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Presenti all’altare o collegati in streaming?

Al termine della pandemia è doveroso trarre alcune riflessioni sull’esperienza della Messa in streaming, in rapporto al celebre adagio astare coram te.

Durante la pandemia da Covid-19, o meglio durante la prima ondata, milioni di persone in diverse nazioni del mondo sono state costrette a rimanere confinate nel proprio domicilio, con tutte le conseguenze economiche, sociali e psicologiche che si possono facilmente immaginare. 

Anche a noi cattolici è stato richiesto un sacrificio non certo trascurabile. Infatti, oltre alle limitazioni che abbiamo condiviso col resto della popolazione, siamo anche stati privati della possibilità di partecipare ai Sacri Misteri. 

Da parte nostra, non vogliamo certamente fare il processo alle intenzioni, che ci auspichiamo fossero delle migliori, né tantomeno riaprire una polemica la quale, fortunatamente, pare essersi già chiusa nel maggio del 2020, pur con la consapevolezza del rischio creatosi dall’aver introdotto un precedente.

Durante i mesi di chiusura, il rimedio cui moltissime parrocchie hanno fatto ricorso è stato l’uso delle trasmissioni in streaming delle celebrazioni, in modo tale che i fedeli potessero partecipare all’assemblea eucaristica che, in questo caso, sarebbe stata virtuale. A onor del vero, alcune realtà non erano nuove a simili strumenti; non ci riferiamo, ovviamente, soltanto alle trasmissioni pontificie o diocesane, bensì anche ad alcune delle parrocchie più avanzate che già disponevano di sistemi di ripresa video e trasmissione.

Il rischio immaginabile di una simile innovazione era quello che i fedeli si abituassero a seguire la Messa da casa, non comprendendo la natura emergenziale della misura. A conti fatti, possiamo dire che questi timori non erano certo infondati. In un’epoca in cui già l’andare a Messa è qualcosa che viene considerato superato, in cui gli stessi cattolici amano dichiararsi “credenti ma non praticanti”, la ciliegina sulla torta era proprio la non partecipazione fisica all’Eucarestia. Quasi un paradosso per quella forma del rito derivata dal Concilio Vaticano II che si era imposta, quale finalità, l’obiettivo di favorire la partecipazione attiva dei fedeli. Ma come, si parla tanto di “partecipazione attiva”, che spesso coincide nel fare qualcosa di pratico(spesso di inopportuno o addirittura di stupido) e poi però si ammette senza troppi problemi il seguire la Messa online?

Su questo problema è intervenuta qualche giorno fa l’Arcidiocesi di Milano la quale, mediante una nota di mons. Franco Agnesi, Vicario generale della suddetta sede, ha rivolto un appello ai parroci e agli altri responsabili affinché si adoperino per porre un rimedio a tale deriva. Mons. Agnesi si ricollega a un’altra nota, emessa dalla CEI, in cui anche la Conferenza Episcopale invita all’interruzione della possibilità di fruizione delle celebrazioni in streaming o, quantomeno, a una sua forte riduzione. Spezziamo una lancia in favore di questa comunicazione milanese, dal momento che durante la pandemia essa si è dimostrata piuttosto restia al ritorno alla normalità (come l’acqua benedetta, la comunione in mano, le mascherine…).

Questi discorsi non dovrebbero far pensare, tuttavia, ad un’avversione in sé contro le celebrazioni televisive. Non dobbiamo infatti scordarci del grande numero di persone che, anziane o malate, non hanno le forze o le possibilità fisiche per recarsi in chiesa. A loro si aggiungono tutti quelli che, per motivi straordinari, fossero impediti nella soddisfazione del precetto festivo. In questi casi, senza nulla togliere alle celebrazioni più mediatiche come quelle papali o diocesane, non si può negare che poter seguire la Messa della propria parrocchia possa favorire il senso dell’appartenenza alla comunità locale di cui, magari, si è stati parte attiva per diversi anni.

Nonostante ciò, il numero di quanti, invece, seguono la Messa da casa per un discutibile ma ancor presente timore del virus o, peggio ancora, per semplice comodità, è impressionante. Il dubbio che sorge, tuttavia, è anche quello che una certa ignoranza della profondità del mistero e del reale significato della Messa, ridotta a un momento di preghiera come altri, siano profondamente diffusi tra molti fedeli. Di ciò sembra si siano resi conto anche gli Eccellentissimi Presuli i quali, difatti, hanno ritenuto opportuno intervenire. In particolare, nella nota milanese si invita a limitare lo streaming a una sola celebrazione al giorno e si chiede di assicurarsi che la trasmissione sia effettivamente in diretta. Su tale questione, aveva già insistito anche la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, allora guidata dal card. Robert Sarah, che interrogata all’inizio della pandemia su quali fossero i migliori modi per procedere, insisté affinché venissero garantite le trasmissioni in diretta e non in differita. Questa insistenza è giustificabile con la motivazione che, anche chi è impossibilitato alla partecipazione fisica alla comunità orante, deve quantomeno partecipare alla stessa in modo virtuale e non fruendo, dopo lo scioglimento dell’assemblea, di un contenuto registrato, come fosse un abbonamento alla TV. Sempre a tal proposito, mons. Agnesi invita a non lasciare disponibili i filmati delle celebrazioni, perché i fedeli non cadano nell’errore di pensare di poter soddisfare il precetto visionando un filmato ormai passato. In generale, possiamo affermare che l’introduzione stessa di dispositivi per la ripresa e la registrazione nelle chiese richiede opportuna valutazione, sia per gli arrangiamenti fisici, sia soprattutto per quelli pastorali.

Ciò di cui, però, un po’ tutti sembrano scordarsi è il cuore della questione, ovvero l’assoluzione dell’obbligo del precetto festivo. Forse per timore di parlarne, forse perché non considerato prioritario, i vescovi non mettono l’accento a sufficienza su questo punto che, del resto, deriva direttamente dal Terzo Comandamento. Approfittiamo quindi per ricordarlo in questa circostanza: il precetto non può essere assolto a distanza. Quanti sono impossibilitati a recarsi in chiesa non assolvono il precetto seguendo la Messa da casa; la visione televisiva della celebrazione è, al contrario, una fonte per loro di assistenza spirituale, un segno della presenza della comunità, ma non assolve il precetto. Nel loro caso, infatti, la Chiesa insegna che è l’obbligo stesso a non essere previsto, in quanto le circostanze non consentono al fedele di partecipare al Sacrificio Eucaristico, ma non possiamo pensare che, nelle epoche in cui lo streaming non esisteva, i malati fossero allora in peccato mortale perché non potevano seguire nessuna Messa. Inoltre, anche per il malato la televisione non sostituisce il contatto diretto, motivo per cui sono ancora previste e caldeggiate le visite agli infermi e le altre modalità che possono portare il Signore nelle case delle persone, come le processioni.Al netto di queste discussioni, è indubbio che quanti restano a casa a seguire la Messa  in televisione per propria libera decisione sono in stato di peccato. Del resto, non serve essere teologi per arrivare a tale conclusione. Quanti di noi sarebbero in grado di vivere senza mangiare a pranzo e cena ma limitandosi, in quelle occasioni, a visionare uno dei tanti filmati di Bruno Barbieri presenti su YouTube? Il Signore ci dice che Lui è il pane vivo disceso dal cielo e noi sappiamo che il pane non può essere mangiato a distanza. Se allora noi non nutriamo il corpo in modo virtuale, non possiamo fare così nemmeno con l’anima. Non dimentichiamo mai le parole di uno dei martiri di Abitina: «Sine dominico non possumus».

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