Il principio di sussidiarietà

Negli ultimi anni si sta parlando molto di uno dei principi cardine della Dottrina sociale della Chiesa, quello di sussidiarietà. In questo articolo cercheremo di comprendere e chiarire le sue caratteristiche principali.

In un precedente articolo (vedi qui) si era trattato il pensiero sociale cattolico nel suo senso più generale e trattando dell’enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI si era parlato del principio di sussidiarietà, ossia di quel principio che riguarda i rapporti tra Stato e società. Già inizialmente formulato da Papa Leone XIII nella memorabile enciclica Rerum Novarum, viene successivamente ripreso nel 1931 con una formulazione ancor oggi considerata classica, e che, quindi, nonostante il lungo tempo trascorso, merita ancora particolare attenzione. 

Da una prima e attenta analisi emerge che a causa dei mutamenti intervenuti nella società moderna, molte iniziative sociali possono essere messe in atto solo ad opera di quelle che il Pontefice definisce “grandi associazioni”, vale a dire lo Stato e gli enti pubblici. È quindi d’obbligo per il Papa ricordare che, anche in questa nuova situazione, deve comunque «restare saldo il principio importantissimo nella filosofia sociale» secondo il quale «siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare». Ne deriverebbe, infatti, «un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società» poiché «oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (in latino subsidium: da qui deriva il termine “sussidiarietà”) le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle». Di conseguenza, sempre a giudizio del Pontefice, «è necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad associazioni minori e inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minor momento» per poter eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano […] di direzione, cioè, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità». Gli uomini di governo sono, quindi, esortati a persuadersi che quanto più perfettamente sarà rispettata questa esigenza «tanto più forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera la condizione dello Stato stesso» (Quadragesimo Anno, 80-81). 

Il Card. Pietro Pavan, ex professore all’Università Lateranense, collaborò nella stesura dell’enciclica e in particolar modo si dedicò alla sistemazione scientifica di questo principio. Nell’introduzione al suo scritto del 1950: «Il principio di sussidiarietà. Elemento caratterizzante la visione cristiana dei rapporti sociali», egli sostiene che «le società devono consentire ai singoli di muoversi liberamente per il conseguimento dei fini che sono in grado di raggiungere con le loro proprie forze, mentre le società a più ampio raggio non devono intralciare le società inferiori nel proseguimento dei fini propri: occorre invece che siano d’aiuto». In questo senso più lato del termine di sussidiarietà si evince chiaramente in qual modo lo Stato debba relazionarsi con la società e cioè far si che i cittadini siano liberi, ma anche consapevoli, di agire da soli, limitandosi a creare e garantire le condizioni necessarie per un’agire libero e senza vincoli. Agendo in questo modo lo Stato non si sostituisce più alle persone e alle organizzazioni ma fa si che questi siano in grado di esercitare le proprie iniziative nei limiti dei principi costituzionali. Quando i cittadini non sono in grado di sostenersi autonomamente lo Stato deve intervenire, esclusivamente per il tempo necessario, e far si che i singoli possano tornare ad essere autonomi e indipendenti. Risulta quindi chiaro e indiscutibile che questo principio, ritenuto importante anche da Papa Giovanni Paolo II, presuppone i principi di solidarietà e di bene comune. Senza di essi non possiamo parlare di sussidiarietà, infatti, è grazie ai sentimenti di collaborazione, condivisione e di partecipazione alla vita pubblica che il principio di sussidiarietà trova il suo compimento. È auspicabile quindi che questo principio abbia un ruolo decisivo anche nel nuovo ordine internazionale mondiale al fine di conservare e valorizzare le comunità nazionali, i corpi sociali intermedi e i singoli individui. Diversamente le parole dell’enciclica Mater et Magistra risuonerebbero come monito: «L’esperienza infatti attesta che dove manca l’iniziativa personale dei singoli vi è tirannide politica» (n. 57). 


Fonti:

  • Pio XI, Quadragesimo Anno
  • Leone XIII, Rerum Novarum
  • Giovanni Paolo II, Centesimus Annus
  • Giovanni XXIII, Mater et Magistra
  • Giorgio Feliciani, Il principio di sussidiarietà nella dottrina sociale della Chiesa
  • Luigi Rosa, Il «principio di sussidiarietà» nell’insegnamento sociale della Chiesa (II)
  • Francesco Occhetta, Sussidiarietà

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