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La presa di possesso di un vescovo

Come avviene l'ingresso del nuovo vescovo nella propria diocesi? Un approfondimento riguardo gli usi legati alla presa di possesso

«I Vescovi, che per divina istituzione sono successori degli Apostoli, mediante lo Spirito Santo che è stato loro donato, sono costituiti Pastori nella Chiesa, perché siano anch’essi maestri di dottrina, sacerdoti del sacro culto e ministri del governo».[1]

Il Codice di Diritto Canonico ci presenta in questo modo la figura del vescovo, colui che detiene la pienezza del Sacramento dell’Ordine e al quale, pertanto, viene affidato il compito di guidare il popolo di Dio a lui affidato. Come è noto, sono due le grandi categorie in cui si suddividono i vescovi: quelli diocesani e quelli titolari. A quest’ultimi, come suggerisce il termine stesso, viene affidata dal Pontefice la sola titolarità di una diocesi ormai soppressa, in modo tale che possano essere elevati nell’ordine episcopale con lo scopo di servire quali vicari di un vescovo diocesano o di essere assegnati ad un incarico presso la Santa Sede. Al contrario, i vescovi diocesani sono quelli cui è affidata la cura pastorale di una porzione di Chiesa locale, ovvero una diocesi. 

Il rapporto che intercorre tra un vescovo e la propria diocesi è non solo vincolato da precise norme della Chiesa, ma anche sigillato dall’immensa responsabilità, che pende sulle spalle dell’ordinario, di pastore del popolo di Dio in quella località. Di conseguenza, anche nella liturgia si rende visibile questo rapporto, specialmente in occasione della presa di possesso del vescovo e del suo ingresso solenne.

Ricordiamo infatti che la definizione di ingresso solenne non coincide con quella di presa di possesso della sede diocesana. Infatti, se è pur vero che i due momenti possono svilupparsi durante un’unica celebrazione, la presa di possesso costituisce l’atto formale con cui l’eletto assume diritti e doveri derivanti dalla titolarità della cattedra a lui affidata: la sede cessa di essere vacante e il nome del vescovo inizia ad essere nominato nel Canone della Messa. Dell’avvenuta presa di possesso si deve dare comunicazione alla Sede Apostolica. Il diritto stabilisce precisi tempi entro i quali l’eletto deve prendere possesso della propria sede[2]: per tale motivo, al fine di rispettare questa norma, l’eletto può anche avvalersi della possibilità di prendere possesso per procura, ovvero delegando un altro vescovo (solitamente un ausiliare della diocesi) affinché prenda possesso della sede a suo nome. In quest’ultimo caso, la cerimonia è piuttosto breve e può inserirsi in un contesto come la recita della Liturgia delle Ore, durante la quale il vescovo delegato, dopo la lettura della nomina dell’eletto e della delega ricevuta, prende fisicamente possesso della cattedra.

Al contrario, l’ingresso solenne è la festosa circostanza in cui il vescovo eletto o, se la presa di possesso è già avvenuta, il nuovo vescovo entra nella propria cattedrale con l’autorità di cui è stato investito. Pertanto, è anche la prima occasione in cui egli incontra il suo clero ed il suo popolo, il quale è tenuto a mostrargli obbedienza e rispetto.

I momenti precisi della cerimonia, come si deduce facilmente, possono variare da luogo a luogo in base alle consuetudini locali; di conseguenza, ci limiteremo a dare un’indicazione a caratteri generali dei momenti fondamentali della celebrazione. 

Il vescovo deve essere accolto in cattedrale dal capitolo riunito per tale occasione. Egli giunge all’ingresso rivestito dell’abito corale (considerata la solennità del momento, si potrebbe optare per la cappa magna, ma ormai tale veste, con ben poche eccezioni, può considerarsi totalmente in disuso), dove ad attenderlo vi è la prima dignità capitolare del luogo, solitamente l’arciprete, il quale, rivestito del piviale, provvede a presentargli la croce per il bacio. Successivamente, il vescovo riceve l’aspersorio con l’acqua benedetta, con il quale asperge sé e i fedeli. Prima della riforma liturgica, egli riceveva anche l’incensazione da parte dello stesso arciprete o, comunque, del sacerdote più degno (tale consuetudine sopravvive tuttora nel rito ambrosiano). Ha così avvio la processione del clero verso la cappella dove è riposto il SS. Sacramento, dinanzi al quale il vescovo sosta alcuni momenti in preghiera. 

Ci si prepara poi per la celebrazione della Messa pontificale[3], all’inizio della quale viene letta la Lettera Apostolica di nomina. Il vescovo siede quindi con le insegne sulla propria cattedra: se non è già avvenuta in precedenza, ciò costituisce il momento della presa di possesso. A questo punto, il clero, una rappresentanza di fedeli e, se possibile, le autorità civili rendono omaggio al nuovo pastore e la Messa prosegue come al solito. Formalmente il cerimoniale prescrive anche delle parole di saluto da parte della prima autorità del capitolo, tuttavia non di rado si preferisce concedere la parola anche, laddove presente, al vescovo emerito. In alcuni luoghi, specialmente dove sono custoditi bastoni pastorali significativi per la tradizione (un esempio è il Pastorale di San Carlo a Milano) è in uso anche la consuetudine del passaggio del Pastorale dall’emerito al nuovo vescovo, per quanto tale pratica sia di per sé non consentita.

