Principio della sapienza è il Timor del Signore

Principio della sapienza è il Timor del Signore

Si pensa a tutto, a migliorare le condizioni caduche, a scongiurare la sofferenza con ogni mezzo disponibile, a promuovere la dignità dei poveri materiali e il benessere mondano.
Si pensa a tutto, a migliorare le condizioni caduche, a scongiurare la sofferenza con ogni mezzo disponibile, a promuovere la dignità dei poveri materiali e il benessere mondano.

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Si pensa a tutto, a migliorare le condizioni caduche, a scongiurare la sofferenza con ogni mezzo disponibile, a promuovere la dignità dei poveri materiali e il benessere mondano.

“Beneplacitum est Domino super timentes eum et in eis, qui sperant super misercordia eius”

Nel panorama del misericordismo estenuante e stolido, traslano in sottofondo gli aspetti fondamentali della dottrina di Cristo.

Il cristiano moderno, dimentico della tradizione, che viene osteggiata e falciata dal modernismo di molti dei suoi pastori, si è dimenticato del fatto che, ancor prima della vita terrena, di fondamentale importanza è la vita eterna.

Si pensa a tutto, a migliorare le condizioni caduche, a scongiurare la sofferenza con ogni mezzo disponibile, a promuovere la dignità dei poveri materiali e il benessere mondano.

A Dio e alla morte, al peccato e alla grazia, non si pensa più.

Non è più, dicono, il tempo che Berta filava.

Come non scorgere, dietro questa prospettiva, un chiaro inganno demoniaco?

Il cristianesimo che vuole tutti salvi, Ovile Santo sì, Ovile Santo no, è quel “concilio di vanità” che inganna tantissimi nella Chiesa.

Siamo passati, infatti, dalla teologia spirituale di S. Alfonso, che asseriva: “Chi prega si salva, chi non prega si danna”, al “tutti si salvano, perché Dio è buono”.

Tutti gli sforzi sono orientati al cibo materiale: il cibo spirituale, ahimè, si reputa essere scaduto.

Tuttavia, come ci ricorda il Ven. Fulton Sheen, la verità non dipende da un voto di maggioranza.

L’uomo, contaminato dagli effetti del peccato originale, persa la scienza infusa e l’immortalità, si ritrova costretto a quell’esilio, a quella valle di lacrime menzionate nel Salve Regina. Dopo la redenzione di Cristo, Figliuolo di Dio, nato, morto e risorto per riscattare la colpa infinita di Adamo, Dio stesso ci fa capire, in tutti i modi, che dobbiamo combattere per la Salvezza. Il pensiero della morte, del giudizio particolare, sono i capisaldi della vita del cristiano: da essi dipende la nostra condotta, imperocchè da essi la seconda procede.

La nostra azione, il nostro merito, il rispetto volontario dei comandamenti e della Chiesa Cattolica e di Dio, sono fondamentali per la nostra salvezza.

“Io vi creai senza voi, ma senza voi non vi salvarò”

S.Caterina da Siena, Dialogo della divina provvidenza, CXIX

Ci avvisa con ogni mezzo, il nostro Signore, per farci capire che il nostro operato ha un peso enorme nel ballottaggio Inferno – Paradiso.

Quella stessa metanòia di cui parlava Amerio in Iota Unum, risiede alla base del concetto di conversione ontologica del peccatore a Cristo.

Conversione che è necessaria per la Salvezza dell’anima, in punto di morte:

Convertimini ad me; Facite vobis cor novum; Mortificate ergo membra
vestra, expoliantes vos veterem hominem cum actibus suis.

Dio ci eccita al bene con la grazia preveniente, ma vuole che noi uniamo alla sua grazia l’opera nostra.

Manifestamente erroneo è il precetto secondo cui il peccato sia inevitabile, e che la sua commissione (e nel caso di omissione, il: “non fare” secondo la legge di Dio) sia doverosa, reputato inutile il nostro merito per la Salvezza, è pura eresia. Come non percepire, infatti, quel retrogusto amaro di Calvino, quel saporaccio di demonio che vuole l’uomo soffocato nel vischio del peccato, ovverosia il rifiuto della legge di Dio, nonché l’offesa stessa contra Eum?

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta; imperocchè vi dico che molti cercheranno di entrare, e non potranno”

Luc. XIII, 24.
Principio della sapienza è il Timor del Signore

Occorre, quindi, impegnarsi, se si vuole guadagnare la corona immortale.

Occorre ritenere poco importante la vita terrena e rigettare le pompe del demonio: il mondo odia Cristo, perché il Principe del mondo non vuole il bene dell’uomo, odia Dio e odia la Sua Legge.

Occorre entrare nell’Ovile Santo, nella Chiesa Cattolica, al di fuori della quale non vi è Salvezza.

Occorre avere quel sano timore di Dio, mortificare i sensi, coltivare la vita di Grazia e la vita spirituale. Occorre un’adesione a Dio, per poter godere di Dio in eterno. Altrimenti, “ivi sarà pianto e stridore di denti”.

I cristiani, divenuti per il battesimo concittadini dei Santi, e della stessa famiglia di Dio, pasciuti con il corpo e abbeverati col Sangue di Cristo, che disonorano con la loro cattiva vita il nome che portano, e rinnegano Cristo con i fatti nella vita presente, meritano di essere rinnegati da Lui, e cacciati lontani dal suo Regno.

“Convertiti al Signore, e abbandona i tuoi peccati: Fà orazione dinanzi a Dio, e diminuisci le occasioni di cadere. Ritorna al Signore, e volgi le spalle all’ingiustizia, ed abbi sommamente in odio le cose degne di abominazione. E fà tuo studio dei comandamenti, e dei giudizi di Dio, e stà costante nella sorte che ti è proposta, e nell’orazione dell’Altissimo Iddio. Entra in società con il secolo santo, con quelli che vivono e a Dio danno gloria. Non ti invischiare nell’errore degli empi: dà lode a Dio prima di morire. Il morto, come se fosse niente, non può lodarlo. Vivo darai a lui laude, vivo e sano darai laude e onore a Dio, e ti glorierai delle sue misericordie. Quanto è mai grande la misericordia del Signore, e la benignità di lui con quelli che a lui si convertono! Imperocchè non può l’uomo avere tutte le cose, perché immortale non è il figliuolo dell’uomo, e si compiace della vanità e della malizia. Che v’ha egli di più luminoso del sole? Eppure questo perde sua luce. E che v’ha di peggio dei pensieri della carne e del sangue? Questi però saranno puniti. Quegli vede dappresso le virtudi dell’altissimo cielo; ma gli uomini tutti son terra, e cenere.”

Eccl. XVII, 21 – 31.
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