La genuflessione - Ecclesia Dei

di Luca Farina.

Uno dei gesti maggiormente dimenticati nella vita liturgica di molti fedeli e, purtroppo, anche di molti consacrati, è quello della genuflessione. Occorre anzitutto spiegare cosa essa sia: consiste nel piegare uno dei due ginocchi (generalmente il destro) portandolo a terra in atto di omaggio e devozione. Per essere, però, più precisi, bisogna dire che non è una qualsiasi devozione, ma, anzitutto, atto di adorazione. In quanto tale, quindi, essa si rivolge al Santissimo Sacramento nel tabernacolo, oppure esposto solennemente sull’altare, od anche durante la Messa dalla Consacrazione alla Comunione.

Storicamente, esso deriva dalla προσκύνησις (proskynesis) che introdusse, nel IV secolo avanti Cristo, Alessandro Magno nella propria corte come atto di deferenza al sovrano, importandolo dalla Persia. Anche nell’Impero Bizantino vi era il costume di genuflettere approssimandosi all’Imperatore. Pertanto, il cristianesimo ha ereditato questo gesto rivolgendolo a Colui che è degno, a tutti gli effetti, di essere chiamato Rex Regum, al “Вασιλεύς Βασιλέων Βασιλεύων Βασιλευόντων” (Re dei Re, Regnante dei Regnanti). Ma ci sono già alcuni accenni a questa pratica o ad usanze molto simili nella Bibbia, come in Is XLV 23 o Rm XIV 11.

Risultato immagini per genuflessione

Negli ultimi anni, tuttavia, questo gesto è stato spesso abbandonato, per diversi motivi, ma, come si capirà, sono tutti futili. Proviamo ad elencarne alcuni, i più comuni che vengono addotti (chi ha un po’ di esperienza pastorale li avrà sicuramente sentiti):

  1. Basta un inchino! No, non basta un inchino. Nella liturgia di Paolo VI (che ha ridotto drasticamente il numero di genuflessioni) è comunque prevista la genuflessione nei casi succitati, e l’inchino non basta, giacché viene rivolto, in linea generale, a ciò che raffigura Cristo o lo rappresenta (altare, crocifisso…), ma di fronte alla presenza reale è necessaria la genuflessione.
  2. Il Signore non sta a guardare questi formalismi! Sarà anche vero (ed è, comunque, tutto da dimostrare), ma i segni liturgici servono all’uomo, affinché capisca (o, meglio, cerchi di capire) i misteri della nostra fede. Pertanto, anche una singola genuflessione è un atto di fede, è un dire “Signore, anche se sembra di guardare solamente un pezzo di pane, so di essere davanti a Te”.
  3. Mi faccio male alle ginocchia! Questa, forse, è la motivazione che può avere un briciolo di serietà. Se essa può essere comprensibile per le persone anziani, diventa ridicola per le persone adulte e giovani (salvo casi particolari di malattie, naturalmente), che è invece un segno di pigrizia.
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E’ vero, non sarà qualche genuflessione in più a salvare la Chiesa, però farlo e insegnarne il valore (pensiamo a chi si occupa di gruppi chierichetti, per esempio) è un piccolo passo fatto per salvaguardare l’importanza dell’Eucarestia che, in questi tempi, viene trattata da molti come semplice simbolo, figura, immagine di Nostro Signore. La genuflessione è solamente un pezzettino, ma pezzo per pezzo e continuando a dire “Non sono queste le cose importanti!” (e si capisse, poi, quali sarebbero…) si demolisce una delle componenti essenziali della nostra Fede Cattolica. Così disse San Giovanni Paolo II nell’omelia della Messa al Phoenix Park di Dublino il 29 settembre 1979 “…ogni atto di riverenza, ogni genuflessione che fate davanti al Santissimo Sacramento è importante perché è un atto di fede in Cristo, un atto di amore per Cristo.”

Risulta molto triste quando, a non genuflettere mai, sono i sacerdoti. Capita molto spesso di vedere celebranti che, passando davanti al tabernacolo, o, dopo le due Elevazioni, fanno un semplice e sbrigativo inchino o proprio niente. Quale fede nella Presenza reale trasmettono?

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Non vergogniamoci, dunque, a genuflettere anche quando entriamo in una chiesa per turismo, perché Gesù è sempre lo stesso nel tabernacolo, sempre lì ad aspettarci, e gradisce sicuramente anche un piccolo atto di omaggio.

Ecclesia Dei in collaborazione con Luca Farina.

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