Tolkien, l’uomo e l’opera, fede e fantasia

Il nome di J.R.R. Tolkien si può dire che ormai sia noto in tutto il mondo e con esso il suo romanzo, Il Signore degli Anelli, che comparso nelle librerie inglesi più di cinquant’anni fa, non è solo il libro più amato in Inghilterra ma anche il più letto al mondo, dopo la Bibbia.

Il nome di J.R.R. Tolkien si può dire che ormai sia noto in tutto il mondo e con esso il suo romanzo, Il Signore degli Anelli, che comparso nelle librerie inglesi più di cinquant’anni fa, non è solo il libro più amato in Inghilterra ma anche il più letto al mondo, dopo la Bibbia. Di grande aiuto è stata la trilogia cinematografica diretta da Peter Jackson che ha conquistato ben diciassette premi Oscar.

Diversamente da quanto si immagini e da quanto si possa pensare, questo grande capolavoro “è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica” afferma l’autore, “all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correlazione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la “religione”, oppure culti o pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo” (J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Rusconi, Milano, 1990, lett. n. 142, p. 195).

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Ritornando al nostro libro, Il Signore degli Anelli è un’opera letteraria, un oggetto piccolo “eppure pieno di mondo” (secondo Romano Guardiani) e nemmeno troppo piccolo dato il suo corposo volume e le sue numero pagine. Ci sarebbe molto di cui parlare riguardo lo stile narrativo ma non sarebbe questo luogo e momento opportuno, mi limiterò a spiegare, in questo articolo, il motivo per cui quest’opera eccelsa non è solo frutto di fantasia ma essa contiene un suo significato teologico.

Sappiamo essere uno dei libri più letti al mondo, capolavoro del Novecento, un’opera che al suo interno contiene di tutto, dalla filologia alla poesia, dalla filosofia all’etica. Ma per prima cosa parla a noi, uomini del XXI secolo, da destra a sinistra, dagli atei ai credenti, dai pagani ai cristiani, dai modernisti ai tradizionalisti. Per meglio comprenderla bisogna leggerla sul serio, e magari rileggerla, per trovare sempre nuovi spunti.

Se da un lato scopriamo Il Signore degli Anelli sotto la categoria del fantasy, è però anche vero che Tolkien, l’autore, parla direttamente al cuore dell’uomo ed è per questo che ha riscontrato così grande successo.

Riporto alla vostra attenzione la preghiera dopo la comunione dal proprio della S. Messa di Sant’Agnese: “O Dio onnipotente ed eterno (che) scegli le creature più miti e più deboli per confondere la potenza del mondo”. In questa frase è racchiuso il messaggio di Tolkien: la fiducia illimitata nel Dio cattolico e nel Suo progetto sulla storia, l’esaltazione degli umili, la “follia” che, come esclama Gandalf durante il consiglio di Elrond, sarà “il manto agli occhi del nemico” così da confondere la potenza del mondo. Parole simili, queste ultime, a quelle contenute nel Magnificat: “ha esaltato l’umiltà della Sua serva […] ha rovesciato i potenti dai troni […] ha innalzato gli umili”. Diversamente da altre opere fantasy, dove i buoni sono splendidamente buoni e i cattivi perversamente cattivi, nell’opera di Tolkien ciò non si realizza, anzi al contrario, tutti, persino Gollum, possono riscattarsi e tutti, persino Frodo, Aragorn e Gandalf, sono costantemente tentati e non necessariamente capaci di superare la tentazione. Solo gli orchi, esemplari immondi di uomini creati dal fango, e gli emissari di Sauron sono presentati come impermeabili alla salvezza: come peraltro i demoni e satana, secondo quanto scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica.

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Tutto Il Signore degli Anelli è pervaso dal senso della fragilità umana che solo in Dio trova compimento e appoggio. In effetti il tratto saliente di questo romanzo, come di tutto ciò che ha scritto Tolkien, è la rinuncia. La vittoria sul male è possibile solo rinunciando, con libertà, a qualche cosa di caro. Se è ben noto che è proprio la rinuncia all’anello a salvare la Terra di Mezzo, sono molti altri gli esempi di questa rinuncia presenti nel testo, che si apre proprio con la rinuncia di Bilbo al suo prezioso tesoro che Gandalf affiderà a Frodo. Lo stesso Frodo rinuncia alla vita tranquilla per farsi carico di condurre a termine una missione preclusa agli eroi “istituzionali” Aragorn e Gandalf. Gandalf prima e Galadriel poi rinunciano al possesso dell’anello ingenuamente offerto loro da Frodo, superando la prova (Tolkien utilizza in entrambi i casi questo vocabolo) come Cristo nel deserto sconfigge il diavolo che gli offre il possesso di tutti i regni della Terra.

Se ciò non bastasse a convincervi che quest’opera ha un significato teologico vi invito a seguirmi in questo viaggio che farò “lungo la via est” per riscoprire insieme i tratti significativi che l’autore ha inciso in questa meravigliosa narrazione.

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