San Giacomo il Maggiore e il Cammino di Santiago di Compostela

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Ogni mese dell’anno è dedicato dalla devozione cattolica alla contemplazione di un particolare aspetto della vita di fede del credente: giugno è dedicato al Sacro Cuore e agosto è particolarmente segnato dalla devozione per la Vergine Santissima e la sua Gloriosa Assunzione al cielo in corpo e anima, ma luglio? Un aspetto importante del settimo mese dell’anno solare è certamente la sua attenzione per il Preziosissimo Sangue, ultima reliquia dei tempi in cui il giovedì successivo alla Solennità della Santissima Trinità era dedicato esclusivamente al mistero del Corpus Domini, senza dimenticare tuttavia che il 25 luglio ricorre anche la festa di San Giacomo il Maggiore e che conseguentemente un po’ tutto il mese può essere considerato come permeato da una particolare devozione apostolica. Una devozione che nei secoli medievali si è strettamente unita con la storia della Spagna e della celebre Cattedrale di Santiago de Compostela, meta finale dei numerosi percorsi che conducono i pellegrini dalle varie parti d’Europa fin quasi alla sponda europea dell’Oceano Atlantico. Detto ciò, in quest’articolo desideriamo innanzitutto delineare la figura dell’Apostolo San Giacomo, per passare successivamente ad alcuni brevi cenni sul Cammino di Santiago e sull’omonimo santuario.

Sul piano della lettura storica, ovviamente non esistono passi veterotestamentari che parlino esplicitamente dei Dodici Apostoli, ma ciò non giustifica l’abbandono del nostro primo passo, ossia andare a cercare nell’Antico Testamento prefigurazioni profetiche della chiamata apostolica, dato che il compito principale dell’apologetica cattolica è senza dubbio quello di passare dall’empiria allo studio delle essenze ideali, in ciò confortato dalla perenne lettura tipologica della Sacra Lettera. Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issacar, Zabulon, Giuseppe, Beniamino sono i nomi dei dodici figli di Giacobbe, conosciuto anche come Israele: da loro derivano le dodici tribù che costituiscono il popolo d’Israele, rappresentando in questo modo la pienezza di coloro che devono ricevere la promessa divina. Un tale concetto di pienezza, ulteriormente sviluppato e perfezionato nelle pagine del Nuovo Testamento, sta alla base della chiamata di dodici Apostoli, i cui nomi sono Pietro, Andrea, Giacomo il Maggiore e il Minore, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il protagonista del tradimento che dà inizio alla Passione, poi sostituito da Mattia. Già tale sostituzione, tale volontà di restaurazione del numero originario, è indice potente dell’importanza del numero dodicesimo, in un costante gioco dialettico tra l’antico e il nuovo, un elemento che riceve ancora maggiore forza dalla promessa gesuana:

«in verità vi dico: voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele».

(Mt 19,28)

L’alleanza sinaitica viene quindi portata a compimento non dalla continua ripetizione dell’immolazione animale, quanto piuttosto dalla Crocifissione di Nostro Signore per mano dell’autorità giudaica e romana del tempo. Ancora, tale concetto è rimarcato dalla visione apocalittica giovannea, dove la Gerusalemme celeste ha dodici porte con i nomi delle tribù israelitiche e dodici fondamenta con i nomi degli Apostoli, a sottolineare come l’Ebraismo sia stato la condizione storica che la Provvidenza ha stabilito per l’avvento del Cristianesimo, mentre è il Cristianesimo stesso a giustificare l’Ebraismo. Ciò che viene dopo è la giustificazione di ciò che precede, come Gesù Cristo è il compimento della predicazione di Giovanni Battista, ma anche come la metafisica è la vera spiegazione della realtà fisica, come ha insegnato per primo Aristotele. Altri esempi si potrebbero portare a sostegno delle prefigurazioni profetiche della chiamata apostolica, come ad esempio il modello della chiamata dei Profeti e degli Apostoli o il resto fedele di Israele, tutti temi che potrebbero essere sviluppati in un futuro articolo, ma è ormai tempo di concentrare l’attenzione sul protagonista della prima parte del presente contributo, l’Apostolo San Giacomo il Maggiore.

