Suor Cristina lascia l'abito. Se le superiore rinunciano a fare le madri - Ecclesia Dei

Stefano Chiappalonela nuova bussola quotidiana

Suor Cristina lascia l’abito. Se le superiore rinunciano a fare le madri 

La suora vincitrice di The Voice rinuncia all'abito religioso ma non alla musica. Forse era prevedibile visto che il suo "curriculum" da consacrata è scandito da successi musicali. Ma la vera domanda chiama in causa chi ne ha vagliato, a suo tempo, la vocazione e curato la formazione.

Quello di suor Cristina Scuccia non sarà il primo né l’ultimo caso di abbandono della vita religiosa, anche a voti già professati (un bilancio piuttosto tragico da qualche decennio a questa parte). Fin qui fatti suoi e “chi siamo noi per giudicare” l’ormai ex orsolina? Piuttosto sarebbe il caso di porre qualche domanda in più alle sue superiore anche, a monte, sui criteri in base ai quali oggigiorno si vive e si discerne la vita consacrata.

Cristina Scuccia, oggi 34enne, era salita alla ribalta nel 2014 con la vittoria al talent show The Voice. Oggi vive in Spagna e lavora come cameriera, dopo aver rinunciato all’abito ma non alla musica, passione presente prima, durante e dopo la sua esperienza. La “rivelazione” è giunta  domenica nel programma Verissimo condotto da Silvia Toffanin. Un cambiamento, a suo dire, più che una perdita di vocazione, ma resta il dubbio su quale delle due vocazioni prevalesse sull’altra: il velo o il microfono? E a quegli anni la Scuccia guarda comunque con gratitudine: «Anni intensi, che mi hanno fatto crescere». Piuttosto si è manifestata una crisi: «Tutta l’esposizione al successo mi ha messo di fronte ad una responsabilità enorme: rappresentavo qualcosa di importante per tutti. Questo mi ha fatto fare i conti con me stessa».

Un esito non proprio sorprendente visto che gli anni trascorsi tra le Orsoline della Sacra Famiglia sono scanditi soprattutto da comparsate televisive e successi discografici. Un musical nel 2007, un disco (Sister Cristina) nel 2014, fino al successo travolgente (che cioè travolge il pubblico, ma anche lei). Tutte cose lecite per chi vive nel mondo, ma forse poco opportune per chi ha dedicato la vita a testimoniare l’eterno, poiché alle mode del presente ci pensiamo benissimo da soli. Mentre è proprio da vite interamente dedite a Dio che si va ad attingere una luce per la propria fede vacillante. Se cercassimo una popstar busseremmo altrove, non in convento.

Le superiore oggi si trincerano dietro il no comment – «Suor Cristina? Non abbiamo nulla da dire. Non c’è proprio niente di cui parlare». Del resto, l’avevano assecondata all’inizio quando la redazione di The Voice bussò alle loro porte in cerca del fenomeno canoro già noto online, non senza ricorrere a modelli biblici. La madre superiora, ricorda Cristina Scuccia, pensò ad «Abramo quando fu chiamato a sacrificare suo figlio», vedendo nell’inedita occasione «un’opportunità di evangelizzazione». Le reverende madri l’avevano seguita fino in studio, dimenandosi in grida di giubilo, come attesta il video. «Ero impreparata io ed erano impreparate loro, hanno provato con tutte le forze a proteggermi ma l’eccesso di protezione per me si trasformava in una limitazione per come concepivo io la vita religiosa». Sull’impreparazione non ha tutti i torti.

E invece sarebbero proprio le superiore a dover rispondere a qualche domanda. Non quelle prevedibili su suor Cristina, ma quelle (valide naturalmente anche per gli ordini maschili) che davvero contano: in cosa consiste la loro vocazione? Quali sono i criteri in base ai quali ammettono oppure no una ragazza che aspira a seguire il loro cammino? Durante il noviziato, negli anni della formazione, la mettono di fronte alle esigenze rigorose della consacrazione a Dio, oppure ci vanno di manica larga (tanto più che c’è crisi di vocazioni) e poi mal che vada esce dal convento? Senza contare che l’eventuale perdita non va solo a carico dell’ordine, ma anche della ragazza che nel poi si troverà a ricominciare daccapo dopo anni. Forse anche tra le mura dei conventi c’è bisogno di più madri (o padri) e meno “amicone”…

E qualche altra domanda si dovrebbe porre alle gerarchie, beninteso con parresia: perché continuare a insistere su un malinteso «aggiornamento» di tutto ciò che un tempo era dominio del sacro? Non è moralismo né passatismo, ma una necessità innata dell’uomo quella di varcare – attraverso un altare o un chiostro – la soglia di un altrove, respirare un po’ di eternità tra le fatiche del quotidiano, levare lo sguardo verso il cielo piuttosto che verso un palcoscenico. Tanto più che – al di là delle doti canore di Cristina Scuccia, ormai laica a pieno titolo – i goffi tentativi di “avvicinarsi” alla gente, restando sempre metà e metà, il più delle volte hanno dato risultati un po’ patetici, buoni solo per offrire spunto a impietose parodie, come quelle dei Valleluia.

Un’ultima nota va spesa sui talenti artistici, musicali o di qualsiasi altro tipo. È evidente che a entrare in convento o in seminario è un uomo o una donna con delle legittime passioni, che però vanno vissute in maniera differente a seconda dello stato di vita e così pure l’ambito di esibizione e il successo che ne deriva. Così come è perfettamente lecito, per esempio, giocare a bowling, ma non lo è più se per farlo si lasciano sistematicamente a casa moglie e figli. E il consacrato è sposato con Dio e ha come “figli” credenti e non credenti, che hanno bisogno di qualcuno che non indichi sé stesso, ma Dio; che non sia il protagonista ma al contrario sappia condurre al Protagonista e suscitare le domande – e il fascino – della fede anche in chi non crede. Perché se invece cerchiamo il “mondo”, allora tanto vale tenersi l’originale.

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