Se la sede è un’arcidiocesi metropolitana, al nuovo vescovo viene anche imposto il pallio, qualora non lo abbia già ricevuto direttamente dal Romano Pontefice o al momento della propria consacrazione. Al contrario, se si tratta di una sede suffraganea, il Cerimoniale prescrive che sia il metropolita stesso ad introdurre l’eletto nella propria sede.

Come si è detto, l’ingresso solenne è l’occasione in cui il vescovo incontra per la prima volta il suo clero ed il suo popolo. Pertanto, qualora egli dovesse venire consacrato nella propria cattedrale, non si renderanno necessari altri momenti liturgici ma, subito dopo aver ricevuto le insegne, il neo consacrato prende possesso della propria cattedra e riceve gli omaggi di cui si è parlato sopra. 

Per quanto il cerimoniale si limiti a dare indicazioni sull’ingresso del vescovo nella cattedrale, sarebbe opportuno che la cerimonia assuma anche i contorni di ingresso del vescovo nella propria città, sottolineatura possibilmente significata dalla visita a qualche chiesa o luogo di preghiera o a qualche località di interesse storico. Anticamente, il Cerimoniale Episcoporum prevedeva infatti che il vescovo giungesse in cappa magna e galero fino alle porte della città, dalle quali si sviluppava poi una solenne processione verso la cattedrale durante la quale il presule avanzava a cavallo sotto il baldacchino, sorretto dai nobili del luogo. Ovviamente, nei tempi più recenti, in sostituzione dei cavalli si impiegano le automobili e difficilmente la processione si sviluppa fin dalle porte della città, tuttavia sovente si riesce ugualmente ad organizzare dei momenti di incontro con il popolo. 

Per quanto all’ingresso solenne in diocesi siano tenuti soltanto i vescovi diocesani, non è raro che anche i vescovi titolari intendano visitare almeno una volta la sede di cui portano il titolo. Spesso si tratta di piccole località ben liete di accogliere festosamente il presule, tuttavia è opportuno evitare, in queste circostanze, tutti quei simboli che possano indicare una qualche autorità sulla diocesi, la cui giurisdizione rimane invece, come è ovvio, in capo al vescovo diocesano.

Una cerimonia coi contorni simili a quella della presa di possesso di una diocesi è la presa di possesso del proprio titolo o diaconia da parte di un nuovo cardinale. Anche in questa circostanza, solitamente si celebra una Messa solenne nella chiesa di Roma che reca il titolo del porporato. Si noti che, durante questa celebrazione, è consentito al presule reggere il pastorale pur essendo nei confini diocesani di Roma (all’interno dei quali solitamente non se ne fa uso per rispetto al Romano Pontefice).Da ultimo, è opportuno segnalare che anche per il papa, nella sua qualità di vescovo di Roma, vi è un momento di ingresso solenne nell’Arcibasilica di San Giovanni in Laterano, con annessa presa di possesso della cattedra di Roma. Tuttavia, questa celebrazione, di solito, è più intensamente vissuta quale momento di contatto della Diocesi di Roma con il proprio vescovo, mentre per marcare l’assunzione dell’ufficio petrino viene celebrata a breve distanza dall’elezione una solenne «Messa per l’inizio del ministero petrino» in piazza San Pietro.

Tale cerimonia è l’erede diretta della Messa di incoronazione, celebrata l’ultima volta in occasione dell’incoronazione di Papa Paolo VI. Nonostante questo legame diretto, le differenze tra la celebrazione odierna e quella pre-riforma non si limitano però alla sola assenza della tiara, ma anche alla scomparsa di elementi suggestivi propri della liturgia papale come il famoso rito in cui il cardinale protodiacono, avvicinandosi al Pontefice, bruciava un pezzo di stoppa pronunciando la nota espressione «sic transit gloria mundi». Ad ogni modo, alcuni elementi propri della liturgia papale sono sopravvissuti, come il canto delle Laudes regiae e l’imposizione del pallio e dell’anello piscatorio.


  1.  Codice di Diritto Canonico, can. 375
  2. Il Codice stabilisce, al can. 382, che dal momento della ricezione della Lettera Apostolica di nomina il vescovo ha, salvo impedimenti, quattro mesi di tempo per prendere possesso della diocesi se non è consacrato, due mesi se già consacrato.
  3. Prima della riforma liturgica, non si celebrava necessariamente la Messa, che poteva essere sostituita da un momento di preghiera col canto del Te Deum e dell’antifona in onore del Patrono, con al termine la benedizione solenne.

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