TEOLOGIA

Prologo

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i
monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri,
le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare.



 

Mons. De Segùr (a cura di Edoardo Consonni)  |  10 Dicembre 2021  |  Tempo di lettura: 2 minuti

 

TEOLOGIA

Prologo

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri, le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare.

Mons. De Segùr (a cura di Edoardo Consonni)
10 Dicembre 2021
Tempo di lettura: 2 minuti

 

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri, le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare. Vicino ad un confessionale, appartato, un giovane prete in cotta adora il Santo Sacramento. “Guarda con quanta attenzione sta lì, dice uno di loro al compagno, si direbbe quasi che aspetti qualcuno. Forse aspetta te?”. L’altro ridendo risponde. – “Me?! E per fare cosa?” – “ Non saprei, chissà, magari per confessarti”. – Per confessarmi? “Ebbene, vuoi scommettere che ci vado?”. “Tu, andare a confessarti! Bah!” E si mette a ridere, alzando le spalle. Cosa vuoi scommettere? riprende il giovane ufficiale, con aria beffarda e decisa. Scommettiamo una bella cena, con una bottiglia di champagne d’annata! “E vada per la cena con lo Champagne. Va’ allora a metterti in confessionale”. Appena lasciato l’altro va diritto dal prete bisbigliandogli qualcosa nell’orecchio, costui si alza, entra in confessionale mentre il penitente improvvisato rivolge uno sguardo di sussiego verso il compagno inginocchiandosi come per confessarsi. – “Ma che sfrontatezza”, mormora l’altro, e si siede a vedere cosa accade. Aspetta cinque minuti, poi dieci, un quarto d’ora “Ma cosa fa?” – si domanda curioso e leggermente impaziente – cosa sta dicendo in tutto questo tempo?” Infine si apre il confessionale, l’abate ne esce, col volto animato e grave; e dopo aver salutato il giovane militare, entra in sagrestia. A sua volta esce l’ufficiale, rosso come un gallo, stirandosi i baffi con aria un po’ accigliata, facendo cenno all’amico di uscir dalla Chiesa. “Oh – gli dice – ma cosa è successo? Lo sai che sei rimasto quasi venti minuti con questo abate? Ho pensato che ti confessassi per davvero. Ti sei proprio guadagnato la cena scommessa! Vogliamo andare questa sera?” No, risponde l’altro di cattivo umore, no, non oggi! Ho da fare, ti devo lasciare”. E stringendo la mano al compagno, si allontana bruscamente, con aria corrucciata. Ma che cosa è successo realmente tra il sottotenente ed il confessore? Ecco cosa: Appena il prete apre lo sportello del confessionale, si accorge dal tono del giovane che si tratta di una mistificazione. Costui aveva avuto l’impertinenza di dire, al termine di una sua frase: « La religione! la confessione! Io me ne infischio! ». Questo abate era un uomo di spirito. « Mio caro signore, egli dice interrompendolo con garbo, io vedo che ciò che fate, non è una cosa seria. Lasciamo da parte la confessione, e se volete, facciamo un po’ di chiacchiere. Io amo molto i militari, e poi voi mi sembrate essere un giovane amabile. Che grado avete, ditemi? ».
L’ufficiale comincia a capire di aver commesso una sciocchezza, e felice di trovare il modo di liberarsi, risponde gentilmente: « Io sono un sottotenente. Esco da Saint-Cyr. — “Sottotenente? E resterete per molto tempo sottotenente?” — “Ma non penso per molto, due o tre anni, forse quattro”. — “E dopo?” — “Dopo? Passerò tenente” — “E dopo?” — “Dopo? Sarò capitano” — “Capitano? A quanti anni si diventa capitano?” — “Se avrò fortuna, dice l’altro sorridendo, potrò essere capitano a ventotto o ventinove anni.” — “E dopo?” — “Oh! dopo è più difficile; si resta per molto tempo capitano. Poi si diventa capo di battaglione; poi tenente-colonnello; poi, colonnello”. — “Ebbene! Eccovi colonnello a quaranta, quarantadue anni. E dopo?” — “Dopo? Io diventerò generale di brigata, e poi generale di divisione.” — “E dopo?” — “Dopo? C’è solo il bastone di maresciallo ma … le mie pretese non vanno fin là!” — “Eh bene, eccovi sposato, ufficiale superiore, generale, generale di divisione, forse anche maresciallo di Francia, che so? E dopo signore, e dopo?” Insisteva il prete con decisione.