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Pastorali, ferule e mazze

Un approfondimento sul significato e sull'uso del pastorale e degli altri bastoni liturgici.

Il fascino della liturgia cattolica è, senza ombra di dubbio, in parte anche dovuto ai paramenti e agli altri oggetti sacri che si impiegano durante la celebrazione. Gli elementi che suscitano maggior curiosità anche in quanti non sono particolarmente praticanti sono molto probabilmente le insegne episcopali, talvolta viste come buffi oggetti a disposizione dei vescovi.

Volendo fare un veloce richiamo, possiamo identificare le principali insegne nella mitra, ovvero il copricapo liturgico episcopale, l’anello e la croce pettorale, indossate anche al di fuori delle celebrazioni, e ovviamente il pastorale, cioè il “bastone” che il vescovo regge in determinate parti della celebrazione. È proprio a riguardo di quest’ultimo elemento che intendiamo svolgere un approfondimento in quest’articolo.

Il pastorale è una delle insegne più tipiche dell’ordine episcopale. La maggior parte delle persone probabilmente ne prende visione in occasione della Confermazione di qualche parente, poiché la sua figura è tradizionalmente riportata sui biglietti augurali e sulle altre immagini legate alla Cresima. In realtà, però, esso è un accessorio che il vescovo è tenuto a portare in tutte quelle circostanze in cui celebra la messa pontificale, ovvero la messa solenne in presenza del popolo. 

Il significato del pastorale è relativamente di facile richiamo: infatti, è un rimando al bastone utilizzato dai pastori per pascere il gregge. Allo stesso modo, il vescovo guida quella porzione del gregge del Signore a lui affidata in rappresentanza di Cristo, buon pastore. Il pastorale ha un significato non solo di guida del popolo, ma anche di difesa dello stesso dalle insidie esterne che tentano di penetrarvi. 

A seconda della tipologia e dell’antichità, il pastorale può essere più o meno ornato, arricchito di figure e ovviamente di diverso materiale, anche se tradizionalmente esso è in oro o in argento. Solo negli ultimi anni, si sta diffondendo la discutibile moda della versione lignea. A prescindere dal materiale, però, tutti i pastorali condividono la forma della propria sommità, ovvero un ricciolo incurvato che va a formare una spirale. Sono molti i significati dati a tale conformazione, ad esempio Sant’Ambrogio la interpretava come il compito di radunare gli smarriti. Altra interpretazione piuttosto attendibile è quella secondo la quale il bastone ricurvo ricorda al vescovo il limite della propria autorità.

Ma quali sono le norme che regolano l’uso del pastorale durante le celebrazioni liturgiche? In primis, ricordiamo che il pastorale viene consegnato al neoeletto vescovo durante l’ordinazione quale ultima delle insegne episcopali, con la seguente formula: «Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio». Prima della riforma liturgica, era molto più semplice individuare le celebrazioni in cui era opportuno l’uso del pastorale, poiché vi era una netta differenziazione tra la messa pontificale e la messa semplice celebrata dal vescovo. Oggi tale differenza è molto meno evidente, poiché i canti sono presenti in quasi tutte le messe col popolo, le altre insegne come la dalmatica pontificale sono spesso assenti anche nelle circostanze solenni, altri elementi liturgici sono stati aboliti e, pertanto, si segue la regola generale di adoperarlo, insieme alla mitra, ogni qualvolta si celebri con una consistente presenza di popolo. Ovviamente, come si è detto, questa è una tendenza generale: oggigiorno ogni singolo caso deve essere infatti adattato ai gusti personali degli eccellentissimi presuli. 

Durante la messa, il vescovo regge il pastorale per la processione di ingresso, durante la proclamazione del Vangelo, in caso di eventuale sacramento della Confermazione, per la benedizione finale e la processione di uscita; negli altri momenti, viene retto da un chierico possibilmente dotato di opportuno velo omerale. L’uso sarebbe prescritto anche durante l’omelia, pur venendo sovente omesso per ragioni di ordine pratico, e durante eventuali spostamenti di distanza non trascurabile, quindi nel caso di celebrazioni in chiese particolarmente ampie o cattedrali. 

