Nella parentesi liturgica, uno degli aspetti che negli ultimi anni risulta sempre più trascurato è quello delle riverenze. Sia i fedeli, sia i sacerdoti appaiono sempre meno attenti a quanto viene erroneamente considerato un orpello del passato, un inutile formalismo che porta distacco e rigidità in quella che dovrebbe essere una liturgia “più vicina alla gente”.
Eppure, non si capisce in che modo una forma di riguardo possa essere considerata come qualcosa di negativo, se non addirittura dannoso. Alcuni sostengono che un’eccessiva manifestazione di riverenza potrebbe perfino alimentare un’idea errata di Dio, ovvero inculcare nei fedeli un senso di paura. Per prima cosa, a costoro è bene ricordare che il timor di Dio è uno dei sette doni dello Spirito Santo (e il timore è cosa ben diversa dalla paura); ciò detto, l’errore che commettono i sostenitori di questa tesi è quello di confondere la paura con il rispetto. Facciamo un esempio concreto: se ci capitasse di incontrare il Presidente della Repubblica, non ne saremmo certo impauriti, ma non per questo ci permetteremmo di dargli del «tu» o di comportarci in sua presenza come se fossimo al bar. Se questo ragionamento è valido per un essere umano, non si capisce perché non dovrebbe esserlo per il Signore.
Ad ogni modo, al di là di quello che ciascuno può pensare, in ambito liturgico vi sono delle precise regole cui si è tenuti ad aderire. Iniziamo col dire che i gesti di riverenza sono essenzialmente due: la genuflessione e l’inchino. La prima si distingue in genuflessione semplice, in cui un solo ginocchio tocca terra (generalmente il destro), e doppia; il secondo, invece, in inchino del capo e in inchino profondo (con tutto il corpo).
La genuflessione è riservata in primo luogo al Santissimo Sacramento. Infatti, essa viene fatta dal sacerdote ogni qualvolta si trovi a passare davanti all’altare in cui il Santissimo è esposto nonché negli altri momenti prescritti dal rito della Messa, come prima e dopo l’elevazione o quando si scopre e si ricopre il calice. Se nel tabernacolo è custodito il Santissimo, è prevista anche all’ingresso e all’uscita, inoltre, se la Messa è solenne, quando si passa nel mezzo durante l’incensazione.
La genuflessione singola è prevista altresì all’«Et incarnatus est» durante il Credo e all’«Et verbum caro factum est» nell’Ultimo Vangelo, oltre che in altre specifiche occasioni (ad esempio, quando l’epistola prevede il passaggio «Ut in nomine Jesu omne genu flectatur» dalla lettera ai Filippesi). In questi casi, quando il sacerdote si genuflette (e le parole sono pronunciate a voce alta), i fedeli fanno altrettanto.
In alcuni momenti, poi, è prescritta la genuflessione doppia, cioè con entrambe le ginocchia a terra. Talvolta si indica con questo termine anche lo stare in ginocchio, ma più correttamente si dovrebbe impiegare detta terminologia solo quando si produce un’effettiva genuflessione in cui ci si inginocchia e poco dopo ci si rialza. La doppia genuflessione si esegue nei casi in cui il rito prevede l’invito del «Flectamus genua» e il Venerdì Santo durante l’adorazione della Croce.
L’inchino del capo è la riverenza che di norma viene rivolta alla Croce. È previsto infatti ogni volta in cui il sacerdote passa in mezzo all’altare, quando si recita il Gloria Patri e in alcuni passaggi del Gloria e del Credo, nonché all’Oremus prima di un’orazione. Oltre che alla Croce, l’inchino del capo viene effettuato anche quando si pronuncia il nome di Gesù, della Beata Vergine Maria, del Santo o dei Santi in onore dei quali viene celebrata la Messa, del Santo del giorno nonché del Sommo Pontefice.
L’inchino profondo è previsto invece durante la recita del Confiteor, del Munda cor meum, e, durante il Canone, quando il sacerdote dice Supplices te rogamus. Ovviamente un inchino profondo viene anche prodotto quando il celebrante bacia l’altare e durante le parole di consacrazione (i gomiti devono infatti stare poggiati sull’altare). In molti altri momenti, il messale prescrive che il sacerdote stia inchinato: si tratta pertanto di un inchino più marcato rispetto al solo piegare il capo, ma non tale da coinvolgere tutto il busto. Anche all’ingresso e all’uscita, se non è presente il Santissimo Sacramento, in luogo della genuflessione ci si limita ad inchinarsi.
Vi è poi il caso particolare in cui il sacerdote, durante il canto del Credo da parte del coro, si trova già seduto quando si arriva all’«Et incarnatus est». Le rubriche prescrivono che egli (ed eventualmente diacono e suddiacono) scopra il capo e produca un profondo inchino, senza però alzarsi in piedi1.
Una breve menzione meritano anche le riverenze dovute quando vi sia l’assistenza dal trono di un prelato o perfino dello stesso sommo pontefice. Il messale prevede, in vari momenti della celebrazione, che il celebrante produca un inchino al prelato, che si trasforma in genuflessione qualora si tratti del Papa.
Tutto quanto esposto fin qui riguarda il sacerdote, ma anche i fedeli (e i membri del clero che assistono dal coro) devono attenersi a delle norme cui fare riferimento. In linea di massima, si sta in ginocchio durante le preghiere ai piedi dell’altare, dal Sanctus per tutto il Canone, alla Benedizione finale e, se si recitano, durante le preghiere leonine. I fedeli si inginocchiano poi per ricevere la comunione, riverenza quest’ultima che risulta complicata da osservare ai nostri giorni poiché nella maggior parte delle chiese è stata rimossa la balaustra.
Fuori dalla parentesi liturgica, per i fedeli è buona norma genuflettersi quando entrano ed escono in una chiesa in cui è custodito nel tabernacolo il Santissimo Sacramento, nonché quando transitano davanti allo stesso.
Oggigiorno va tristemente constatato che molte forme di riverenza sono cadute in disuso. Ad esempio, una di quelle più abbandonate è l’inchino del capo al nome di Gesù o della Beata Vergine. Eppure, anche il messale di Paolo VI prevede che «L’inchino del capo si fa quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; al nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa»2. Chiaramente, non si vuole negare che la riforma liturgica abbia drasticamente ridotto i segni di riverenza, ma sarebbe un errore credere che sia stato tutto abolito.
Nel concludere, vale la pena rimarcare l’importanza di rendere lode al Signore anche mediante l’atteggiamento del corpo e i gesti non verbali, affinché anche noi possiamo ripetere, con i Santi Magi, «siamo venuti per adorarlo».
Note