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Sulla religione, sul suo rapporto con la cultura 

Qualche note a margine dei Discorsi sulla religione di Schleiermacher e sul rapporto tra riflessioni teologica e filosofica.

Senza timore di essere smentiti, si può affermare che teologia e filosofia hanno sempre camminato di pari passo, a volte con la filosofia critica nei confronti di tutto ciò che ha a che fare con il divino, in ogni sua accezione, altre volte, ma più raramente, con le due sfere del pensiero in collaborazione sinergica per giungere alla conoscenza della verità, tutta intera e ben rotonda, per usare le parole di Parmenide. 

Nel Vangelo di Giovanni Gesù definisce se stesso via, verità e vita, affermando autorevolmente che tutto ciò che è ha dal Padre origine e al Padre ritorna: questo percorso di derivazione e reintegrazione non è determinato dal caso, essendo finalisticamente orientato su una via ben precisa, è un percorso vero, conoscibile, non nascosto e rivelato solo per alcuni iniziati, come accade, con i culti misterici di ieri e di oggi, è l’unico percorso che per davvero ci concede la vita, dato che al di fuori di esso siamo destinati solamente a seccare e a essere gettati via.

È quindi impossibile affermare la separazione netta, l’incomunicabilità tra lume della ragione e lume della fede: fides et ratio unum et idem, a meno che la ragione, in un folle atto di superbia, non voglia fare a meno del dato rivelato, perdendo il metodo e partendo per la tangente.

Dopo le grandi stagioni della patristica e della scolastica, in cui, a mo’ di faro, svettano Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino, non a caso canonizzati dalla Chiesa cattolica, il binomio tra religione e razionalità andò sgretolandosi, dal cogito ergo sum di René Descartes allo dispiegarsi idealistico dello spirito assoluto di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, senza dimenticare in mezzo l’Illuminismo e la critica alle possibilità della ragione di Immanuel Kant.

Con il progressivo affermarsi del razionalismo sono sempre più aumentati di numero gli studiosi che hanno espresso riserve nei confronti dell’esperienza religiosa, quasi che essa sia un’inutile di più in una vita sempre meno spirituale e sempre più dominata dall’edonismo e dal dominio della tecnica.

A cavallo tra XVIII e XIX secolo si colloca l’esperienza di un pensatore che con la sua opera sembrerebbe contraddire la separazione violenta tra teologia e filosofia di cui più sopra si è parlato, ma che, pur parlando di religione, fa propri gli errori della filosofia moderna. 

Costui è Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, che scrive Sulla religione, componendo sul tema cinque Discorsi, indirizzati alle persone colte che la disprezzano, ma, oltre l’apparenza iniziale, ci si accorge presto che in alcun modo la sua opera è un’autentica apologia del cattolicesimo.

Schleiermacher conduce il suo scritto contro la religione naturale tipica della filosofia illuministica e contro le infiltrazioni nel cristianesimo dell’idealismo e del moralismo: da notare che se la critica alla religiosità di natura e al dio assoluto idealisticamente inteso è perfettamente comprensibile da cattolica prospettiva, altrettanto non si può dire del terzo bersaglio critico; infatti, l’ideale di un cristianesimo senza indicazioni sulla morale sarebbe come affermare per un uccello di poter volare senza ali. 

Costruire una religione senza alcun imperativo morale è un assurdo logico; conferma di detto enunciato può essere trovata anche nell’incipit dell’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est, dove leggiamo: all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o un grande ideale, bensì l’incontro con un avvenimento, con una presenza, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, una direzione decisiva.

Il Nostro non apparteneva alla Chiesa cattolica, come la maggior parte dei tedeschi era di confessione protestante e sempre, nella sua carriera accademica, si considerò più un teologo che un filosofo: questo dà l’occasione di riflettere, pur brevemente e in modo non completo, sul rapporto tra mondo riformato e riflessione filosofica.

Martin Lutero non ebbe mai un rapporto sereno con la filosofia, identificandola tout court con la Scolastica e quindi, secondo il suo stolto giudizio, con una delle aberrazioni prodotte dal Papato, giudizio negativo che si estende anche al diritto canonico; la visione luterana fu in parte modificata per opera di Filippo Melantone, ma si dovette a lungo attendere prima di trovare filosofi protestanti e mai il mondo riformato raggiunse l’eccellenza di quello cattolico.

I Discorsi sulla religione furono pubblicati anonimi nel 1799, in piena temperie romantica, così che subì l’influenza della sua epoca: Schleiermacher, parlando di una religione in cui Gesù Cristo è quasi il primo dei romantici, sembra aver anticipato certe tendenze odierne, in cui il messaggio evangelico è piegato alle varie ideologie.

Certamente l’intento del nostro filosofo teologo era lodevole, ma mai e poi mai si può cedere alla tentazione di adulterare l’essenza della fede per renderla accetta a un maggior numero di persone: ha fallito nel suo compito Schleiermacher, così come, in tempi a noi più prossimi, ha fallito il Concilio Vaticano II, nelle intenzioni dei padri conciliari una nuova primavera della Chiesa, ma in realtà l’inizio di un lungo autunno vocazionale e di pratica sacramentale; la preghiera è a tal proposito per il cammino sinodale tedesco, per il Sinodo dei vescovi sulla sinodalità e per altre iniziative analoghe, perché l’autunno conciliare non diventi inverno sinodale.  

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