Search
Close this search box.

Per ben prepararsi alla Santa Confessione

Il sacramento della Penitenza conferisce la Grazia santificante con la quale sono rimessi i peccati mortali e quelli veniali confessati e di cui si ha dolore. Per questo è necessario vero pentimento, dolore per le proprie colpe e proponimento di non ricommetterle, unito ad una buona preparazione tramite un sano esame di coscienza.

La Confessione, o Penitenza, è il sacramento istituito da Nostro Signore Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo.

A tal fine è necessario pentirsi delle proprie colpe, detestandole e provando un sincero dolore per le offese recate a Dio, per aver contravvenuto alla sua Santa volontà, disobbedendo ai suoi comandamenti; occorre, inoltre, accusarli al sacerdote, ovvero farne la confessione.

Le parti del sacramento della Penitenza sono: la contrizione, la confessione, la soddisfazione del penitente e l’assoluzione.

La contrizione è una dispiacere dell’animo, per il quale si aborrono i peccati commessi e ci si propone di non farne più.

Significa, pertanto, che il cuore indurito del peccatore, in un certo modo si spezza per il dolore di aver offeso Dio.

La confessione consiste nell’accusa di tutti i peccati fatta al sacerdote e si chiama così perché non deve essere un racconto banale o indifferente, ma una vera e dolorosa manifestazione delle proprie mancanze.

La soddisfazione, o penitenza è la preghiera o altra opera buona ordinata dal confessore in espiazione delle colpe.

L’assoluzione, infine, è la sentenza di remissione dei peccati pronunciata dal sacerdote in Nome di Gesù Cristo.

Di tutte queste parti, certamente, la più utile e necessaria è la contrizione, perché determina la condizione essenziale per ricevere il perdono.

É molto importante evidenziare che il sacramento della Penitenza conferisce la Grazia santificante con la quale sono rimessi i peccati mortali e quelli veniali confessati e di cui si ha dolore; trasforma la pena eterna in quella temporale necessaria alla purificazione per l’accesso in Paradiso, da poter scontare nella vita oppure in Purgatorio, rimettendone anche parte secondo le disposizioni del penitente; restituisce i meriti delle opere buone compiute prima di commettere il peccato mortale e conferisce all’anima il sostegno e l’aiuto necessario a non ricadere nella colpa, ridonando, infine, la pace della coscienza.

Per fare una buona confessione si richiedono cinque cose fondamentali:

  • Esame di coscienza;
  • Dolore di avere offeso Iddio;
  • Proponimento di non piu’ peccare;
  • Accusa dei propri peccati;
  • Soddisfazione o penitenza.

Per l’espiazione della pena temporale é essenziale la penitenza successiva alla confessione ed é d’obbligo accettare quella imposta dal sacerdote, procurando di compierla, interamente e con devozione, al più presto ed in stato di grazia, in unione con Gesù Cristo che, con il merito infinito della sua Passione e Morte, dà valore alle nostre azioni.

La penitenza che ci da’ il confessore é, infatti, la più meritoria, poiché, facendo parte del sacramento, riceve maggior valore proprio dai meriti della Passione del Cristo e del suo Preziosissimo Sangue che, nella Confessione, lava le anime.

Per confessarsi bene é importante, prima di tutto, pregare di cuore il Signore perchè ci illumini per conoscere e ricordare i nostri peccati e per poterli detestare.

Bisogna, dunque, fare l’esame di coscienza, che consiste in una ricerca diligente delle colpe commesse dopo l’ultima confessione ben fatta.

Ricordiamo che il peccato può essere di due tipi: mortale e veniale.

Il primo è una trasgressione della legge divina, definita in particolare dai dieci comandamenti e dalla legge della Chiesa, per la quale si manca gravemente ai propri doveri verso Dio, verso il prossimo e verso se stessi, commessa nella piena consapevolezza e nel deliberato consenso, ovvero nella perfetta conoscenza e volontà di fare un peccato grave.

Il peccato mortale fa perdere la grazia santificante, che è la vita dell’anima, e priva dell’amicizia con Dio, fa perdere il Paradiso, i meriti acquistati e rende incapaci di acquistarne di nuovi, rende l’anima schiava dell’inferno e meritevole anche dei castighi di questa vita.

