Argomenti contro l’aborto dalla teologia positiva

Analizziamo la Sacra Scrittura per spiegare le prove più evidenti contro l'uccisione degli innocenti nel grembo materno

I dati che ci vengono trasmessi dagli istituti di statistica sono allucinanti: la quantità di aborti, in questo mondo senza Dio, supera qualsiasi cifra concepibile da mente umana. La maggior parte di essi sono dovuti, tendenzialmente, a rimedi di fornicazioni, e quindi sono indissolubilmente uniti alla vita di peccato, una vita dedicata alla coltivazione estrema del vizio lussurioso.

I ragazzi, anche giovanissimi, ormai lontani da Dio, si dedicano alle orge sfrenate del demonio, e idolatrano la sessualità libera nelle forme più ignominiose e offensive possibili. 

Non è, tuttavia, questo il luogo né il momento per discutere della condotta morale che apparecchia l’aborto. Rivolgiamo, invece, la nostra attenzione a questo punto specifico.

Nella Chiesa Cattolica, oggi, non c’è chiarezza sul tema. 

Non c’è un Papa che dica espressivamente: “L’aborto è un omicidio volontario, e chiunque lo commette incombe nella scomunica per il fatto stesso di aver ucciso un innocente”.

Quando servono le parole crude, non arrivano.

Nella Chiesa, ovviamente, questa mancanza di rigidità e fermezza detiene conseguenze disastrose, tanto è vero che non “esistono”, piuttosto “osano esistere” persone che la domenica vanno in Chiesa per assolvere il precetto, e poi si recano alle urne incalzando le agende dei partiti politici che godono nel vedere i feti uccisi nei modi più barbarici possibile. 

Una persona tale, che si dichiara pro choice, non può essere cattolica, perché il Signore ha in abominio i sepolcri imbiancati: non si può prendere quello che ci piace della legge di Dio, e farne un arazzo scombinato. Non si può confessare la fede nel Dio della vita, e poi giustificare l’uccisione di una persona. 

Tuttavia, siccome la maggior parte dei pro-choice in seno alla Chiesa, vera e propria zizzania diabolica, si rifiuta (ed è logico) di accettare la monolitica verità proveniente dal Magistero della Chiesa e dalla Tradizione Apostolica, noi mostreremo alcuni passaggi (pochi ma efficienti) della Sacra Scrittura dove si fa intendere chiaramente che la vita umana si ha dal concepimento. Ovviamente, sappiamo che anche questa dimostrazione non basterà, perché costoro sono incapaci di ragionare, essendo ubriacati di amor proprio e non potendo mai dare ragione alla verità. Di questo, però, ci interessa molto poco, perché mettere davanti i fatti a chi sbaglia è obbligatorio, ed è un atto d’amore verso di lui. Veniamo al dunque.

«Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato.» [1]

Ossia: Ti conobbi con una cognizione di approvazione e di amore prima di formarti nel seno della madre e ti santificai nel seno stesso di tua madre prima del tuo nascere. Questo passaggio allude alla liberazione di Geremia dal peccato originale prima della nascita, lo stesso destino che accomuna Giovanni Battista.

Questo è un grande classico veterotestamentario: da questa frase si denota chiaramente come, al di là del fatto che il Signore conosca l’anima del nascituro prima del concepimento (il che è banale), qua si denota chiaramente che il soggetto della formazione è già un Io. Abbiamo, cioè, una persona o, come dice San Tommaso, un distinto sussistente di natura intellettuale, che è soggetta ad un processo di formazione nel grembo della madre. Questa testimonianza è assolutamente concorde con la scienza, che ci insegna chiaramente come il processo di formazione del bambino sia graduato e graduale, passando da una forma meno complessa a una più complessa, dove il bambino viene effettivamente assemblato e costruito passo dopo passo. Ma il soggetto della formazione c’è già dall’inizio. Ed è vero che anche gli animali si accrescono nel grembo della femmina, per cui uno potrebbe obiettare dicendo che l’anima intellettiva non è il comune denominatore di questo processo di formazione. È altresì vero, però, che il Signore qua si rivolge ad una persona, non ad un animale. Questa vita poi è consacrata prima che vedesse la luce il soggetto: questo passaggio è inequivocabilmente chiaro. Quindi: il soggetto è uno, l’anima viene infusa al concepimento nel feto, il corpo si accresce perfezionandosi fino al parto, e poi continua a crescere fuori dal grembo.

Inoltre: se non avessimo la stessa persona umana che poi profetizzò alle genti, ossia il nostro Geremia, come farebbe Dio a rimuovere il peccato originale ed infondere la grazia?  A chi toglierebbe il peccato? Ad un “cumulo di cellule” informe? 

«Non sono ignote a te le mie ossa lavorate, nel segreto, la mia sostanza lavorata nelle viscere della terra. Gli occhi tuoi mi videro quand’io era informe:» [2]

Mons. Antonio Martini commenta questo passo in questo modo: Le interiori parti del corpo mio non sono ignote, né occulte a te, che le lavorasti nel segreto del ventre materno, né ti è ignoto qual sia la sostanza, onde io sono formato; perché questa sostanza fu lavorata da te nelle viscere di mia madre, dov’ io era nascosto e a tutti ignoto, come sono le cose, ascose nelle viscere della terra.

Il soggetto (il salmista, una persona, un uomo, lo stesso uomo) dice chiaramente di essere stato informe, ossia nello stato fetale, dove non si ha una vera e propria forma definitiva del corpo. Ma l’Io è sempre lo stesso, è quello della persona umana, che vive in uno stadio informe, si accresce e diventa un uomo adulto. L’io c’è sempre nel grembo materno. Ed è lo stesso Io che fa esultare il Battista nel grembo di Santa Elisabetta. Si dice espressivamente che il bambino saltella ed esulta nel grembo, e viene riportato due volte. Prima in maniera indiretta nella narrazione, poi direttamente da Santa Elisabetta che dice: «saltellò per giubilo nel mio seno il bambino.» [3]

All’udire il saluto di Maria, Giovanni Battista riconosce il suo salvatore ed esulta: la persona del Battista è presente, riconosce il Signore nel ventre di Maria, ed esulta. Lo stesso Io del Battista che gli farà dire di Gesù quell’Ecce Agnus Dei, è lo stesso Io, identico, che esulta nel grembo all’udire le parole di Maria.

Santa Elisabetta, dal canto suo, dice: «benedetto il frutto del tuo ventre», perché riconosce anche lei che nel ventre di Maria c’è Gesù Cristo, la seconda persona della Santissima Trinità. Essa è sempre rimasta nel grembo di Maria, dal concepimento alla nascita.

Ed è rimasta seguendo le stesse leggi che decorrono per la natura umana, perché Dio non può contraddirsi: quindi, la persona c’è dal concepimento fino alla nascita.


  1. Ger 1, 5.
  2. Sal 139, 15 -16.
  3. Luc 1, 44.

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