San Gabriele dell’Addolorata: la vita è una «continua goduria»

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«Il mio servo mi ha seguito con tutto il cuore facendo solo quanto è giusto davanti ai miei occhi».

(1 Re 14,8)

Il cammino terreno di San Gabriele dell’Addolorata, al secolo Francesco Possenti, rappresenta un luminoso esempio di santità giovanile cattolica, una traiettoria che trasforma la vanità del mondo nella gloria della Croce, sostenuta da una devozione mariana totale e totalizzante.

Nato ad Assisi nel 1838 e cresciuto nella colta Spoleto, il giovane Francesco incarnava inizialmente l’ideale del giovane brillante. Era un ragazzo di ottima famiglia, dotato di un fascino naturale e appassionato di caccia, teatro e ballo, tanto da guadagnarsi il soprannome di “ballerino” nei salotti umbri. Tuttavia, dietro questa maschera di serena mondanità si nascondeva un’anima inquieta, scossa precocemente da diversi lutti familiari, in particolare dalla perdita della madre e di alcuni fratelli, eventi che scavarono in lui un vuoto che solo l’Infinito avrebbe potuto colmare.

La sua non fu una fuga dal mondo dettata dalla paura, ma una risposta libera e coraggiosa a una chiamata fattasi irresistibile durante la processione dell’icona della Vergine a Spoleto, nel 1856. In quell’istante, lo sguardo di Maria penetrò il cuore di Francesco, sussurrandogli che il mondo non faceva più per lui e che lo attendeva la vita religiosa. Questa “irruzione del sacro” segnò il passaggio dal primato dell’ego a quello della Grazia, portandolo a lasciare tutto per entrare nel noviziato dei Passionisti.

Assumendo il nome di Gabriele dell’Addolorata, il giovane novizio scelse una nuova identità, lasciando definitivamente morire “l’uomo vecchio” per far vivere “l’uomo nuovo”. La devozione a Maria Addolorata divenne il principio formativo della sua nuova coscienza e, proprio in questo periodo, Gabriele iniziò a studiare con avidità le opere di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e San Luigi Maria Grignion de Montfort, i cui scritti, come il Trattato della vera devozione a Maria, alimentarono il suo amore per la Vergine.

Spinto da questo ardore, scrisse di proprio pugno un “Simbolo” mariano, che decise di portare al collo come uno scapolare, attribuendogli il valore di una vera carta d’identità spirituale: attraverso di esso voleva essere riconosciuto non solo come devoto di Maria, ma come suo figlio per volontà del Cristo Crocifisso. In questo scritto professava con forza che ogni dono di Dio passa per le mani della Madre e che chiunque cerchi la salvezza senza di lei è come un uccello che tenta di volare senza ali. Tale abbandono si tradusse in una ferrea disciplina ascetica, racchiusa nei suoi Propositi, dove l’umiltà, l’obbedienza e il silenzio divennero gli strumenti scelti per annientare l’amor proprio e fare spazio all’azione divina.

La vita di San Gabriele nel ritiro di Isola del Gran Sasso divenne una continua liturgia di lode e sacrificio, vissuta con un sorriso che divenne il suo tratto distintivo. Nonostante l’avanzare inesorabile della tubercolosi, la sua corrispondenza epistolare rivela una felicità paradossale, arrivando a definire la propria esistenza come una “continua goduria” proprio perché trascorsa all’ombra di Maria. Egli comprese che la gioia cristiana non deriva dal possesso delle cose, ma dall’appartenenza totale a un Dio che si fa vicino attraverso la tenerezza materna.

La sua morte, avvenuta a soli ventiquattro anni nel 1862, fu tutt’altro che un’interruzione tragica: il compimento pasquale di un cammino di trasformazione. San Gabriele dell’Addolorata rimane oggi un modello insuperato per i giovani: un esempio di come la santità possa essere raggiunta in breve tempo quando ci si affida interamente a Colei che è il “tesoriere di Gesù”. Il suo messaggio continua a testimoniare che la via più sicura e gioiosa per incontrare Cristo passa attraverso il cuore trafitto, ma glorioso, della Madre Addolorata.

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