Il peccato veniale è, invece, una lieve trasgressione alla legge divina, che afferisce principalmente ai vizi e difetti personali, nel pensiero e nel comportamento, oppure riguarda una carenza o negligenza nella pratica delle virtù ed una omissione nell’operare il bene, ma che non coinvolge direttamente la materia grave dei dieci comandamenti, oppure lo fa in mancanza di una piena vertenza o di un deliberato consenso.

Si manca, dunque, solo leggermente a qualche dovere verso Dio, verso il prossimo o verso se stessi, non si perde la grazia divina e si è più facilmente perdonati dal Signore.

Nonostante questo anche il peccato veniale resta immensamente grave e detestabile in quanto offesa, seppur minima, recata a Dio, Sommo e Infinito Bene, e comporta danni non piccoli all’anima in quanto: indebolisce e raffredda la carità, dispone a commettere il peccato mortale e rende meritevoli di grandi pene temporali in questo mondo e nell’altro.

Per tale ragione è necessario richiamare alla mente, nell’esame di coscienza, insieme ai peccati mortali, anche i veniali ed accusarsene nella Confessione onde essa sia completa e pienamente fruttuosa.

Bisogna, dunque, ricordare tutte le colpe commesse e non ancora mai confessate, in pensieri, parole, opere ed omissioni, contro i Comandamenti di Dio e della Chiesa, e i doveri del proprio stato di vita.

Ci si deve esaminare anche su tutte le abitudini cattive praticate e sulle occasioni di peccato ricercate e non evitate.

Occorre usare grande diligenza nel fare il proprio esame di coscienza, proprio come per una questione di massima importanza, impiegando più o meno tempo secondo la necessità, ovvero secondo il numero e la gravità dei peccati che si portano sulla coscienza ed anche in base al tempo passato dall’ultima confessione ben fatta.

É, poi, necessario il dolore dei peccati, che consiste in un dispiacere ed una sicera riprovazione dell’offesa fatta a Dio.

Il dolore può essere perfetto, detto “di contrizione”, oppure imperfetto, detto “di attrizione”.

Il primo è causato esclusivamente dalla consapevolezza di aver offeso l’infinita bontà di Dio, degno per Se stesso di essere amato sopra ogni cosa.

Questo dolore nasce dalla carità e, pertanto, se unito alla volontà di confessarsi, ci fa subito ottenere il pedono, perché la carità non può coesistere in un’anima assieme al peccato mortale.

Quello di attrizione è tale per cui ci pentiamo di aver offeso Dio come Sommo Giudice, ovvero per il timore dei castighi meritati per le nostre azioni in questa vita o nell’altra oltre che per la stessa bruttezza del peccato.

Il dolore, per essere buono, deve essere: interno, soprannaturale, sommo ed universale.

Interno significa che deve risiedere nella volontà e nel cuore, non solamente nelle parole.

Soprannaturale vuol dire che deve essere eccitato in noi dalla grazia del Signore e concepito per motivi di fede piuttosto che meramente umani.

Sommo perché dobbiamo riguardare e odiare il peccato come sommo di tutti i mali, in quanto offesa a Dio che è Sommo Bene.

Per avere e manifestare il dolore dei peccati, inoltre, non è necessario che materialmente si pianga o ci si affligga, ma è sufficiente che nel cuore si abbia la massima considerazione di aver offeso Dio rispetto a qualunque altra disgrazia.

Universale significa, infine, che deve estendersi a tutti i peccati mortali commessi, perché chi non si pente anche di un solo peccato mortale conosciuto rimane privo della Grazia di Dio.

Per avere il dolore dei nostri peccati è necessario domandarlo sempre di cuore a Dio nella preghiera ed eccitarlo in noi con la meditazione sul grandissimo male che abbiamo compiuto peccando.

Serve, dunque, anche il proponimento, che consiste nella volontà risoluta di non commettere mai più peccati e di usare tutti i mezzi possibili per fuggirli.

Il proponimento, per essere buono, deve essere: assoluto, universale ed efficace.