Tra i Dodici, Giacomo occupa una posizione particolarmente importante. Il suo nome appare per la prima volta nel racconto della chiamata degli Apostoli, comparendo nel Vangelo di Matteo subito dopo il racconto delle tentazioni nel deserto, l’inizio della predicazione e la vocazione di Simone e Andrea. Sarà il caso però di lasciar parlare il testo evangelico stesso, ponendoci con gratitudine in ascolto delle sillabe preziose del Vangelo. 

«Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che nella barca con Zebedeo, loro padre, riassestavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono».

(Mt 4,21-22)

L’episodio di per sé è piuttosto noto e sembrerebbe non richiederebbe perciò un grande impegno esegetico, quando in realtà proprio il suo essere una delle pagine più famose della Sacra Pagina richiede una cautela particolare. La notazione “andando oltre” non è per nulla casuale, essendo sintomo della singolarità di ogni singolo credente, accolto nella famiglia cristiana conservando la propria storia personale: è importante ricordare sempre che la chiamata di Simone e Andrea non è identica a quella di Giacomo e Giovanni, pur nella similitudine storica e narrativa tra le due vocazioni, perché ogni coppia di fratelli è unica e irripetibile, precipitato di una certa storia familiare e simbolo di una particolare e irripetibile prospettiva nell’accostarsi al messaggio soteriologico gesuano. Contemporaneamente, è altrettanto significativo che l’autore evangelico parli nuovamente di “altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello”, ripetizioni che sono certamente segno dell’iniziale trasmissione orale della vita e delle opere di Gesù, al modo del ripetersi di alcuni epiteti per favorire la memoria nei poemi omerici e virgiliani, ma che soprattutto segnalano la dimensione comunitaria della vita di fede, l’imprescindibile aiuto dei fratelli e delle sorelle nel nostro cammino verso il Regno dei Cieli. Un ultimo elemento da sottolineare è che Giacomo e Giovanni “subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono”. L’avverbio è particolarmente importante e non può essere considerato solo come strategia retorica da parte dello scrittore: la verità consiste nel fatto che la sequela evangelica richiede radicalità e decisione.

Come ha scritto Benedetto XVI nell’Enciclica Deus caritas est, quasi compendiando e universalizzando ciò che abbiamo tentato di far emergere dai due versetti sopra riportati e analizzati,

«all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Deus caritas est §1

Benedetto XVI vuole dire che la scelta cristiana dell’essere umano non nasce dall’adesione a un sistema morale o dall’accettazione di una filosofia, fosse pure la speculazione di Tommaso d’Aquino o di un altro dei grandi esponenti del pensiero cristiano, e nemmeno dall’osservanza di regole religiose, com’era invece tipico del mondo cultuale pagano, ma piuttosto dall’incontro con Gesù Cristo, presente allora in carne e ossa e presente anche oggi, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, in tutti i tabernacoli del mondo. La dottrina e la morale arrivano in un secondo tempo, solo come conseguenza di quell’incontro, solo dopo aver maturato la consapevolezza che una qualunque formula pastorale, per quanto ben pensata e ancor meglio applicata, rimane una tecnica, un metodo da seguire, una soluzione impersonale. Invece, con le parole di Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, bisogna tornare al valore della Persona, all’incontro con Qualcuno con cui si entra in relazione e con la presenza viva del Cristo da seguire con fedeltà e amore:

«ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!».

