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Non può esserci morale senza cristianesimo

Qualche riflessione sulla retta morale cattolica aristotelica e tomistica, in opposizione alle degenerazioni kantiana e utilitaristica

Ragionare sul tema centrale del presente articolo, non può esserci morale senza cristianesimo, significa andare a ricercare qual è il fondamento di alcune teorie filosofiche sull’etica, per dimostrare che il credente cattolico è vincolato in coscienza a fare riferimento a certi sistemi di pensiero e non ad altri, affinché non si verifichi l’infelicissimo, ma estremamente comune fenomeno di una crasi tra fede vissuta e pensiero. Il 17 febbraio 2010 la rivista <<Tempi>>, allora ancora a uscita settimanale e in formato cartaceo, pubblicava un articolo del giornalista e scrittore Vittorio Messori su colui con cui discusse la seconda delle due dissertazioni scientifiche in integrazione alla tesi di laurea in storia del Risorgimento, con relatore lo storico e antifascista Alessandro Garante Garrone: <<Norberto Bobbio, di cui sono stato discepolo, parlo quindi di quello che è considerato un guru, un papa laico, non certo un clericale, ci diceva spesso, nelle aule dell’università torinese: la morale razionale che noi laici proponiamo è l’unica che abbiamo, ma in realtà è irragionevole>>. Vediamo perciò immediatamente due esempi di morale razionale, la filosofia morale kantiana e l’etica utilitaristica, andando a capire perché sono da considerare irragionevoli; a questa pars destruens seguirà, come insegna colui che si può considerare il fondatore della filosofia moderna, il filosofo inglese Francis Bacon, nella sua opera più celebre, Novum Organum, rifacimento dell’ὄργανον aristotelico, una pars costruens, che consisterà in un’analisi, seppur sommaria, dell’etica teleologica delle virtù prima aristotelica e poi tomistica. La filosofia morale kantiana viene presentata dal filosofo di Konigsberg in due opere del periodo critico: la Grundlegung zur Metaphysik der Sitten del 1788 e Die Metaphysik der Sitten, risalente al 1797; l’attenzione sarà concentrata esclusivamente sulla prima opera, data la sua maggiore fortuna sia presso i filosofi di professione e il grande pubblico, sia nel tempo (giusto per avere un’idea dell’oblio subito dalla Metaphysik der Sitten, la prima traduzione italiana dell’opera risale al 1923, opera del professore di filosofia morale all’università di Palermo Giovanni Vidari).

Scopo generale dell’opera, costituita da una Prefazione, in cui viene discussa la suddivisione classica della filosofia in fisica, logica ed etica, quest’ultima suddivisa a sua volta in una parte formale, la metafisica dei costumi, e in una parte materiale, l’antropologia pratica, e da tre Sezioni, è fondare la morale sulla ragione, frapponendo uno iato fra le teorie etiche inglesi allora in voga, in primis quelle di Francis Hutcheson e Adam Smith, e la nuova etica kantiana, fondata sulla capacità della ragion pratica di darsi da se stessa un fondamento, un principio fondante supremo. La Prima Sezione mette in atto il passaggio dalla comune conoscenza morale (ogni uomo compie esperienze morali e ha la tendenza a riflettere su di esse, anche se nulla sa della filosofia accademicamente intesa) alla conoscenza filosofica, avendo al proprio centro il concetto chiave di volontà buona. La Seconda Sezione passa dalla filosofia morale popolare alla metafisica dei costumi; al centro di questa parte della Grundlegung si trova enunciato il concetto chiave di dovere assoluto, enunciato nelle tre declinazioni dell’imperativo categorico: <<agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale>>, <<considera l’umanità in te e negli altri sempre al tempo stesso come fine e mai soltanto come mezzo>> e <<agisci in modo che la volontà possa considerare contemporaneamente sé stessa come universalmente legislatrice>>. La Terza Sezione compie il passaggio dalla metafisica dei costumi alla critica della ragion pratica, tutta basata sul concetto di libertà. Anche solo su queste brevissime note, non è difficile arguire che una morale basata sulla ragione umana, totalmente antropocentrica com’è quella kantiana (non a caso il criticismo del nostro filosofo viene definita rivoluzione copernicana: come nel XVI secolo l’astronomo polacco Niccolò Copernico sostenne l’eliocentrismo contro l’affermato paradigma aristotelico e tolemaico geocentrico, così in ambito filosofico si verifica il fenomeno della centralità del soggetto rispetto all’oggetto in ogni processo gnoseologico) può funzionare solo momentaneamente, portando prima o poi a fallacie logiche. <<In statu naturae mensuram iuris esse utilitatem>>, scrive il filosofo inglese anglus haereticus Thomas Hobbes, colui che può essere considerato il predecessore ante litteram della filosofia morale utilitaristica, corrente di pensiero eminentemente inglese che fonda la moralità sull’utilità. Perché l’utilitarismo è da considerarsi irragionevole? Fondando tutto il proprio sistema sull’utilità collettiva, sul maggiore benessere del maggior numero possibile di individui, il passo che porta a una giustificazione razionale della riduzione in schiavitù di una minoranza non è assolutamente difficile. A tal proposito, mai si deve dimenticare che la prima messa in discussione degli istituti schiavistici è dovuta al cristianesimo, dall’evangelico non iam dicam servos, sed amicos alle encicliche In supremo Apostolatus e Catholicae Ecclesiae, rispettivamente dei papi Gregorio XVI e Leone XIII. Ἠθικὰ Νικομάχεια è la prima opera di filosofia morale della tradizione occidentale, basata sulle lezioni tenute da Aristotele nel Λύκειον, punto di partenza dell’etica delle virtù, cioè della posizione etica secondo cui il bene della vita, vale a dire la felicità, è raggiungibile attraverso l’acquisizione di un comportamento virtuoso. Aristotele critica l’equazione platonica tra felicità e contemplazione dell’idea del bene: la felicità è fioritura, realizzazione al massimo grado dell’essenza dell’uomo. Perciò le passioni non contrastano radicalmente con la ragione, come sosteneva Platone: la ragione non deve imbrigliare le passioni, ma educarle per dare origine alle virtù. Al centro dell’etica aristotelica c’è quindi il concetto di virtù, un tratto acquisito del carattere che rende l’uomo buono facendolo tendere al bello; le virtù possono essere etiche, riguardanti l’attività pratica, κατὰ μέτρον fra eccessi e difetti, oppure dianoetiche, riferite alla ragione discorsiva. È proprio a partire dalle virtù aristoteliche dianoetiche ed etiche che il Doctor Angelicus Tommaso d’Aquino distingue due gradi di beatitudine: la beatitudo imperfecta data dalle virtù aristoteliche etiche e dianoetiche e la beatitudo perfecta delle virtù aristoteliche unite alle virtù teologali infuse, vale a dire fede, speranza e carità.

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