuni, eppure Iddio nella Sua Incarnazione ci ha ben insegnato a volgere tutto allo scopo della vita che è Egli stesso. Seguendo questo medesimo principio, lo spunto per questo articolo viene da un confronto verbale di cui sono stato testimone; ne propongo un riassunto a mo’ di introduzione alla lettura che segue.
G: «In doccia mettiamo una mensolina per i saponi, è assurdo dover lasciare tutto a terra». S: «NO, fa schifo! La piastrella è bella, non la rovino per mettere degli orribili saponi! Metti in un cassetto e quando fai la doccia metti a terra».
Il minimalismo architettonico. In nome di una sempre maggiore superficialità, ecco che la profondità delle cose viene meno ed abbiamo docce sostanzialmente inutilizzabili. Già immagino l’opinione del lettore: «ma questi di Ecclesia Dei sono impazziti, un articolo sul sapone in doccia!». Caro lettore, come dicevamo all’inizio dell’articolo per mezzo delle savie parole del Divo Francesco, gl’accadimenti terreni sono un modo per interrogarci, un modo per guardare alla profondità di ogni umano comportamento. Dietro l’ostinazione di quella ragazza — S. — che non vuole il ripiano per i saponi, non c’è solo un sapone, così come non c’è neppure solo una scomodità in nome della “bellezza”: c’è invece una profonda patologia dell’uomo moderno.
Il minimalismo è la morte e negazione dell’umana natura. Guardiamo ai secoli che furono: arte gotica, arte classica, arte barocca: tutte espressioni di arte che tendono alla bellezza come ad un qualcosa da raggiungere ed incarnare. L’arte classica incarna l’ordine e la perfezione; l’arte barocca incarna il solenne e la pomposità; l’arte gotica incarna la verticalità e la tensione verso il divino. Ogni gusto architettonico può essere più o meno apprezzato, ma è innegabile il valore e la grandiosità di ognuno di questi generi. Cosa ci consegna invece l’uomo moderno da oltre mezzo secolo? Ci consegna il minimalismo, la riduzione al minimo di qualsiasi cosa; se dicevamo prima che cosa rappresenta ogni stile, per il minimalismo non possiamo fare altro che parlare di superficialità.
Badate bene, o lettori, che nessuna arte proviene dal nulla. Ogni stile artistico poggia le sue radici nella società, nel sentimento comune reso arte dall’artista. Un’arte sempre più improntata alla superficialità non può dunque che essere espressione di una società superficiale. E come negare questa evidenza? Pensiamo ai rapporti umani, sempre più banalizzati e digitalizzati; pensiamo all’amore, trasformato in pura libidine; pensiamo alla propria identità storica, ritenuta cimelio da museo; e soprattutto pensiamo alla nostra Fede Cattolica, banalizzata ad un “figliodeifioristico” «pace e bene», omettendo il fulcro stesso della Santissima Religione ch’è Dio morto e risorto per noi.
Ma potremmo continuare a parlare all’infinito di come la nostra società è sempre più superficiale ed allergica ai dettagli che rendono umana la vita. I nostri nonni tenevano l’argenteria per le domeniche ed i giorni importanti, oggi non esiste più; i nostri nonni distinguevano i giorni con la diversità degl’abiti, oggi non esiste più; i nostri nonni si mandavano cartoline, di proprio pugno scrivevano saluti ai cari ed imbucavano la lettera, oggi è tutto un messaggino scritto al volo su Whatsapp.
Ma non fermiamoci! I nostri nonni — e sottolineo che con nonni non intendo solo i nostri parenti di secondo grado, ma intendo dire «le generazioni precedenti» — vestivano sempre con modestia e dignità in ogni momento, oggi ci vestiamo sportivamente anche per le occasioni importanti. La modestia femminile è scomparsa, la cravatta è una roba da politica o altissima finanza; il rispetto nel vestiario è roba da vecchi fissati, mentre la “libertà” è l’unico metro di giudizio. Questo ci dice la società, o, per essere espliciti in un mondo di ipocrisie, questo ci dice Satana.