Assoluto vuol dire che non deve essere soggetto ad alcuna condizione di tempo, luogo o persona.

Universale significa che si devono voler evitare tutti i peccati mortali, sia quelli già commessi altre volte, sia quelli che si potrebbero commettere in futuro.

Efficace vuol dire che bisogna essere animati da una volontà risoluta di perdere prima ogni cosa che commettere nuovamente un peccato; di fuggire le occasioni pericolose, quelle che, per propria natura o nostra fragilità, ci inducono a peccare; di distruggere le cattive abitudini, ovvero la disposizione a cadere con facilità nei peccati a cui ci siamo abituati; di adempiere, infine, gli obblighi di espiazione derivanti dalle colpe commesse.

Per fare il proponimento occorrono le stesse considerazioni che valgono ad eccitare il dolore, ovvero quella dei motivi per cui dobbiamo temere la giustizia di Dio ed amare la sua infinita bontà.

Per l’esame di coscienza ciascuno può seguire l’ordine e lo schema che gli è più familiare o risponde meglio alle sue esigenze, ma a titolo di esempio e di riferimento si propone di seguire questo ordine:

Mancanze contro le virtù:

FEDE: Ho acconsentito a dubbi volontari sulle verità di fede? Trascurato l’istruzione religiosa? Sono stato irriverente circa le cose sacre? Ho letto pubblicazioni irreligiose, atee? Ho bestemmiato, nominato Dio o i Santi con leggerezza? Sono stato superstizioso?

Ho criticato interventi del Magistero ecclesiastico? Ho avuto una visione materiale, terrena, non soprannaturale del lavoro, delle persone, della vita? Dio è rimasto estraneo alla mia giornata?

SPERANZA: Mi sono lasciato abbattere dalle difficoltà, scoraggiare? Ho disperato? Non mi sono abbandonato alla Provvidenza? Ho presunto di me, facendo forza soltanto sulle mie capacità e dimenticando l’aiuto di Dio? Ho nutrito speranze esclusivamente umane, senza prospettive di eternità?

CARITÀ: Dinanzi a contrarietà, ho accettato sentimenti di avversione verso Dio? Dio occupa il primo posto nel mio cuore? Lo tengo come un Amico? La mia preghiera è spontanea, frequente, raccolta? Gli chiedo di amarlo maggiormente? Odio, detesto, escludo qualcuno dalla mia carità? Ho dato scandalo? Ho diffamato il prossimo? Sono stato crudele, freddo, insensibile al richiamo di chi soffre? In casa, sul lavoro: sgarbato, litigioso, prepotente, intollerante, pettegolo? Ho risentimento e mi riprometto vendetta? Ho rifiutato di soccorrere qualcuno?

PRUDENZA: Sono stato intempestivo, precipitato, inopportuno, sia nel parlare che nell’agire? Ho mancato di riserbo e di controllo? Sono stato troppo lento nel decidere, rimandando ad altro tempo ciò che era urgente? Ho trattato argomenti non adatti a chi mi sentiva?

GIUSTIZIA: Come ho assolto ai gravi doveri verso Dio: Messa domenicale, comunione e confessione? Ho violato le leggi della Chiesa: astensione dal lavoro festivo, astinenza? Ho mancato a giuramenti, promesse, voti? Ho calunniato, esagerato, nel riferire colpe altrui? Ho dato il giusto ai sottoposti ed allo Stato? Ho amministrato onestamente le ricchezze? Ho ingannato frodando? Ho violato leggi civili? Ho contribuito al malcontento, al disagio sociale? Ho rubato in casa o sul lavoro? Ho taciuto quando dovevo manifestare il mio disappunto o denuciare un male? Ho atteso con serità all’educazione dei figli? Rispettato i genitori e i superiori? Ho mentito? Ho mancato al dovere professionale?

FORTEZZA: Sono stato pusillanime, vittima di rispetto umano? Pigro, indolente, ozioso? Ho adulato superiori o sudditi? Ho rifuggito la fatica del mio stato? Sono stato insofferente del clima, del cibo e di ogni piccolo disagio? Mi sono atteggiato a vittima? Sono stato prodigo o gretto, avaro? Sono stato incostante nel lavoro intrapreso? Sono stato spericolato, arrischiando senza grave ragione la salute, la vita?

