Stat crux dum volvitur orbis - Ecclesia Dei

Stat crux dum volvitur orbis 

In un'epoca in cui il relativismo e il liberalismo sono così diffusi nella società e vengono spesso introdotti nei nostri mezzi di comunicazione tradizionali, a volte può essere difficile rimanere su un terreno solido.

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Il motto proprio dei monaci certosini fa una sintesi perfetta del mistero del Venerdì Santo: una croce, la Croce di Cristo, con nostro Signore inchiodato ad essa, che rimane salda lì sul monte Calvario, ferma e sospesa tra terra e cielo, mentre passa la scena di questo mondo, oggi come allora, ignara di questo profondissimo mistero, proseguendo il suo giro sulla folle giostra dell’effimero.

Per poter fermarsi e accorgersi di questo grande mistero, bisogna entrare in profonda relazione con Dio. Nella sacra scrittura nel primo libro dei Re (1Re 19,11-13) si legge dell’incontro tra il profeta Eliseo e Dio. Questo non avvenne in maniera  rumorosa e frastornante, bensì nel sussurro di una brezza leggera. Per poter accorgersi della croce sul Calvario, per poter sentire Dio che passa accanto a noi, dobbiamo imparare a fare silenzio. E proprio nel silenzio si fa l’incontro con Dio. E questo lo sapeva bene il fondatore dell’ordine dei certosini, che laChiesa Cattolica h ricordato proprio ieri 6 ottobre: san Bruno di Colonia. Una piccola nota storica sulla sua vita è d’obbligo per comprendere meglio come la ricerca del silenzio e il rifuggire dalle ricchezze di questo mondo così frastornante, possa farci giungere all’incontro con Dio. 

San Bruno da giovane lasciò la natia Colonia per studiare a Reims, in Francia, e fu ordinato sacerdote intorno al 1055. Consapevole delle evidenti doti di Bruno, il vescovo di Reims pretese che il giovane sacerdote rimanesse nella sua diocesi, dove Bruno divenne capo della più illustre scuola di Reims per quasi due decenni e poi cancelliere della diocesi. La traiettoria di Bruno era, a questo punto della sua vita, tipica dei sacerdoti di talento, istruiti e ben collegati della sua epoca. Era destinato a diventare un buon vescovo medievale, erudito e politicamente consapevole, il tipo di vescovo le cui tombe riempiono i pavimenti e le cappelle laterali di molte cattedrali gotiche. Ma un vescovo cattivo alterò l’arco della traiettoria di Bruno. Il vescovo amico di Bruno morì, e gli succedette un aristocratico corrotto che aveva comprato la sua carica. A questo ecclesiastico importava poco della Chiesa, se non come pozzo di denaro e di potere a cui abbeverarsi liberamente. Ne seguirono disordini, forti tensioni, recriminazioni e violenze. Tutti furono danneggiati.  Bruno si ritirò dalla scena, in parte per evitare di essere nominato lui stesso vescovo e in parte per rivalutare quale premio stesse realmente cercando nella vita.

Bruno e alcuni compagni cercarono allora un noto eremita nel sud della Francia che, pochi anni dopo, avrebbe fondato il monastero di Citeaux, la fondazione madre dell’Ordine cistercense. Citeaux era lo stesso monastero che aveva esercitato una tale influenza sul contemporaneo di Bruno, San Bernardo di Chiaravalle. Ma Bruno non era destinato a diventare un cistercense. Ancora alla ricerca, Bruno e sei compagni si rivolsero al vescovo di Grenoble, in Francia, che si dimostrò favorevole al loro progetto e concesse loro una località remota nelle Alpi francesi, chiamata Chartreuse. L’anno era il 1085. I successori di San Bruno risiedono ancora oggi alla Grande Chartreuse, vivendo l’esistenza in parte eremitica, in parte comunitaria, di preghiera, in parte di lavoro, in parte di studio, tutti poveri e silenziosi come i certosini pensati da Bruno.

