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Alleluia ai funerali

Una prassi veramente scioccante e ideologicamente pericolosa. La morte del lutto

Dopo l’articolo sul funerale dell’Alleluia [La septuagesima – Ecclesia Dei] ci occupiamo, con un gioco di parole, dell’Alleluia ai funerali. Partiamo col dire che tra i peggiori cambiamenti della riforma liturgica c’è probabilmente la sparizione della Messa da Requiem. La nuova messa esequiale ha perso molti dei tratti distintivi che la rendevano unica e impressionante: l’uso del colore nero (sostituito ovunque dal viola, ma talora anche dal bianco, estendendone l’uso per  adolescenti e per qualunque “vittima innocente” di incidenti o violenze particolarmente efferate, come se questo costituisse un automatico lasciapassare per il Paradiso), le particolari variazioni nel cerimoniale (e.g. la mancanza dei baci rituali usuali, del salmo Iudica me nell’introito, l’assenza di benedizioni…), la stupenda sequenza del Dies irae prevista dal rito romano classico. Al suo posto, prima del Vangelo, è previsto il canto dell’Alleluia, salvo in Quaresima, come in una qualunque celebrazione dell’anno. Tale elemento è veramente problematico.

Secoli fa la morte era sicuramente più presente nella nostra vita quotidiana: malattie oggi debellate erano all’ordine del giorno e molto più pericolose, l’età media era inferiore a quella attuale, le famiglie, essendo numerose, avevano più lutti ogni anno; la morte faceva parte della più cruda ma naturale quotidianità. Oggi le cose sono cambiate perché il sentimento di giusta e normale tristezza nei confronti della morte è soffocato: non bisogna dire che qualcuno «è morto», ma che è «tornato al Padre». Ed ecco che le prediche dei funerali diventano tutto un elogio del defunto e delle sue infinite virtù, poiché del resto «ci guarda da lassù», per citare una delle frasi più adoperate nelle esequie cattoliche contemporanee. Al bando dunque ogni vero spirito di preghiera di suffragio: il nostro caro è già nella gloria ed ecco dunque spuntare l’Alleluia prima del Vangelo. 

Di morte non si può e non si deve più parlare: basta con i giorni dell’ira, con i profeti, le sibille e gli arrossamenti per il peccato, come faceva cantare l’antica sequenza attribuita a Tommaso da Celano. Alleluia, perché siamo già certi della risurrezione; ma con quale presunzione? L’antica liturgia funebre nutriva un’intima speranza: In paradisum deducant te Angeli, con un congiuntivo ottativo, non con una certezza che, del resto, si può avere soltanto con la canonizzazione. Eppure questa cristiana speranza è sembrata inopportuna ai riformatori, che volevano avere un’assoluta ma ingiustificata certezza di immediata salvezza. Ingiustificata, sì, poiché anche Nostro Signore, prima di resuscitare Lazzaro piange, suscitando la meraviglia dei presenti (Gv 11, 35). Soltanto in seguito avviene materialmente la risurrezione (rectius, viene richiamato in vita, ivi, 43-44).[1]

Ben diverso è il caso, che meriterebbe uno studio, dell’abbondanza di Alleluia nel rito bizantino, poiché esso non è legato alla penitenza, essendo invece ben presente tanto in Quaresima quanto negli uffici funebri. Sarebbe dunque sbagliato pensare che questo sia stato il modello durante la riforma liturgica, poiché si tratterebbe di un singolo elemento staccato dal suo contesto.

Si sa tuttavia che la bontà dei riformatori è senza fine, i quali concedono persino di omettere l’Alleluia per «eventuali ragioni di indole pastorale» (Rito delle esequie, n. 42), ovvero quell’insieme di ragioni proposte in maniera assolutamente personalissima e arbitraria per permettere qualunque cosa; in effetti, più di qualche famiglia dovette ritenere offensivo, a fronte del loro pianto, specie se in particolari condizioni di sofferenza o di morte improvvisa, che venisse loro cantato in faccia l’Alleluia, canto comunemente associato alla gioia e all’esultanza. Non suonino favorevoli le parole di Benedetto XVI: «e la liturgia rinnovata dopo il Concilio, osa insegnarci a cantare “Alleluia” anche nella Messa per i Defunti. È audace questo!» (Benedetto XVI, 210).[2] Con il dovuto rispetto per il Santo Padre, bisogna notare come questa introduzione recente non sia né opportuna né in continuità con la Tradizione liturgica latina, psicologicamente e liturgicamente parlando. 

È verissimo che Cristo ha vinto la morte e che dunque potrebbe essere celebrato come vincitore e risorto; la Chiesa, tuttavia, nella sua sapiente e secolare pedagogia aveva capito che ci sono tempi e modi per farlo: c’è un tempo per piangere, uno per sperare e uno per gioire; non spetta a noi inventare nuove mirabolanti suggestioni, poiché la Chiesa, come madre, lo ha pensato secoli fa.


  1. Rito delle Esequie, Roma, Conferenza Episcopale Italiana, 1974.
  2. Benedetto XVI, Omelia, 2 dicembre 2010

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