Deus caritas est §29

Tornando a San Giacomo, non si può non notare come il Vangelo non offra una spiegazione psicologica dettagliata, ma piuttosto suggerisca che l’incontro con Cristo ha una forza tutta particolare, un’attrazione che rende comprensibile la scelta radicale che abbiamo visto prima. Ma approfondendo la vicenda agiografica del nostro Apostolo, è bene sottolineare un secondo aspetto significativo della sua vicinanza a Nostro Signore, cioè come egli sia stato vicino a Gesù, insieme a Pietro e a Giovanni, in alcuni dei momenti più importanti e intensi della sua vita pubblica, come la risurrezione della figlia di Giairo, la Trasfigurazione di Gesù, la preghiera nell’orto del Getsemani. Il capo della sinagoga di Cafarnao manifesta universalmente la fede nel potere salvifico di Gesù, il quale non solo è in grado di guarire dalla malattia fisica, ma può addirittura richiamare dalla morte tutti coloro che non dubitano mai del suo potere. Una guarigione miracolosa dal peccato e dalla morte, da quella malattia fisica e morale che caratterizza la vita di ogni uomo sulla terra, che ha la sua origine dal rapporto strettissimo del Figlio con il Padre, un legame che brilla in modo particolare nel momento della Trasfigurazione sul Monte Tabor, quando il Mosè della legge e l’Elia dei profeti manifestano la continuità tra Antico e Nuovo Testamento e viene anticipata in modo misterioso, ma reale la gloria della Risurrezione. Assumere le sembianze del Corpo glorioso significa anticipare la trasformazione dell’uomo in Cristo e riaffermare la dottrina di quella luce increata che rimanda alla partecipazione dell’uomo alla gloria divina. Situato ai piedi del Monte degli Ulivi, il Getsemani ha visto la preghiera di Gesù durante la notte precedente la sua Crocifissione, sottomettendosi interamente e consapevolmente al volere del Padre per il bene dell’umanità. L’Apostolo Giacomo viene descritto come caratterizzato da un carattere molto forte: narrando dalla propria prospettiva della chiamata dei Dodici, Marco non manca di riferire che Gesù chiamò

«Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono».

(Mc 3,17)

Tale essere “figli del tuono”, vale a dire dotati di un temperamento energico e impulsivo, emerge da quanto riferisce San Luca, l’unico a riportare che i due fratelli avrebbero voluto che un fuoco scendesse dal cielo e divorasse il villaggio che aveva rifiutato di accogliere Gesù, ottenendo come risposta una delle immagini più icastiche dell’intera Bibbia, laddove l’evangelista annota semplicemente, quasi con una semplicità sconcertante e senza aggiungere inutili parole, che

«Gesù si voltò e li rimproverò».

(Lc 9,55)

Nipote di Erode il Grande, mecenate dell’ampliamento del Tempio di Gerusalemme e responsabile della cosiddetta Strage degli Innocenti, Erode Agrippa I adottò una linea religiosa ortodossa, favorendo il giudaismo tradizionale e perseguitando la Chiesa cristiana nascente, senza dimenticare la sua preoccupazione di mantenere sempre buoni i rapporti con il potere romano, un’inquieta apprensione testimoniata anche dagli Atti degli Apostoli:

«in quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi».

(At 12,1-3)

La brevità della narrazione e la sua sobrietà sono due elementi che depongono decisamente a favore del valore storico del testo, interessato solamente al racconto della persecuzione contro la Chiesa nascente, senza alcun intento encomiastico. Questi pochi versetti rappresentano l’unico racconto neotestamentario della morte di uno dei Dodici Apostoli, oltre a segnalarsi per l’estrema sobrietà, rifiutando ogni discorso finale di commiato, ogni descrizione eroica del martirio. L’espressione “fece uccidere di spada” indica probabilmente una decapitazione o comunque un’esecuzione mediante la spada, pena considerata rapida e ufficiale, ma soprattutto interessa evidenziare un altro contrasto significativo dell’incipit del dodicesimo capitolo degli Atti degli Apostoli, giocato sui due destini diversi dei due Apostoli: Giacomo viene ucciso e Pietro prima arrestato e poi miracolosamente liberato, a testimonianza di come il mistero della volontà di Dio non preveda lo stesso epilogo per tutti, essendo uno chiamato al martirio immediato, mentre l’altro deve continuare ancora la sua missione. Esaurita la prima parte del presente contributo, quella dedicata alla delineazione della figura dell’Apostolo San Giacomo, possiamo ora passare alla sua seconda parte, ossia a dedicare un certo spazio al Cammino di Santiago e all’omonimo santuario.