Il pastorale, a differenza della mitra, non è un segno della dignità personale del vescovo, bensì della propria giurisdizione. Pertanto, durante una celebrazione, solo il celebrante principale può far uso del pastorale; vi sono stati casi di “doppio pastorale” in alcune celebrazioni in cui il vescovo locale si affiancava al legato pontificio (come le esequie di Monsignor Luigi Giussani, celebrate nel 2005 nel Duomo di Milano dal cardinal Tettamanzi ma con la presenza del cardinal Ratzinger in rappresentanza di Giovanni Paolo II), ma tale pratica è chiaramente un abuso. Il ricciolo va portato sempre rivolto in avanti. Tuttavia, è uso di alcuni vescovi portare il ricciolo all’indietro allorquando non stiano celebrando nella propria diocesi, in segno di rispetto per l’Ordinario del luogo. Questa consuetudine, però, sembra abbia un’origine solamente artistica, mentre la sua applicazione alla sfera liturgica non deriva da alcuna norma precisa. Altra consuetudine formalmente proibita è quella di fare il passaggio del pastorale durante l’insediamento del nuovo vescovo: tale norma è però molto spesso disattesa.

La domanda che sorge spontanea è: ma allora un vescovo può portare il pastorale in qualsiasi luogo, anche fuori dalla propria diocesi? La risposta è sì e no, ovvero dipende dalla circostanza. Sicuramente esso è sempre consentito in caso di amministrazione della Cresima o, ovviamente, di un’Ordinazione. In tutte le altre circostanze, di norma il vescovo regge il pastorale solo nella propria diocesi e così gli ausiliari. Il vescovo può ugualmente reggere il pastorale, però, nel momento in cui accompagna in pellegrinaggio fuori diocesi un gruppo di propri pellegrini. Nelle altre circostanze, può ugualmente far uso del pastorale purché chieda il permesso all’Ordinario del luogo. Tale consuetudine non vale però per i cardinali, che possono portare il pastorale ovunque. Discorso a parte merita la città di Roma in cui, fatti salvi i casi elencati in precedenza, né vescovi né cardinali  (eccetto quando celebrano nella chiesa col proprio titolo) portano mai il pastorale per rispetto al Romano Pontefice, ad esclusione probabilmente del Decano del Collegio Cardinalizio che lo impiega in occasione di liturgie proprie del collegio medesimo, come la Missa pro eligendo romano Pontifice.

L’attento lettore si sarà accorto di come, nel parlare di pastorale, non si sia mai fatto riferimento al pontefice. Questo perché il papa, in virtù della sua peculiare giurisdizione, non ha mai fatto uso del medesimo accessorio proprio del vescovo comune. Detto ciò, però, egli non faceva uso nemmeno di un accessorio che lo sostituisse: nelle messe papali non si usava alcun bastone. Ciò non deve sorprendere il lettore: infatti, non bisogna scordare che il pontefice celebrava messa pubblicamente solo un paio di volte l’anno, inoltre durante le processioni era portato sulla sedia gestatoria e la benedizione in molte occasioni veniva impartita con in capo la tiara, quindi senza necessità di altri segni. Il Papa aveva comunque un suo bastone, la ferula, ovvero un pastorale terminante in croce anziché in ricciolo. La ferula, però, era più un simbolo del potere temporale che non un oggetto liturgico e i pontefici ne facevano uso solo per determinate occasioni in cui la liturgia pontificale ne esigeva la presenza (ad esempio, la consacrazione di una chiesa). La ferula era impiegata anche in occasione del giubileo, quando il papa la picchiava per tre volte sulla Porta Santa per chiederne l’apertura. Va detto, però, che nonostante il saltuario uso della ferula per tale scopo, il bastone liturgico proprio dell’apertura della Porta Santa è la croce tripartita, ovvero una ferula terminante con una croce a tre braccia. Tale insegna è stata utilizzata l’ultima volta da Giovanni Paolo II nel 1983 per il Giubileo della Redenzione, in seguito non è stata più impiegata né per il Giubileo del 2000, né per quello della Misericordia nel 2016 e con tutta probabilità non sarà impiegata nemmeno per quello del 2025. 

