Il Calice della Nuova ed Eterna Alleanza: San Gaspare Del Bufalo e i Missionari del Preziosissimo Sangue

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Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu et lingua et pópulo et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum.

(Ap. 5:9-10)

Il mese di luglio, che l’uomo contemporaneo associa quasi soltanto al caldo e alle vacanze, custodisce nella tradizione cattolica un significato denso e antico: è il tempo consacrato al culto del Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, elevato a festa universale da Pio IX nel 1849 e poi unito da San Paolo VI alla solennità del Corpus Domini. Non è una devozione fra le tante. È l’Incarnazione portata alle sue conseguenze più concrete. Il Verbo non si è limitato a indossare una forma umana: ha preso un corpo vero, un’anima e un sangue che gli scorreva nelle vene come scorre in ogni uomo. Sul Calvario, quando quel corpo fu squarciato, la Divinità non si allontanò da lui ma rimase unita a quel Sangue versato, perché restava unita alla Persona del Figlio. È per questo che la Chiesa lo adora come cosa santissima, non per compassione verso una sofferenza, ma perché lì si tocca il paradosso più alto della fede, ossia un Dio che si lascia vedere, toccare, uccidere. San Giovanni Crisostomo lo diceva già ai suoi fedeli, nel IV secolo: «Questo sangue, se è degnamente assunto, scaccia i demoni e li tiene lontani da noi, mentre attira a noi gli angeli e il Signore degli angeli. Quando vedono il sangue del Signore, i demoni fuggono e invece accorrono gli angeli. Questo sangue, quando è stato versato, ha purificato tutto quanto il mondo. […] Questo sangue è salvezza delle nostre anime; l’anima ne è purificata, abbellita, infiammata. Questo sangue rende la nostra mente più luminosa del fuoco e più splendente dell’oro. Questo sangue è stato versato e ci ha reso accessibile il cielo» (dalle Omelie sul Vangelo di Giovanni di San Giovanni Crisostomo, Omelia 46). È in questo orizzonte che nasce a Roma, agli albori dell’Ottocento, la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel 1808, presso la basilica di San Nicola in Carcere, il canonico Francesco Albertini istituisce la prima Confraternita dedicata al Sangue di Cristo, intuendo che l’unica vera ricostruzione di una Roma ferita dall’occupazione napoleonica dovesse partire dalla sorgente della vita. In quel piccolo nucleo si distingue un giovane sacerdote: Gaspare Del Bufalo. Gaspare viene ordinato nello stesso 1808, manifestando sin da subito un’inclinazione per le periferie, in particolare per i barozzari e i carrettieri del Campo Vaccino e la gente che il Vangelo raramente raggiungeva. Quando le autorità napoleoniche imposero al clero romano il giuramento di fedeltà all’imperatore, molti cedettero per prudenza o per paura. Tuttavia, Gaspare rispose con una formula che la storia ha conservato: «Non debbo, non posso, non voglio». Gli costò quattro anni di prigionia fra Piacenza, Bologna, Imola e Lugo, un esilio segnato dalla malattia e dalla privazione dell’altare. Fu lì, accanto all’Albertini (anch’egli recluso), che maturò la convinzione che avrebbe guidato tutta la sua vita: una società lacerata dalle ideologie può rinascere solo dalla fonte della riconciliazione. Liberato nel 1814, Gaspare ricevette da Pio VII il mandato di rievangelizzare le province meridionali dello Stato Pontificio, allora segnate da un brigantaggio endemico. Sonnino, sulle montagne al confine con il Regno di Napoli, ne era diventata la capitale incontrastata. Quando il governo pontificio, esasperato dalle scorrerie di capibanda come Antonio Gasbarrone, decise di demolire l’intero paese e disperderne gli abitanti, Gaspare scrisse a Pio VII una lettera che resta tra i documenti più alti della sua vita. Era il 1° gennaio 1821. Spiegò che la violenza dello Stato avrebbe prodotto solo altra violenza: «Lasciar patria, parenti, possidenza e la propria casa forma il colmo della desolazione. Non rimanevano a Sonnino che le pupille per lagrimare». Pio VII revocò il decreto. Il tesoriere apostolico monsignor Bellisario Cristaldi colse la novità della proposta e la sintetizzò in tre parole: «Missioni! Missioni! Missioni!». L’8 ottobre 1821 il Papa approvò il piano: la parola evangelica, non le armi, avrebbe risanato quella terra. Il fondamento era già posto. Il 15 agosto 1815, nell’Abbazia di San Felice a Giano dell’Umbria, Gaspare aveva dato vita alla Congregazione: non un ordine monastico tradizionale, ma una Società di vita apostolica i cui membri restano legati non da voti solenni, ma dal Vincolo di Carità. Il 17 dicembre 1821 i missionari presero possesso del Monastero delle Canne, a un chilometro da Sonnino: un avamposto isolato, fra gli ulivi, da cui sarebbe partita una delle pagine più sorprendenti dell’apostolato moderno.