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Pur avendo fondato la Grande Chartreuse, Bruno non vi rimase a lungo. Un ex allievo di Bruno era diventato papa e aveva bisogno della mano di Bruno sul timone per aiutarlo pilotare la navicella di Pietro nel mare agitato della politica ecclesiastica medievale. Bruno si trasferì quindi a Roma e visse in una cella tra gli archi e le mura semidiroccate delle Terme di Diocleziano. Ogni sua intenzione di tornare nella Grande Chartreuse fu frustrata. Il Papa obbligò Bruno a rimanere in Italia nel caso in cui fossero stati necessari i suoi servizi, anche se il Papa e la sua corte erano in fuga da nemici determinati. Rassegnato al suo esilio e rifiutando una nomina a vescovo nell’Italia meridionale, intorno al 1094 Bruno e alcuni seguaci diedero vita a una piccola Chartreuse in Calabria, proprio nel cuore di questa regione, in un posto oggi chiamato Serra san Bruno. Bruno morì lì, vivendo tranquillamente come monaco, e riconsegnando l’anima a Dio in questo posto. Ad oggi è compatrono della Calabria insieme a San Francesco di Paola.

San Bruno aveva un amore ardente per la Santa Eucaristia e per la Vergine Maria. Il silenzio era anche la sua ricerca. Dio parla meravigliosamente attraverso la sua creazione, ma bisogna “ascoltare” il silenzio di Dio per comprenderlo. Il silenzio è una forma potente di parola, una parola che Dio, come Padre di una grande famiglia, usa spesso per comunicare. La parola interiore non è meno parola perché rimane non detta. Una parola è uno strumento mentale interno per organizzare il pensiero prima di essere un mezzo di comunicazione. La Parola interiore di Dio era così potente da diventare carne e sangue, una Parola viva più potente del semplice linguaggio parlato. Le parole sono una forma di azione, ma possono anche limitare il significato. Dio parla più profondamente nell’azione della creazione, attraverso suo Figlio e nel silenzio. Come sanno gli innamorati, basta uno sguardo, un tocco, un sorriso, un pensiero. Le parole possono aggiungere a queste cose, ma possono anche sottrarre. Per sintetizzare questo, si dice che se anche una statua di marmo di San Bruno potesse aprire la bocca, manterrebbe il suo voto e rimarrebbe in silenzio, perché Troppe parole non son senza colpa, ma chi frena la lingua è un uomo prudente.(Prv 10,19).

La croce sta in piedi mentre il mondo gira. Il mondo può girare. Le mode vanno e vengono e l’opinione pubblica passa da un evento all’altro. A volte il cristianesimo stesso cade in disgrazia. Ma abbiamo la certezza che quando siamo dalla parte del Giusto, nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, Dio è con noi. La croce è il segno di una fedeltà divina nei nostri confronti che non potrà mai essere distrutta. Per questo motivo, in mezzo alla sofferenza, alla confusione e all’agitazione, la croce va abbracciata e non evitata. Perché la croce è la porta necessaria per la gloria eterna: non c’è altra via d’accesso. Non c’è una scorciatoia, non c’è un lieto fine, in senso ordinario. La morte precede la gloria e la croce la corona.

Papa Benedetto XVI nella visita pastorale a Lamezia Terme e Serra San Bruno, domenica 9 ottobre 2011 chiuse così l’omelia: 

Stat Crux dum volvitur orbis – così recita il vostro motto. La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita in una Certosa partecipa della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele. Rimanendo saldamente uniti a Cristo, come tralci alla Vite, anche voi, Fratelli Certosini, siete associati al suo mistero di salvezza, come la Vergine Maria, che presso la Croce stabat, unita al Figlio nella stessa oblazione d’amore. Così, come Maria e insieme con lei, anche voi siete inseriti profondamente nel mistero della Chiesa, sacramento di unione degli uomini con Dio e tra di loro. In questo voi siete anche singolarmente vicini al mio ministero. Vegli dunque su di noi la Madre Santissima della Chiesa, e il santo Padre Bruno benedica sempre dal Cielo la vostra Comunità. Amen.

Stat Crux dum volvitur orbis.

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