Pio V malinteso

La riforma liturgica di Paolo VI è stata accostata a quella di Pio V: si tratta davvero della stessa cosa?

«Il Messale Romano, promulgato nel 1570 dal Nostro Predecessore san Pio V per ordine del Concilio di Trento (cfr. Quo primum, 13 luglio 1570), è per comune consenso uno dei numerosi e ammirevoli frutti che quel Santo Concilio diffuse in tutta la Chiesa»: è con questa frase che si apre la costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI, la stessa che alcune righe sotto dice «Non bisogna tuttavia pensare che tale revisione del Messale Romano sia stata improvvisata: le hanno, senza dubbio, aperta la via i progressi che la scienza liturgica ha compiuto negli ultimi quattro secoli. Se infatti, dopo il Concilio di Trento, molto ha contribuito alla revisione del Messale Rοmano lo studio degli antichi manoscritti dello Biblioteca Vaticana e di altri, raccolti da ogni parte, come dice la costituzione apostolica Quoniam primum del Nostro Predecessore san Pio V, da allora sono state scoperte e pubblicate le più antiche fonti liturgiche, e nello stesso tempo sono state meglio conosciute le formule liturgiche della Chiesa Orientale; e così molti hanno insistito, perché tali ricchezze dottrinali e insieme spirituali non rimanessero nell’oscurità delle biblioteche, ma venissero invece messe in luce per rischiarare e nutrire la mente e l’animo dei cristiani»1. Paiono essere parole di stima e riconoscimento nei confronti di papa Ghislieri e della sua opera liturgica, se non fosse che la menzione del pontefice è, in realtà, strumentale. Del resto, si tratta dello stesso giro d’anni in cui papa Montini parla del latino come «lingua sacra, grave, bella, estremamente espressiva ed elegante» mentre si introduce la liturgia in volgare2. Palinodie su palinodie.

L’azione richiamata da Paolo VI sarebbe la seguente: come il Concilio di Trento elaborò un messale, pubblicato poi nel 1570 da Pio V, così il Concilio Vaticano II compila un nuovo testo, pubblicato ovviamente sotto la sua autorità. Se così fosse non ci sarebbe alcun problema: i due pontefici agiscono con la stessa autorità, nessuno dei due ha più potere dell’altro e se Paolo VI fu papa (e lo fu, checché ne dicano i sedevacantisti), perché non dovrebbe introdurre modifiche al Messale, come del resto fecero i suoi predecessori (Giovanni XXIII con l’edizione del 1962, Pio XII con le riforme della Settimana Santa nel 1955, Pio XI con l’introduzione del comune dei Sommi pontefici, Pio X con l’aggiornamento delle rubriche…)? O meglio, perché non ne avrebbe l’autorità? La verità è che le cose non stanno in questi termini: se infatti Pio V non fece altro che codificare un qualcosa di già esistente, Paolo VI introdusse qualcosa di nuovo. Per utilizzare termini attinenti alle discipline umanistiche: Pio V agì da filologo ed editore, Paolo VI da autore (certo non da solo ma insieme al Consilium ad exsequandam constitutionem de Sacra Liturgia, massime Bugnini). Vediamo che cosa significa.

Il cosiddetto Messale tridentino, come è noto agli studiosi, non è creato a Trento: fu preso come base di collazione il Missale secundum consuetudinem romane curie3 (Mediolani 1474 e Venetiis 1494), utilizzando i due incunaboli come «buon manoscritto» (direbbe il Bédier4), come testimoni su cui lavorare approntandovi dei ritocchi e delle sistemazioni ma tenendolo fisso come base. Non è così il Messale riformato: esso è piuttosto un testo artificiale, costruito a tavolino per determinate ragioni; non voglio qui discutere sulla bontà dei singoli cambiamenti (e comunque già ampiamente condivisi con i nostri lettori), non è questo il fine del presente scritto. Quel che qui si vuole dimostrare è invece la differenza tra l’azione di Pio V e di Paolo VI.