Senza altra protezione che il Crocifisso da missione, Gaspare salì i sentieri dei monti Lepini ed entrò nelle grotte dove si rifugiavano i latitanti. Non portava bandi di giustizia, ma l’annuncio che il Sangue di Cristo era stato versato anche per loro. L’effetto fu dirompente: uomini induriti da anni di violenza scendevano di notte al Monastero delle Canne per confessarsi. «Sentivano il bisogno che si quetasse il mondo», scriverà il suo più fedele collaboratore, don Giovanni Merlini. Gaspare si batté perché cessassero le pratiche più disumane verso i condannati, scrivendo a Cristaldi parole che ancora colpiscono: «Sono più i teschi sulle porte che le pietre». Subì per questo accuse e calunnie da chi, nel perpetuarsi del brigantaggio, trovava vantaggio. Restò però fermo sul principio che la Chiesa non doveva farsi strumento di repressione: «Ai Missionari non conviene ingerirsi nelle leggi del Governo». Il 19 settembre 1825 le campane di Sonnino suonarono a festa: gli ultimi briganti depositarono le armi ai piedi dell’altare e cantarono il Te Deum insieme alla popolazione che avevano terrorizzato. Se Gaspare fu il fuoco, don Giovanni Merlini (1795-1873) fu la roccia che garantì la continuità dell’opera nella Marittima e Campagna. I briganti lo rispettavano come un padre; le bande si nascondevano al suo passaggio «per non metterci paura», come annotò lui stesso. A Sonnino progettò e fece costruire la chiesa ottagonale di Santa Maria delle Canne, ancora oggi viva nella devozione popolare. Quando morì, nel 1873, Pio IX lo definì «un gran servo di Dio».

Il carisma si estese al mondo femminile nel 1834 con Santa Maria De Mattias, formatasi sotto la guida del Merlini; nacquero così le Adoratrici del Sangue di Cristo, presenti a Sonnino dal 1867. Oggi quel carisma vive anche tra i laici attraverso l’Unione Sanguis Christi. Il simbolo che ancora distingue i Missionari, ovvero il Crocifisso sorretto da una catena e portato sulla talare nera, esprime ciò che li ha sempre mossi: non l’assenza di legami, ma la scelta di essere legati a Cristo e ai fratelli da un’alleanza di sangue. È lo stesso vincolo che, in assenza dei voti religiosi tradizionali, tiene unita la famiglia spirituale fondata da Gaspare: una fraternità sacerdotale tesa fra l’adorazione del Mistero e la corsa verso le periferie del mondo, pronta a partire ovunque la carità lo richieda. San Tommaso d’Aquino, nell’Adoro te devote, cantò l’efficacia di quel Sangue con l’immagine del pio pellicano, che secondo la leggenda medievale nutre i propri figli ferendosi il petto: «Purifica me peccatore col tuo sangue, che con una sola goccia può rendere salvo il mondo intero da ogni peccato». Una sola goccia: è la certezza che guidò Gaspare lungo i sentieri della Ciociaria, la convinzione che nessuna vita fosse troppo perduta, nessuna ferita troppo profonda per non poter essere risanata. Oggi, davanti a nuove forme di povertà, di solitudine e di smarrimento morale, quella certezza resta la stessa lezione che sale dalle pietre di Sonnino: il mondo non si cambia con la forza dei decreti o l’efficacia delle armi, ma scendendo, con pazienza e senza difese, fin dentro le ferite della storia, per portarvi l’annuncio di una riconciliazione possibile. È quanto la Congregazione, oggi presente nei cinque continenti e affiancata dai laici dell’Unione Sanguis Christi, continua a vivere come eredità viva del suo fondatore.

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