TEMPERANZA: Sono stato goloso, eccedendo nel cibo o nelle bevande? Sono stato estremamente raffinato, facendo del piacere del palato il centro della mia giornata? Ho indulto a curiosità, divertimenti, sensazioni, letture, fantasie, conversazioni impure? Ho nutrito o accondisceso desideri di peccato? Compiuto atti contro il sesto comandamento, da solo o con altri? Forse con persone sposate? Ho profanato il sacramento del matrimonio, violando la legge preposta da Dio alla trasmissione della vita? Sono stato superbo, arrogante? Mi sono fatto centro di ogni pensiero, azione e parola? Mi sono vanamente compiaciuto in una stima immeritata? Per procurarmela, sono ricorco a espedienti illeciti? Mi sono vantato, confrontandomi con altri, esagerando i miei meriti, dimenticando che del bene è Dio solo l’autore?

É consigliabile concludere la propria preparazione alla confessione con una preghiera devota, chiedendo a Dio di accendere maggiormente nel cuore il dolore e il proponimento.

Come esempio è possibile recitare la seguente composta da San Tommaso D’Aquino:

A Te, o Dio, sorgente di misericordia, mi avvicino io peccatore. Degnati, dunque, di lavare me che sono macchiato.
O Sole di giustizia, illumina il cieco.
O medico eterno, cura il ferito.
O Re dei re, vesti lo spogliato.
O mediatore tra Dio e gli uomini, riconcilia il reo.
O buon pastore, riconduci l’errante.
O Dio, concedi misericordia al misero, indulgenza al colpevole, vita al morto, giustificazione all’empio, l’unzione della Grazia all’indurito.
O clementissimo, richiama il fuggitivo, attira il renitente, solleva chi cade, dà stabilità a chi sta in piedi, guida chi cammina.
Non dimenticare chi Ti dimentica, non abbandonare chi Ti abbandona, non disprezzare chi pecca. Perché peccando io ho offeso Te, mio Dio, ho leso il prossimo e non ho avuto pietà di me.
Ho peccato, o mio Dio: per fragilità, contro Te Padre onnipotente; per ignoranza, contro Te Figlio sapiente; per malizia, contro Te Spirito Santo clemente; ed ho così offeso Te Trinità sublime.
Quali e quanti peccati ho commesso! Quali colpe ho perpetrato! Ti abbandonai, o Signore, me ne rammarico per la tua bontà, attratto da un amore perverso, vittima di un falso timore dell’umiliazione, per cui preferii abbandonare Te che privarmi di ciò cui mi sentivo attaccato, offendere Te piuttosto che accettare ciò che meritavo.
O mio Dio! Quanto ho nuociuto con la parola e con l’opera, peccando di nascosto, apertamente e con arroganza.
Perciò, per la mia debolezza, Ti supplico: non badare alla mia iniquità, ma alla tua immensa bontà e perdona amorevolmente quanto ho compiuto, dandomi il dolore dei peccati commessi ed efficace aiuto contro quelli futuri.
Così sia.

Tag

TEMPLUM DOMINI

Leggi la nostra rivista telematica
Templum Domini

CANALE WHATSAPP

Iscriviti al nostro canale Whatsapp
per contenuti esclusivi

LEGGI ANCHE ...

Quest’oggi vi vogliamo proporre un'intervista a cura del Prof. Pucci Cipriani e di don Stefano Carusi, all’allora Mons. Domenico Bartolucci
Alcune brutte abitudini faticano a morire. Tra di esse c'è quella di chiamare diritto quel che è male, di considerare
Domodossola. Il prete fa capolino in sala civica per benedire le nozze dell'amico sindaco e fa pregare il Padre Nostro.

TEMPLUM DOMINI

Leggi la nostra rivista telematica
Templum Domini

CANALE WHATSAPP

Iscriviti al nostro canale Whatsapp per contenuti esclusivi

error: Questo contenuto è protetto!