— “Dopo? Dopo? Replica l’ufficiale un po’ interdetto. Oh ! Ma che dire, io non so cosa accadrà dopo!”. “Vedete come è strano – dice allora l’abate con tono sempre più grave – Voi sapete tutto ciò che accadrà fino a quel punto, e non sapete cosa accadrà dopo! Ebbene, io invece lo so; e voglio proprio dirvelo! Dopo, signore, voi morirete. Dopo la vostra morte comparirete davanti a Dio e sarete giudicato. E se continuerete a fare come fate ora, voi sarete dannato; sarete bruciato eternamente nell’inferno. Ecco cosa succederà dopo!”. E poiché il giovane stordito da questa conclusione, infastidito da questo finale, sembra volersi schermire : “Un instante ancora Signore! – aggiunge l’abate – ho da dirvi ancora una parola”. “Voi avete il vostro onore, è vero? Ebbene anche io ho il mio, e voi avete mancato gravemente nei miei confronti, e mi dovete una riparazione. Io ve la chiedo, la esigo in nome dell’onore. Essa sarà molto semplice. Datemi la vostra parola che per otto giorni, ogni sera prima di andare a dormire, vi metterete in ginocchio e direte ad alta voce: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego! Dopo il mio giudizio, io sarò dannato, ma io me ne frego. Io brucerò eternamente nell’inferno; ma io me ne frego”. Ecco tutto. Voi mi date la vostra parola d’onore, giusto?”. Sempre più disorientato, volendo uscire quanto prima dall’imbarazzo, il sottotenente promette tutto, e il buon abate lo congeda con bontà, aggiungendo : “Non ho bisogno di dirvi, mio caro amico, che vi perdono di vero cuore. Se mai avete bisogno di me, voi mi troverete sempre qui, al mio posto. Solo … non dimenticate la parola data”. Così si sono lasciati, come abbiamo già visto. Il giovane ufficiale va a cena da solo. È manifestamente infastidito. La sera, al momento di dormire, esita un po’, ma la sua parola è data; egli esegue: “io morirò, io sarò giudicato, ed andrò forse all’inferno ….” E non ha il coraggio di aggiungere: « Io me ne frego. »
Passano così dei giorni. La sua “penitenza” gli torna continuamente nella mente e sembra assordargli le orecchie. In fondo, come il novantanove per cento dei giovani, egli è più frastornato che cattivo. Non ancora trascorso l’ottavo giorno, egli ritorna, questa volta da solo, alla chiesa dell’Assunta, si confessa per bene, ed esce dal confessionale col viso bagnato di lacrime o con la gioia nel cuore. Egli è poi rimasto, mi hanno assicurato, un degno e fervente cristiano. Il serio timore dell’inferno, con la grazia di Dio, aveva operato la metamorfosi. Ora, ciò che ha fatto sullo spirito di questo giovane ufficiale, questa consapevolezza, perché non potrebbe farlo sul vostro, amico lettore? Occorre dunque riflettere, una buona volta. Si tratta di una questione personale, e pertanto, confessatelo, terribile. È una domanda che si pone per ciascuno di noi, e bene o male occorre dare una soluzione positiva. – Andremo così ad esaminare insieme, se vi aggrada, brevemente e francamente, due cose: 1) se c’è veramente un inferno; 2) cos’è l’inferno. Io qui faccio unicamente appello alla vostra buona disposizione e alla vostra fede.
 
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