La ricorrenza liturgica della Trasfigurazione, fissata al 6 agosto, affonda le sue radici storiche nel ricordo della dedicazione delle basiliche del monte Tabor. Una data che già dal V secolo d.C. risponde a delle motivazioni di tipo cronologico. Secondo la tradizione, l’episodio narrato nei vangeli sinottici sarebbe accaduto quaranta giorni prima della crocifissione: proprio per questo si è scelto il 6 agosto, calcolando quaranta giorni esatti dal 14 settembre, giorno in cui il calendario ortodosso, già celebrava la festa della Esaltazione della Croce. Successivamente Papa Callisto III ha esteso questa ricorrenza al calendario romano con il grado di festa per celebrare e ringraziare della cruciale vittoria militare riportata contro le truppe ottomane nell’assedio di Belgrado del 1457. Sia nel cristianesimo orientale che in quello occidentale è possibile rinvenire diverse rappresentazioni artistiche dell’episodio della Trasfigurazione. Certamente tra le più famose rientrano l’opera di Raffaello Sanzio e le sue repliche.
Sebbene si ritenga l’ultima opera di Raffaello, La Trasfigurazione non è stata completata dall’artista bensì dal suo allievo Giulio Romano. La tela è stata certamente realizzata negli ultimi anni di vita del Sanzio su commissione del cardinale Giulio de’ Medici, divenuto Papa Clemente VII, per la Cattedrale francese di Narbonne dove egli era vescovo. Secondo Giorgio Vasari l’opera rappresenta una forma di testamento spirituale dell’artista, tant’è che racconta:
«Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de’ Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva, faceva scoppiare l’anima di dolore a ogni uno che quivi guardava».
(Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e archi tettori; 1568)

La Trasfigurazione di Raffaello si estende su due piani: uno superiore e uno inferiore. Una cesura pittorica che ha lo scopo di raccontare due pagine del Vangelo di Matteo come se, nello scorrere della lettura, risultassero adiacenti. Nel piano superiore domina la teofania di Gesù in vesti «candide come la luce» ( Mt 17,2) e circonfuso di un alone di luce biancastra in contrasto con il cielo bluastro e scuro. Sulla sinistra si erge il profeta Mosè che volge quasi le spalle all’osservatore e che stringe in un abbraccio le tavole dei dieci comandamenti. Sulla destra il profeta Elia che reca con sé il suo libro. Il pittore rende la sacra conversazione non solo sospesa nel tempo, ma anche nello spazio collocando i tre soggetti distaccati dal monte, a differenza di altri pittori che rappresentano una sacra conversazione più terrena prefigurando la resurrezione di Cristo collocandolo spesso in un alone luminoso a forma di mandorla. Non è solo questa scelta a rendere dinamica la scena. Al di sotto della teofania colloca San Pietro abbagliato da così grande splendore mentre vicino a Giacomo e Giovanni sembra dire al Maestro «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia»( Mt 17, 4). Raffaello sembra continuare la narrazione evangelica rappresentando sia Giacomo che Giovanni presi da gran timore «con la faccia a terra» (Mt 17, 6). Il tutto si svolge sul monte che nella Bibbia è il luogo per eccellenza delle teofanie: il monte Sinai per il dono della legge a Mosè, il Monte Carmelo per Sant’Elia e, infine, il Tabor quali teatro di esperienze religiose nella storia della salvezza.
Se nel livello superiore è rappresentato l’episodio più importante che a livello stilistico trasmette una sensazione di silenzio orante e quasi etereo, nel livello inferiore si percepisce caos e agitazione. Qui è rappresentato l’episodio dell’ epilettico indemoniato e guarito da Cristo scendendo dal monte. Il protagonista del racconto che l’artista propone agli osservatori è il ragazzo indemoniato colto nel momento dell’ attacco epilettico. Ha un volto sofferente, con lo sguardo strabico e, per meglio rendere l’idea dello spasimo, viene raffigurato in una posa innaturale. Alle sue spalle il padre cerca disperatamente di contenerlo perché come dirà dopo al Signore: «Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua; l’ho gia portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo» (Mt 17, 15-16).
A raggiungere un alto livello di pathos sono proprio gli apostoli raffigurati sconvolti e coinvolti in un accesa discussione perché incapaci di agire, ma solo uno indica Gesù quale salvatore. Un conflitto che verrà chiarito quando gli apostoli, dopo che il Cristo guarisce il ragazzo, chiederanno:
«Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli rispose: «Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Mt 17, 19-21).
Per approfondire:
Raffaello Sanzio – Trasfigurazione – I moti dell’Arte
Trasfigurazione di Gesù – Wikipedia