Quella del Cammino di Santiago è una realtà al contempo storica, religiosa, culturale e umana. Innanzitutto, bisogna specificare che, nonostante l’utilizzo del singolare, il cammino di Santiago, con questo termine si intende una rete di itinerari di pellegrinaggio molto diversi e distanti tra loro, tutti però accomunati dalla destinazione finale, appunto il sepolcro tradizionalmente attribuito a San Giacomo il Maggiore nella Cattedrale di Santiago de Compostela. Fin dal Medioevo, tale destinazione ha goduto di un’importanza tutta particolare, ben superiore ai numerosi santuari locali che si trovano in ogni angolo della cristianità e paragonabile solamente alla memoria romana degli Apostoli Pietro e Paolo e ai luoghi della vita di Gesù in Terra Santa. Come già accennato, non esiste un solo Cammino, dovendosi parlare più propriamente di una costellazione di percorsi.

Il più antico itinerario di pellegrinaggio verso Santiago è il cosiddetto Cammino Primitivo, lungo 313 chilometri, partendo dalla Cattedrale di San Salvador di Oviedo e risalente al pellegrinaggio del re Alfonso II delle Asturie. Il Cammino francese, lungo circa 780 chilometri e con origine a Saint Jean Pied de Port, attraversa i Pirenei e unisce monasteri, ospedali e numerose città tappa, configurandosi al contempo come percorso religioso e come arteria commerciale. Il Cammino del Nord, solitamente meno affollato rispetto al precedente, è lungo circa 825 chilometri e parte da Irun, nei Paesi Baschi, segnalandosi per la particolare difficoltà del percorso per via dei dislivelli e delle variazioni climatiche tipiche delle zone che si affacciano sull’Oceano Atlantico. Partendo da Siviglia e percorrendo circa un migliaio di chilometri, la Via de la Plata unisce la dimensione storica romana a quella spirituale del pellegrinaggio cristiano, favorendo un’esperienza solitaria e contemplativa. Infine, si segnala il Cammino portoghese, che parte da Lisbona o da Porto, prevedendo per il pellegrino un impegno di circa 610 o 260 chilometri.

Al di là delle notazioni tecniche ora comunicate per pillole, tre simboli caratterizzano in particolare il pellegrino, vale a dire la conchiglia, il bastone e la bisaccia. Particolare attenzione bisogna dedicare alla conchiglia di San Giacomo, la quale rappresenta una fortunata combinazione di tradizioni, leggende e usi pratici dei pellegrini. Una delle tradizioni più diffuse racconta che una tempesta fece cadere in mare uno dei cavalieri che scortavano le reliquie di Giacomo in Spagna, cavaliere che poi sarebbe riemerso miracolosamente ricoperto di conchiglie, interpretate come un segno della protezione del Santo. Sul versante del significato simbolico della conchiglia, essa simboleggia il percorso interiore del pellegrino verso una meta comune, ricordo costante della vocazione battesimale e del rinnovamento spirituale, oltre a segnalarsi per l’interessante paragone delle nervature che convergono in un unico punto, così come i vari Cammini si concludono alla Cattedrale di San Giacomo. Il pellegrino è una figura spirituale speciale, colui che lascia temporaneamente la propria sicurezza per affidarsi a Dio, così come il cristiano è in cammino e incontra compagni di viaggio, affronta prove e soste e cresce lungo il percorso.

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