Tutti ci siamo accorti, però, che ai giorni nostri anche il papa usa un bastone durante la messa: anch’esso è impropriamente chiamato ferula, ma non corrisponde in realtà all’oggetto di cui si è parlato. Infatti, la ferula impiegata dal papa oggigiorno non termina in croce, bensì in crocifisso e presenta una lieve inclinazione che ricorda il pastorale dei vescovi. Tale modello fu commissionata da Paolo VI al termine del Concilio poiché egli voleva che anche il Pontefice facesse uso di un’insegna liturgica simile a quella dei vescovi e, così, Papa Montini ne introdusse l’uso nelle messe papali nei medesimi momenti in cui è impiegata dai vescovi. Questo simbolo è diventato molto famoso negli anni di Giovanni Paolo II, ma poi è stato spedito negli armadi da Benedetto XVI, che recuperò l’uso della ferula di forma tradizionale prima utilizzando quella di Pio IX e successivamente adoperandone una nuova personale, pur ovviamente senza modificarne l’uso lirturgico rispetto a quella col crocifisso. Infine, negli anni di Papa Francesco, si è assistito non solo al ritorno della ferula di Paolo VI, affiancata a quella di Benedetto, ma anche all’uso di varie ferule donate al Pontefice in occasione di visite e viaggi papali. Ciò però ha fatto sì che più negozi e aziende di arredi e paramenti liturgici introducessero nei propri cataloghi dei pastorali che sono di fatto delle ferule, cosicché oggi assistiamo ad alcuni prelati che si autopromuovono al soglio pontificio.

La ferula papale è certamente privilegio del papa, ma un’altra ferula è invece appannaggio di alcuni monsignori (non vescovi), segnatamente i monsignori della diocesi di Milano. Infatti, nell’arcidiocesi ambrosiana è in uso un’altra insegna, molto simile al pastorale ma che si discosta da questo per la presenza, sulla sommità, non di un ricciolo bensì di un globo sormontato da una piccola croce: è la cosiddetta ferula comune. Essa era l’insegna propria dei prevosti, figura fondamentale a Milano poiché il territorio diocesano era diviso in pievi, di cui il prevosto era a capo. Sono numerose le chiese che ancora oggi portano il titolo di prepositurale e ancora oggi i parroci di tali parrocchie vengono chiamati con l’appellativo di prevosto. Non esiste più, però, la differenziazione dell’abito ecclesiastico per i prevosti e così la maggior parte di quanti di loro sono soltanto parroci non fa più uso di tale insegna se non in rarissime circostanze. Discorso diverso vale per i prevosti mitrati, cioè i parroci delle chiese prepositurali maggiori, i quali hanno diritto anche alla mitra bianca e alla croce pettorale sostenuta da un cordone giallo. Questi presuli, però, spesso vengono insigniti del titolo di monsignore in qualità di canonici onorari e, pertanto, godono anche delle insegne proprie monsignorili come la talare paonazza. A questa categoria appartengono anche i canonici del Duomo e della Basilica di Sant’Ambrogio, che fanno uso della ferula nelle celebrazioni capitolari e quando amministrano la Cresima. Ferula, croce pettorale e mitra bianca sono però i segni distintivi soprattutto dei vicari episcopali dell’arcidiocesi ambrosiana, ovvero dei rappresentanti dell’arcivescovo nelle diverse parti in cui è diviso il territorio. Inutile dire che l’uso della ferula non è concesso in presenza di un vescovo: fa eccezione l’arciprete del Duomo di Milano, il quale in determinate circostanze (come il proprio insediamento o i Vespri dell’Epifania) regge tale insegna di fronte al vescovo. L’uso liturgico della ferula è essenzialmente il medesimo del pastorale, con la differenza che non deve essere retta durante la lettura del Vangelo. A onor del vero, non dovrebbe nemmeno essere impiegata per la benedizione, poiché un monsignore semplice non può impartire una benedizione episcopale, ma tale regola è sovente disattesa per ragioni di episcopite acuta di alcuni reverendissimi prelati.

Esistono anche altri tipi di insegne simili al pastorale vescovile: un esempio è la mazza priorale, propria dei priori delle confraternite e le cui forme variano ovviamente in base all’uso locale. Molti poi sanno che vi sono figure come gli abati che hanno diritto al pastorale (nonché a tutte le altre insegne episcopali), ma pochi sanno che l’uso di reggere il pastorale era proprio anche, ad esempio, delle badesse. Il pastorale, infine, è un elemento molto presente anche in araldica e in svariate raffigurazioni artistiche. 


NOTE

  1. Pontificale Romano, Ordinazione del vescovo, dei presbiteri, dei diaconi, p. 51
  2. Cfr. Cerimoniale dei vescovi, pp. 19-20
  3.  Cfr. Cerimoniale dei vescovi, p. 20
  4. Il Cerimoniale dei vescovi non fa menzione di tale consuetudine. Un rescritto della Congregazione per il Culto Divino del 2010 chiarì l’illegittimità del passaggio del pastorale. Tuttavia, dove questo rito era ormai diventato tradizione, continuò a rimanere in uso.
  5.  Cfr. Intervista a monsignor Guido Marini, L’Osservatore Romano, 26 giugno 2008

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