Il lettore potrebbe implorare pietà, ma amor di verità ci costringe ad andare avanti con l’ultima decisiva sferzata. Le chiese, le dimore dell’Altissimo, da sempre espressione della Fede popolare e della trascendenza custodita nel tabernacolo, sono oggi blocchi di cemento armato. Le nostre Cattedrali custodiscono secoli di Fede profonda, le nostre chiese parrocchiali custodiscono le primizie che la Fede atavica riversava nei templi di Dio. Dov’è tutto questo? Mi è rimasta impressa una frase scritta nei marmi d’una parrocchia distrutta negl’anni ’30 da un terremoto e ristrutturata dalla comunità: «e affinché fosse meno indegna [la parrocchia] di essere offerta a Dio, l’intero soffitto fu, per la Fede dei restauratori e dei donatori, arricchito di ori e di sacre pitture». Affinché fosse meno indegna di essere presentata a Dio. Quando il nostro Dio ha cessato di meritare l’oro e la pittura sacra? La risposta è «mai», poiché un’altra è la domanda che dobbiamo porci: quando l’uomo ha cessato di ritenere doveroso offrire a Dio ogni primizia? E la risposta è il succo dell’intero articolo: quando l’uomo superficiale ha smesso di amare Dio dal profondo del proprio cuore. Dio non necessita di nulla da noi. Dio era prima di noi e potrebbe tranquillamente essere anche senza di noi. Dio non doveva nutrirsi dei primogeniti del bestiame israelitico e non doveva crogiolarsi nella moltitudine delle orazioni; al contrario, siamo noi che abbiamo bisogno di questo. Siamo noi che abbiamo bisogno di offrire a Dio ogni primizia, onde ci ricordiamo che il nostro è solo un pellegrinaggio in una patria effimera in attesa di meritare la Patria celeste; siamo noi che abbiamo bisogno di un culto esteriore solenne, per ricordarci che la Messa non è catechismo protestante o teatrino da vecchi bacucchi, ma resa di culto all’Agnello immolato per la nostra Salvezza; siamo noi che abbiamo bisogno di Dio e del Suo Amore, della preghiera e della sua consolazione: e quando smettiamo di nutrirci di questi e simili bisogni, ecco che l’uomo torna schiavo della concupiscenza e delle dottrine politiche, filosofiche ed ereticali. Quando la moglie di Lot si voltò a mirare la sua antica città con nostalgia, ecco che divenne pietra; così accade con noi che, liberati dal peccato, con affetto a questo ci voltiamo a rimpiangerlo o a ritenere fortunati quelli che, lontani da Dio, “possono liberamente peccare”: il cuore di carne e la dignità di figli liberi che Dio ci ha donato tornano cuore di pietra ed umanità di schiavi. E non c’è peggiore schiavitù di quella di chi vive immerso nella schiavitù pensando di essere libero.
E voglio concludere questa con una piccola esperienza personale. Domineddio nella Sua Incarnazione ci ha insegnato che a nulla serve il rivestimento esterno se internamente siamo vuoti; «perché» dice il Signore «siete simili a’ sepolcri imbiancati, che al di fuori appariscon belli alla gente, ma dentro pieni sono di ossa di morti, e d’ogni sporcizia» (Matt XXIII, 27). Quella stupenda chiesa sulle cui mura è inchiodato il marmo testimone della restaurazione era la mia parrocchia. Un gioiello di arte barocca, con baldacchino degno di quello della Basilica di San Pietro e con arte migliore di quella contenuta in ogni museo della mia città; ma il parroco non era il riflesso di ciò. Celebrava modernamente, riducendo a ridicolo la solennità che l’edificio voleva trasmettere; la Messa come dovere da assolvere tristemente e velocemente, la dignità esterna mandata in malora e la volontà di fare teatro all’omelia e durante le parti più Sante della Messa. Al contrario la mia attuale parrocchia è uno di quei famosi blocchi di cemento armato anni ’70: orribile. Muri bianchi, spigoli ovunque, rappresentazioni della Via Crucis con persone che hanno le stesse proporzioni dei disegni di un bambino dell’asilo; ma il parroco è di tutt’altra stoffa. Una Messa che traspare santità, una omelia sempre incentrata su Dio e sulla Grazia, una catechesi che mette al centro della Vita Cristiana la Rivelazione e non una finta carità incentrata sull’elemosina e l’accettazione degli errori del mondo.
Questa è la lezione da cui ripartire, e da cui ripartire subito in questo quadragenario tempo di Grazia: in un mondo di apparenze, ripartire dall’interiorità.
Non possiamo abbattere le chiese moderne, ma possiamo nobilitarle; non possiamo scomunicare la moltitudine dei “figlideifioristici” credenti, ma possiamo essere sale del mondo; non possiamo coprire con nastro adesivo le immodestie femminili ed annodare a forza una cravatta al collo di ogni uomo, ma possiamo ripartire da noi stessi.
Dio è Autore di ogni Bellezza, l’intero Creato è stato costruito nella sua straordinarietà per servire l’uomo attraverso i sensi. Ripartiamo dunque dalla cura dei dettagli: distinguiamo i giorni, vestiamo come i nostri nonni, preghiamo ed agiamo secondo la Fede di sempre. Solo così potremo davvero essere fautori di una spirituale Reconquista. E così sia.
Note
- Filotea — introduzione alla vita devota. Edizioni paoline. Parte II, capitolo XIII ↩︎