In questi ultimi anni, il dibattito sorto attorno alla questione della Messa tridentina ha assunto una posizione centrale nelle discussioni ecclesiali.
In verità, si pensava che dopo l’emanazione del Summorum Pontificum, nel 2007 da parte di papa Benedetto XVI, la questione liturgica fosse stata ufficialmente chiusa e che il confronto tra Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X potesse e dovesse ormai limitarsi alle sole questioni teologiche e dottrinali. Ad oggi, possiamo constatare non solo come le cose non siano effettivamente andate in questa direzione, ma anche che il dibattito attorno alla Messa di sempre è più acceso che mai. Il motivo? Sicuramente più di uno, ma non si può negare che una grande responsabilità sia da attribuire a Traditionis Custodes, ovvero il motu proprio con cui papa Francesco nel 2021 ha revocato molte delle facoltà precedentemente concesse con il Summorum.
Se si analizza con attenzione la vicenda, si può notare come, in realtà, le discussioni sulla Messa tridentina siano probabilmente molto più accese oggi che non negli anni del post Concilio. Infatti, quando nel 1970 fu introdotta la celebrazione della Santa Messa secondo il rito di san Paolo VI, certamente ci fu chi sollevò alcune perplessità, in modo più o meno marcato, ma, se si escludono i primi gruppi tradizionalisti che andavano formandosi (le cui obiezioni però, si noti bene, non erano limitate alla sola questione liturgica), la gran parte del corpo ecclesiale, fedeli inclusi, accettò la cosa, anche perché la situazione che si ereditava in quegli anni non era affatto rosea. Da un lato, molti fedeli approfittavano del fatto che il sacerdote fosse girato, dando le spalle al popolo, per farsi i fatti loro, entrando e uscendo di chiesa a proprio piacimento, mentre alcuni gruppi, sovente costituiti da donne anziane, recitavano devotamente il santo rosario; dall’altro lato alcuni sacerdoti, non pochi in verità, sfruttavano il fatto che la Messa fosse in latino e, in buona parte, recitata sottovoce, per risparmiare al massimo sui tempi, col risultato che loro stessi difficilmente avevano una reale comprensione di quello che stavano celebrando. Insomma, si potrebbe dire che il pensiero dominante fu quello di accettare la riforma perché, dopotutto, la riforma era necessaria. Il risultato fu che si passò sopra alle molteplici criticità che il nuovo rito portava con sé.
Oggigiorno, però, la situazione è radicalmente mutata. Infatti, quando nel 2007 fu emanato il Summorum, la Messa tridentina non era più la forma di celebrazione ordinaria di tutta la Chiesa e, considerando che chi aveva avuto modo di frequentarla in gioventù era ormai relativamente anziano, per la maggior parte dei fedeli che ebbero modo di entrarvi in contatto, soprattutto giovani, fu una nuova scoperta di un tesoro liturgico di cui probabilmente neanche avevano sentito parlare, se non al limite nei racconti dei propri nonni. Se a ciò si aggiunge il fatto che sempre più spesso nelle parrocchie, la celebrazione della liturgia è costellata da abusi ed applicazione delle norme a piacimento, come ebbero a dire sia Papa Benedetto XVI che Papa Francesco: «in molti casi ai limiti del sopportabile», allora si comprende ancor più l’attaccamento di molti fedeli a un rito che esprime in pienezza la bellezza di due millenni di liturgia squisitamente cattolica.
Da queste considerazioni, si comprende perché la questione liturgica, come anticipato in apertura, sia centrale nel dibattito ecclesiale, anche se spesso agli alti livelli si preferisce prendere tempo e non affrontare pubblicamente tale questione.
In questo contesto, vogliamo richiamare la proposta recentemente avanzata dall’Abate di Solesmes, dom Geoffroy Kemlin O.S.B., in una lettera indirizzata al Santo Padre, nella quale auspica un inserimento del rito tradizionale all’interno dell’attuale messale, in modo tale che non esistano più due forme separate, ordinaria e straordinaria, ma la sola facoltà del sacerdote celebrante di optare per l’Ordo Missae che ritiene più opportuno. A livello pratico, questa proposta desta varie perplessità. In primo luogo, ciò vorrebbe dire limitare la questione liturgica alla sola parentesi della Santa Messa, tralasciando i sacramenti, il breviario e via dicendo. Inoltre, limitandosi ad introdurre un secondo ordinario nell’unico messale, che fine farebbero tutti i testi delle orazioni, delle letture e delle antifone proprie del rito tridentino? Quale calendario liturgico andrebbe seguito?
Le perplessità, però, non si limitano all’aspetto pratico. Lo stesso proponente, infatti, ha sostenuto che, per giungere ad una simile unificazione, sarebbero necessari alcuni aggiustamenti al rito antico che lo pongano in linea col Concilio Vaticano II. A titolo di esempio, si citano l’uso della lingua vernacola (si ricordi che Sacrosanctum Concilium raccomanda di mantenere il latino, ndr), l’ammissione della concelebrazione e l’inserimento delle varie preghiere eucaristiche (viene da chiedersi se davvero un sacerdote che vuole celebrare in vetus abbia tutto questo desiderio di impiegare la Preghiera Eucaristica II). Alla luce di ciò, una seria riflessione si rende necessaria su quale sia l’intento di tale proposta? Si desidera davvero valorizzare la liturgia tradizionale nella Chiesa e darle un posto alla pari con il novus ordo, oppure è una sorta di promoveatur ut amoveatur, tentando di inserirla nel messale comunemente usato nelle parrocchie, magari collocandola opportunamente in appendice sotto la voce «rito storico», in modo che non si parli più della questione e tutto cada nel dimenticatoio?
Non si può negare che lo status della liturgia tradizionale creato dal Summorum Pontificum sia in effetti ambiguo, con l’introduzione delle due forme di un unico rito. Tuttavia, bisogna anche ricordare come il Summorum, nei fatti,non abbia conferito nuovamente validità a un rito precedentemente vietato, bensì si sia limitato a liberalizzare l’uso a livello pubblico di una forma liturgica mai abrogata. Del resto, la Quo primum di San Pio V stabilisce che: «in avvenire e senza limiti di tempo, la Messa […] non potrà essere cantata o recitata in altro modo da quello prescritto dall’ordinamento del Messale da Noi pubblicato». Inoltre, la stessa Missale Romanum di Paolo VI, pur presentando il nuovo messale come ben differenziato rispetto a quello di Pio V, in nessuna parte parla espressamente di abrogazione del vecchio rito. Possiamo affermare che, quand’anche la situazione derivante dal Summorum risulti “pasticciata”, e non potrebbe essere altrimenti visto l’errore nel periodo post conciliare, quando si è preferita una rottura con la tradizione (e con le stesse indicazioni conciliari) rispetto a una soluzione di continuità, pur con le riforme che i tempi esigevano;in questo senso, inserire il vetus ordo nel nuovo messale non produrrebbe alcun risultato,se non complicare ulteriormente la situazione.
Piuttosto, la ragionevolezza vorrebbe che, da una parte, le comunità desiderose di pregare secondo i libri liturgici antecedenti alla riforma conciliare e che aderiscono alla piena comunione ecclesiale vengano lasciate libere di farlo e, dall’altra, che ai sacerdoti venisse insegnato a rispettare le norme e le rubriche del messale in modo tale che, quando un fedele si reca in una parrocchia che non conosce, non debba preoccuparsi del rischio, purtroppo concreto, di imbattersi in una liturgia che di cattolico porta solo il nome.