Monumento funebre di San Pio V

Se l’azione di Paolo VI fu veduta da taluni come tirannica (e così apparve Traditionis custodes nel 2021), bisogna capire perché essa differisce da quella del predecessore. Furono davvero due azioni uniformatrici e buone? Se lo chiedeva già un testo dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice nel 2010, il quale affermava che «prima del Concilio di Trento, esistevano nella Chiesa latina innumerevoli libri liturgici che, osservando consuetudini liturgiche locali (territoriali) e particolari (ordini religiosi, confraternite, ecc.), presentavano un’ampia molteplicità di forme rituali della Celebrazione eucaristica. Essi, pur conservando la medesima struttura celebrativa, differivano per una non identica disposizione consequenziale delle parti della Messa, per l’uso di formulari e preghiere tipiche, per invocazioni a santi specifici, per l’aggiunta inopportuna di elementi aventi non raramente un carattere superstizioso o addirittura eterodosso. Alla già non perfetta uniformità rituale del culto liturgico nella Chiesa latina e alla precarietà di uno stile celebrativo non ancora ben definito, si aggiungevano pure le sempre più diffuse contaminazioni liturgiche provenienti dalla teologia protestante»5.

La proibizione di utilizzare riti con meno di duecento anni di vita non fu quindi un atto tirannico: eliminò quegli usi nati dunque dal 1370 in avanti; furono spazzati via gesti e usanze introdotti per errato devozionismo, facilmente scivolante in superstizione, furono cassati tutti quegli usi hussiti e luterani che si erano introdotti tra Boemia e Germania. Come si può notare, è qualcosa di profondamente diverso dalle ragioni con cui fu introdotto il nuovo rito di Paolo VI. È un Pio V malinteso, considerato come uno spregiudicato accentratore, bramoso di un potere assoluto, per poter giustificare un’operazione molto differente quattrocento anni dopo.

«Ma anche Pio V eliminò molte cose, come le sequenze!», si sente dire da alcuni improvvisati storici della liturgia: sarebbe interessante capire quali, dal momento che esso contiene le stesse della suddetta edizione del 14946

Infine, è da notare che non vi fu quella campagna uniformatrice in senso aggressivo che invece s’ebbe negli anni Settanta: è testimoniato che fino al XVIII la diocesi di Como utilizzò il rito aquileiese, adottando il rito romano in tutte le parrocchie poiché nessuno stampava più i libri liturgici patriarchini, soppressa la sede nel 1751, così come fino al patriarcato di Giuseppe Sarto fosse uso, in Venezia, officiare seguendo l’uso lagunare del suddetto rito.

Sembra paradossale, eppure è così: Pio V fu tirato per la veste talare per giustificare quelle riforme che andavano contro non il suo messale, ma il messale da lui codificato, vero prodotto della Tradizione.


Note

  1. Paolo VI, Missale Romanum, 1969.
  2. Id., Angelus del 7 marzo 1965.
  3. Si notino i due genitivi con desinenza monottongata, ben attestata fino al Cinquecento, passata illesa anche di fronte all’acribia degli umanisti come Lorenzo Valla.
  4. Joseph Bédier, filologo francese, parlò di «buon manoscritto» per indicare uno dei componenti del proprio metodo di lavoro; al contrario del collega Karl Lachmann, che confrontava tutti i testimoni di una data opera per ricostruire i loro apparentamenti tramite gli errori, Bédier sceglieva un solo manoscritto, il migliore, su cui lavorare per ottenere l’edizione di un testo.
  5. Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Le Costituzioni ‘Quo Primum’ di san Pio Ve il Missale Romanum di Paolo VI, 2010, disponibile online qui (ultima consultazione: 16 luglio 2023).
  6. Cioè quattro, lo Stabat Mater fu inserito nel 1727.

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